Della guerra in Ucraina saranno ricordate, nei libri di storia, due date di inizio: una è stata il Ventisette Febbraio, quando le forze armate di Putin hanno varcato la fragile linea armistiziale stabilita nel Donbass dagli “Accordi di Minsk”, peraltro mai rispettati; l’altra è quella del Cinque Settembre, cioè del primo lunedì dell’autunno meteorologico, giorno in cui per tradizione finiscono in Europa Occidentale le ferie estive e riaprono le fabbriche.

I lavoratori, però, le hanno trovate in molti casi chiuse, e la cessazione dell’attività – sia pure mascherata dai cosiddetti “ammortizzatori sociali” – rischia di rivelarsi definitiva.

La tempistica scelta dal nuovo Imperatore di Russia non poteva risultare più simbolica, ma soprattutto più efficace.

La data di ieri segna dunque il momento della nostra entrata in guerra, ed anche se per fortuna non vedremo ritornare nessun familiare dentro una cassa da morto, si pone ugualmente – in termini drammatici – il problema, decisivo in ogni conflitto, della tenuta del fronte interno.

Che a sua volta non viene risolto dalle riserve di gas, e nemmeno dalle misure di razionamento, di cui non si è comunque minimamente parlato sulle rive del lago di Como durante l’ultimo allegro fine settimana, allietato da pranzi sontuosi, da belle donne e da ogni sorta di amenità ad uso della stampa: come se le notizie economiche ed il “gossip” facessero tutt’uno.

Nessuno degli intervenuti ha osato pronunziare una sola parola di allarme, che sarebbe d’altronde risuonata ineducata e quasi blasfema in un simile ambiente.

Il motivo è semplice: gli industriali, alle prese con una situazione che li costringe a cessare la produzione ed a licenziare i dipendenti, non c’erano; erano viceversa presenti i finanzieri, i quali hanno a che fare solo molto indirettamente con l’economia reale.

Quanto ai “leaders” politici, hanno sottaciuto anch’essi la crisi energetica, come le decisioni da prendere non li avessero riguardati.

I giornalisti, a loro volta, sono rimasti estasiati dal cibo raffinato offerto loro a sbaffo dagli organizzatori: questa categoria tratta chi la riceve a seconda della qualità del pranzo, come se se fosse composta unicamente da critici gastronomici, quali Edoardo Raspelli (l’uomo che “assaggia e giudica” spietatamente).

Gli scribi hanno dunque evitato di porre domande imbarazzanti.

I lettori – dal canto loro – si stanno domandando in quale mondo vive tutta questa gente.

Lasciamo però a chi si occupa di economia l’analisi di quanto sta succedendo in tutto l’Occidente, e poniamoci – essendo più interessati agli aspetti culturali della situazione – il problema nei suoi termini spirituali.

In uno dei Paesi fondatori dell’Unità Europea, cioè l’Italia, sta per andare al governo una coalizione composta da soggetti che non hanno mai condiviso (riconosciamo loro il pregio della coerenza), ovvero hanno platealmente rinnegato, dopo averli a lungo contraddetti e annacquati, i principi della democrazia liberale: quelli che la Commissione presieduta da Giscard d’Estaing aveva indicato come valori fondanti nella cosiddetta “Costituzione” dell’Unione Europea, appartando viceversa ogni riferimento alla tradizione giudaico – cristiana.

Se non fosse per questa tradizione, l’Europa si ridurrebbe – come l’avevano definita contemporaneamente, pur ignorando addirittura l’uno la stessa esistenza dell’altro, Mao Tse Tung e Paul Valéry – ad “un promontorio dell’Asia”: il nostro Continente, infatti, non esiste nella geografia fisica.

Ora però l’Unione di Bruxelles è posta dinnanzi alla cosiddetta “alternativa del diavolo”: se espelle – o quanto meno emargina – l’Italia della Meloni e di Salvini, si disgrega; se invece fa finta di nulla dinnanzi all’adozione di una ideologia non liberaldemocratica, si snatura.

La Meloni afferma astutamente – né mettiamo in dubbio la sua sincerità – che continuerà nelle sanzioni alla Russia e nell’invio di armi all’Ucraina.

La compattezza del fronte occidentale viene però a mancare completamente quando si dissente nel modo più radicale dalle motivazioni per cui si sta combattendo.

In questo caso, la sconfitta è assicurata, come dimostra il diverso atteggiamento assunto dagli Italiani tra il 1915 ed il 1940 nei confronti della guerra: nel primo caso, tutti quanti volevano vincerla, credendo in una causa comune; nel secondo, si trattava soltanto della causa dei fascisti, e gli antifascisti auspicavano dunque la loro disfatta.

Se la liberaldemocrazia fa la stessa fine, essendo ripudiata dalla maggioranza degli Italiani, ma anche da una quota consistente (e crescente) degli altri Europei, bisogna già domandarsi che cosa sarà il nostro Continente dopo la guerra.

Il punto debole della Meloni – anche se non mancano tra i suoi consiglieri alcuni seguaci di Evola e del pensiero conservatore – non sta, paradossalmente, nell’essere una tradizionalista, bensì nel non essere tale con la dovuta convinzione e con la dovuta coerenza.

Se lo fosse per davvero, si schiererebbe con Dugin; oppure tenterebbe di approfittare dell’attuale crisi ideale e spirituale dell’Europa per proporre di sostituire la burocrazia di Bruxelles con un rinnovato Sacro Romano Impero.

La Signora romanesca non può farlo perché rimane in ostaggio di una cultura politica nazionalista, come dimostra il nome stesso del suo partito, senza minimamente considerare che l’identitarismo “italiano” costituisce nella migliore delle ipotesi una invenzione intellettuale, e nella peggiore delle ipotesi una imposizione ideologica.

Mussolini compì la stessa operazione, adulando i connazionali – definiti con involontario umorismo “Popolo di Eroi” – e facendosi adulare da chi se lo credeva.

Il risultato lo conosciamo.

La Meloni non sa cogliere l’aspetto decisivo dell’attuale “zeit geist”: l’identitarismo, in Europa Occidentale, non è vissuto in termini nazionali, bensì in termini religiosi (nel senso più lato del temine), ovvero in termini regionali: esso porta dunque al Sacro Romano Impero, oppure allo “Antico Stato” regionale.

Non è certo questo, però, il sentimento dei fancazzisti dell’Alitalia, o degli imbucati nel Campidoglio.

Secondo la Meloni, però, il popolo italiano è composto soltanto da queste categorie, oltre che, naturalmente, dai funzionari del suo Partito: i quali sono pronti a gettarsi sulla RAI, promessa loro quale bottino di guerra.

Mario Castellano