Massimo D’Alema, in occasione della presentazione di un nuovo libro di storia, ha rivelato un vecchio aneddoto molto significativo.
Nell’anno 2001, dopo una legislatura in cui il centrosinistra aveva mantenuto il controllo, benché parziale, del Governo costituendo – se ricordiamo bene – ben tre esecutivi spuri, di cui uno presieduto dallo stesso “Leader Maximo”, era ritornato al potere Berlusconi.
In quella circostanza, lo stesso D’Alema venne improvvisamente convocato nella residenza privata dell’Avvocato Agnelli.
Recatosi immediatamente a casa dell’Avvocato, il quale lo ricevette all’uscita dell’ascensore (normalmente tale compito veniva affidato al maggiordomo), il dirigente dell’ex Partito Comunista si trovò al cospetto di Henry Kissinger.
Agnelli rivelò subito il motivo della chiamata.
Il “Cavaliere” stava per costituire il suo nuovo Governo e il Segretario di Stato auspicava che l’ambasciatore Ruggero venisse convinto ad accettare il Ministero degli Esteri.
D’Alema, che aveva chiamato presso di sé questo prestigioso diplomatico a Palazzo Chigi, promise il proprio interessamento, avvisando però che non sarebbe stato facile convincere l’interlocutore.
Il quale non desiderava avere nulla da spartire con la destra e, in particolare, con i leghisti.
Ruggero finì tuttavia per acconsentire alla richiesta, ma dopo pochi mesi dovette dimettersi, essendosi rivelate insanabili le divergenze con Bossi.
Questo episodio, che viene rivelato non per caso nelle attuali circostanze, mette in luce diversi aspetti della nostra vicenda nazionale.
In primo luogo, tanto Agnelli quanto Kissinger nutrivano nei riguardi di D’Alema stima e fiducia.
Si trattava infatti di uno dei rarissimi dirigenti dell’ex Partito Comunista che avevano realmente e completamente espunto l’eredità della cultura politica marxista-leninista.
O, per meglio dire, dell’influenza staliniana di cui questa formazione era ancora imbevuta.
C’era in realtà anche Napolitano, ma il futuro Presidente della Repubblica apparteneva alla precedente generazione.
E le sue radici affondavano nel pensiero proprio della grande tradizione illuministica napoletana, risalente al Settecento.
Da cui proveniva peraltro anche Antonio Labriola, il quale per primo aveva introdotto nel mondo accademico italiano la conoscenza di Marx.
Probabilmente conosciuto già da Carlo Pisacane.
Il quale però si era dedicato, con esiti disastrosi, all’azione diretta.
Gianni Agnelli era stato educato dal precettore Franco Antonicelli, liberale di sinistra e irriducibile oppositore del Fascismo, nelle idee dell’Illuminismo piemontese.
Di cui era stato erede il conte di Cavour.
La formazione di D’Alema era invece tutta interna al partito che era stato chiamato a dirigere.
Egli aveva tuttavia saputo assimilare completamente il pensiero della grande socialdemocrazia europea.
Il suo coetaneo Veltroni poteva invece vantare una cultura molto inferiore a quella di D’Alema: l’uno era stato ammesso alla Normale di Pisa, mentre l’altro, risultato refrattario al greco, si era trasferito da uno dei grandi licei di Roma alla Scuola di Cinecittà, ove si era diplomato quale montatore.
La regia non essendo alla sua portata.
Purtroppo, la transizione ideologica del partito non venne affidata a D’Alema, bensì a Veltroni.
Il quale, in odio alla socialdemocrazia, volle scimmiottare i Democratici degli Stati Uniti.
Il cui modello non era però trasferibile nella società italiana.
Come non era possibile trasferire a Roma il grande cinema americano.
La famosa “Hollywood sul Tevere”, prosperata negli anni Cinquanta grazie al basso livello salariale delle nostre comparse, aveva prodotto soltanto dei fiaschi.
Come fu un fiasco il Festival del Cinema dell’Urbe, per il quale Veltroni aveva dilapidato i soldi del Comune, richiamando soltanto qualche “starlet” di seconda categoria.
Se Veltroni, digiuno della lingua inglese, non riusciva a “fa’ l’Americano”, D’Alema si trovava invece a proprio agio nelle vesti dell’europeo occidentale.
Se dunque l’Avvocato ed il Segretario di Stato riponevano in lui stima e fiducia, ciò avveniva in quanto riconoscevano in D’Alema un dirigente politico e un uomo di cultura appartenente senza riserve all’identità liberale e democratica del nostro continente.
Sia pure declinata nella sua versione socialdemocratica.
Ugualmente fondata, per motivi specularmente opposti, risultava la diffidenza di Agnelli e di Kissinger nei riguardi di Craxi e di Berlusconi.
La cui accoppiata si era formata negli anni ruggenti della “Milano da bere”, quando il “Delfino” di Nenni si occupava di far fruttare i soldi guadagnati dal “Cavaliere” con le sue prime speculazioni edilizie, vendendo armi in giro per il mondo.
Il che gli permise di inserirsi nel milieu mediterraneo composto da Arafat l’Arabo, da Papandreou il Greco, da Mintoff il Maltese e da González lo Spagnolo.
Cui si sarebbe aggiunto García il Peruviano.
Tutti quanti suoi compagni di avventure economiche e politiche.
Ispirate a una confusa ideologia “terzomondista” e indirizzate a una prassi affaristica spregiudicata.
Il superstite della coppia milanese – essendo caduto Craxi con Tangentopoli – minacciava di portare a Palazzo Chigi la stessa ispirazione e gli stessi metodi.
Che non potevano piacere né ad Agnelli, né a Kissinger.
E nemmeno a D’Alema.
Il cui partito, una volta ricacciato all’opposizione, poteva ricadere anch’esso nelle vecchie ideologie.
La storia ha purtroppo dimostrato che i timori relativi a uno sbandamento mediterraneo e “terzomondista” dell’Italia, propiziato non già dall’avvento al potere di una sinistra autenticamente revisionista, bensì dalla rinnovata supremazia di una destra contagiata dal populismo, erano pienamente fondati.
Che cosa penserebbero oggi Kissinger e Agnelli vedendo l’Italia governata dalla Meloni?
La quale, al confronto con Salvini – degno erede di Bossi – fa perfino la figura dell’elemento moderato e moderatore della coalizione.
Mentre però nei tempi descritti da D’Alema c’era in America chi si preoccupava di frenare la deriva presa dal nostro Paese, oggi Trump esibisce il peggio delle tendenze populiste.
Non risulta casuale che il “tycoon” si sia adoperato per portare a Palazzo Chigi la Signora della Garbatella.
Né che il Presidente si adoperi oggi affinché vi rimanga.
Potendo usarla come una sorta di cavallo di Troia inserito in un’Europa che ancora si mantiene fedele, sia pure con sempre minore energia, alla propria matrice liberale e democratica.
Il futuro dirà se il contagio partito dall’Italia si diffonderà oltre le Alpi Occidentali e al di là del Brennero.
Come avvenne – lo abbiamo ricordato molte volte – al tempo di Mussolini.
Il cui avvento era stato salutato con esultanza da Churchill.
L’idillio durò fino a quando l’avventura d’Etiopia provocò la rottura del rapporto con le Potenze Occidentali dell’Intesa per costituire l’Asse con la Germania nazista.
Si è detto giustamente che a Evian inizia oggi una riunione tra falsi amici.
Mentre Trump si mostra disposto a sacrificare l’Europa permettendo che l’Iran mantenga il controllo dello Stretto di Hormuz, la Meloni attende il momento propizio per regolare i conti con Macron e con Scholz.
Giocando contro l’uno e l’altro la carta dell’estrema destra.
La sinistra liberale e democratica, che D’Alema aveva a suo tempo rappresentato, pare in gravi difficoltà.
Da una parte c’è il populismo della destra, già vincente in Italia e che minaccia di dilagare in Europa.
Dall’altra parte le fa riscontro il “movimentismo” della Schlein.
Che a sua volta va al traino dell’estremismo dei “Propal” e dei “Pentastellati”.
Le dimissioni dal Partito Democratico della Picierno, che rappresentava la linea di D’Alema, ci avvertono del pericolo incombente di una tendenza “terzomondista” impressa all’intero arco della politica italiana.
Bene ha fatto dunque D’Alema a ricordare quanto siano remote e profonde le origini dell’attuale degenerazione.
Mario Castellano