La dolorosa notizia della scomparsa della madre del carissimo don Paolo Pozzoli ci rattrista profondamente.

Mentre esprimiamo, in primo luogo, le nostre più sentite condoglianze a questo esemplare e prestigioso sacerdote, cogliamo anche l’occasione per formulare una valutazione sulla situazione della Chiesa e, in particolare, della nostra Chiesa locale.

Abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare la figura e l’opera di don Pozzoli nel lungo tempo da noi trascorso nella sua parrocchia di Borgo d’Oneglia.

Oltre ad ascoltare con attenzione le sue omelie in occasione della messa domenicale, approfittavamo regolarmente del suo ritorno nel capoluogo per farci dare un passaggio, e nel corso del tragitto intercorreva sempre tra noi un’interessante e amichevole conversazione.

Non dedicata, in genere, ad argomenti relativi alle vicende locali, bensì ai cosiddetti “massimi sistemi”.

Su cui don Paolo — basandosi sulla sua profonda cultura, sulla sua esperienza di pastore di anime, ma soprattutto sulla sua “sapientia cordis” — sapeva sempre esprimere un criterio ponderato e sicuro.

In seguito, purtroppo, i nostri incontri sono divenuti soltanto brevi e occasionali.

L’ultima volta che ci siamo visti, gli abbiamo chiesto di fare il conto di quanti sacerdoti operino nel territorio della città di Imperia, includendo naturalmente le diverse frazioni.

Cessata completamente — dopo secoli — ogni presenza del clero regolare, possiamo contare, per l’assistenza spirituale, su sedici sacerdoti.

Tutti appartenenti al clero secolare.

I quali devono provvedere alle necessità pastorali di quarantamila persone, nominalmente cattoliche.

I musulmani, che sono duemila nel territorio del nostro Comune, contano viceversa su otto imam.

Due dei quali sono italiani convertiti all’Islam, mentre gli altri sono di origine e di lingua araba, turca o bengalese.

L’assistenza viene dunque dispensata senza che si frappongano difficoltà di comprensione tra i fedeli e i ministri del culto.

Fatte le proporzioni, i musulmani dovrebbero contare su meno di un imam per tutta la loro comunità.

Che dunque gode di un’assistenza spirituale otto volte maggiore, in proporzione, rispetto a quella che la Chiesa può dispensare ai cattolici.

A questo si aggiunge la manifesta crisi della parrocchia, intesa non solo e non tanto quale ripartizione territoriale della Chiesa, bensì soprattutto come luogo di aggregazione anche sociale.

Alimentata da una comune identità, ma a sua volta in grado di sostenerla e di alimentarla, in un rapporto dialettico a volte millenario — e comunque radicato nella storia — tra l’appartenenza civica e quella religiosa.

A ciò contribuiva un tempo la centralità, accompagnata quasi sempre dal prestigio personale, propria della figura del parroco.

Oggi si va in chiesa — in realtà sempre più sporadicamente — soltanto per assistere alla messa.

È infatti sempre più frequente il caso dei credenti non praticanti.

Mentre un tempo avveniva il fenomeno contrario.

La Chiesa, essendo in molti casi il primo e più importante luogo di socializzazione, finiva per essere frequentata anche dagli agnostici.

Quanto agli atei dichiarati, essi vivevano in una sorta di emarginazione.

Il che certamente denotava un atteggiamento ingeneroso da parte dei compaesani, ma rivelava quanto l’elemento religioso fosse determinante nel definire l’identità comune.

Don Paolo regge due parrocchie: una inserita in un’anonima periferia cittadina, dove la società risulta ancora più “liquida”, essendo composta da molta gente per lo più sradicata, di quanto lo sia nei quartieri più centrali.

Dove la parrocchia ha un radicamento nella storia, tanto della comunità quanto delle singole famiglie.

L’altra parrocchia affidata a don Paolo è quella di Borgo d’Oneglia.

Si tratta di un piccolo paese che un tempo aveva la propria identità e che contava — come tutte le borgate del nostro entroterra — su un parroco residente.

L’ultimo fu don Tortello, morto il quale anche Borgo d’Oneglia dovette accontentarsi — come tutti gli altri paesi della Valle Impero — di un sacerdote cosiddetto “a scavalco”, presente soltanto per la celebrazione della messa di precetto.

Cui partecipano, a Borgo, una trentina di fedeli.

Cioè circa il dieci per cento della popolazione, che supera i trecento residenti.

Don Paolo non poteva naturalmente compiere miracoli, ma gli va dato atto di aver fatto tutto quanto risultava umanamente possibile per preservare lo spirito comunitario.

Essendo molto sensibile, per via della sua origine, nei riguardi di questa dimensione.

Le sue radici sono infatti a Leca di Albenga, uno dei tanti piccoli nuclei abitati della piana.

Tanto a Leca come a Borgo, lo spirito comunitario è incarnato ancora nelle persone degli anziani.

Cui don Paolo ha sempre dedicato una particolare attenzione.

Non solo perché tra costoro la pratica religiosa si mantiene più alta, quanto perché la preoccupazione del parroco consisteva nel preservare questa dimensione.

La conversazione domenicale sul sagrato della chiesa, precedente e successiva alla celebrazione della messa, che da sempre costituisce una delle abitudini della nostra gente, rappresenta un impegno cui don Paolo — malgrado la necessità di spostarsi velocemente da una sede all’altra del suo ministero — non si è mai sottratto.

E che avviene sempre nella lingua regionale.

Non di rado, la domenica successiva, gli spunti tratti dai discorsi intrattenuti fuori dalla chiesa entrano nell’omelia.

Anche così si perpetua, attraverso le generazioni, la memoria collettiva.

Don Paolo ha promosso il restauro della chiesa parrocchiale e delle opere d’arte che essa contiene.

Pagando di tasca propria gran parte delle spese.

Questo ha rafforzato la coscienza di appartenere a una comunità.

Abbiamo ricevuto la visita del parroco in occasione della benedizione delle case.

In quella che ci ospitava, eravamo l’unico credente.

Ciò non ha tuttavia causato nessun imbarazzo e nessuna freddezza.

La conversazione — in città, in questa occasione, ci si limita a una presenza fugace — ha spaziato sui temi della grande cultura.

Che don Paolo coltiva come pochi, non limitandosi a quella religiosa.

Abbiamo avuto proprio in questa circostanza la piena percezione di trovarci di fronte a un autentico sacerdote umanista.

L’umanità — per noi credenti — è composta di anima e di corpo.

Per tutti, però, è fatta anche di spirito e di sapienza.

Lungi dal diffidare di chi non crede, il parroco dimostra di saper cogliere in ognuno precisamente la sua spiritualità.

Che si ritrova anche in chi è più lontano dalla pratica religiosa.

È vero che il futuro della Chiesa sarà nelle piccole comunità, non unite dalla vicinanza fisica dei loro componenti quanto dalla comune ricerca spirituale.

Non si deve per questo, tuttavia, trascurare quanto di buono, e ancora vitale, c’è nelle comunità ereditate dal passato.

Cioè, per l’appunto, nelle comunità parrocchiali.

Dove ciascuno ritrova le proprie radici.

Questi pensieri ci affiorano nel momento in cui una circostanza dolorosa ci fa sentire più vicini alla figura di un sacerdote amico.

O meglio, di un amico sacerdote, che per un disegno della Provvidenza è stato anche nostro parroco.

La Meloni ha voluto celebrare ad Antibes, sollecitando a tal fine un invito da parte di Macron, il suo primo vertice bilaterale italo-francese dedicato a fare il punto sulla realizzazione del cosiddetto “Trattato del Quirinale”.

Di cui il presidente francese aveva voluto sollecitare la stipula prima che la Signora della Garbatella occupasse Palazzo Chigi.

Esigendo anche la sottoscrizione, inconsueta nella prassi diplomatica, del capo dello Stato, come a voler preservare gli effetti del Trattato dai futuri cambiamenti di governo in Italia.

La Meloni si era opposta a questo atto di diritto internazionale, adducendo che avrebbe leso la nostra sovranità.

In realtà, tutte le clausole disponevano in base al principio della reciprocità, come esige la Costituzione.

Risultava tuttavia logico — come si poteva desumere dallo stesso contenuto letterale del Trattato — che esso permettesse soprattutto un’attenuazione dei legami con Roma e con Parigi delle zone di confine.

Non per trasferirle sotto il potere delle autorità centrali della Francia, ma per promuovere e incoraggiare la costituzione di nuove entità transfrontaliere, corrispondenti all’esistenza di molteplici identità “di transizione”.

Presenti peraltro in tutta l’Europa occidentale.

Per le quali i confini di Stato, anziché congiungere le nostre genti, le dividevano.

Questa realtà era vissuta da noi con particolare disagio.

La Liguria non finisce infatti sul Garavano, ma arriva fino al Varo.

E l’Occitania non finisce sul crinale delle Alpi, ma si estende a tutte le valli del Piemonte.

Giungendo a insinuare una piccola penisola linguistica anche in provincia di Imperia.

Cetta, Loreto, Realdo e Verdeggia — tutte frazioni di Triora — parlano infatti provenzale.

La gestione in comune dell’istruzione nelle terre di confine costituiva dunque una misura indispensabile tanto per resistere al centralismo, con le sue pretese di assimilazione forzata, quanto per riconoscere e valorizzare le culture minoritarie, le “lingue tagliate”, le “patrie negate” nel processo di costituzione degli Stati nazionali.

Di questo spirito — riflesso nella stessa lettera del Trattato — non si ritrova però la minima traccia, né la minima eco, nelle conclusioni del vertice di Antibes.

Non vi è naturalmente nulla di male se le parti contraenti si impegnano a promuovere le grandi infrastrutture che uniscono i rispettivi territori.

Queste realizzazioni offrono però un’eccellente opportunità per farle progettare e gestire valorizzando la competenza degli enti locali.

Costituendo anzi delle autorità investite congiuntamente da tali soggetti.

Prevale viceversa l’affermazione incondizionata della competenza esclusiva delle due autorità centrali.

Quanto all’implementazione della formazione bilingue, che comporta anche una revisione dei programmi scolastici conforme alle specifiche identità culturali, non se ne fa ugualmente alcun cenno nel documento formulato ad Antibes.

La Meloni impone dunque la propria interpretazione restrittiva e parziale del Trattato.

Che rovescia il suo contenuto e rinnega i suoi originari obiettivi.

Macron ha avuto paura — come già Estrosi — di far valere le proprie istanze, benché fondate sul diritto.

Il sindaco di Nizza si era inchinato al collega di Imperia, temendo che costui incoraggiasse con la propria influenza l’avanzata dell’estrema destra oltre confine.

Scajola, dal canto suo, aveva impiegato l’arma del ricatto fornita dalla possibilità di espropriare i silos del porto di Oneglia, dove approdano ormai soltanto le navi cementiere di cui è comproprietario il suo collega.

Il quale avrebbe fatto meglio a sacrificare questo piccolo interesse nel nome della rappresentanza politica dei democratici nizzardi, cuneesi e imperiesi, assunta solennemente in occasione della “manifestazione dei sindaci”.

Quando, davanti all’effige di Garibaldi, si era qualificato come campione di una causa comune, da difendere sui due versanti del confine.

A questa funzione, Estrosi ha rinunciato, sperando che Scajola prescindesse dall’esproprio.

O fosse generoso nell’indennizzo.

Il “Bassotto”, per giunta, ha varcato la frontiera per appoggiare Ciotti e l’estrema destra.

Che hanno non solo tolto a Estrosi il controllo di Nizza, ma soprattutto lo hanno privato della sua “leadership” nella difesa dall’autoritarismo dilagante.

Macron sperava analogamente — ingannandosi anch’egli — che la Meloni, in cambio di una rinuncia all’influenza dei soggetti regionali d’Oltralpe sul versante italiano del confine, rinunciasse a sostenere la Le Pen.

Anche il presidente è stato tratto in inganno.

Se avesse ascoltato l’amico nizzardo, avrebbe imparato a non fidarsi di una certa destra italiana.

Che estende inevitabilmente la propria influenza oltre la frontiera.

Deludendo chi, su questo lato, sperava viceversa in un aiuto da parte della Francia.

Mario Castellano