Due fatti dominano l’attualità internazionale delle ultime ore: uno è la visita dal Papa a Bari, tradizionale porta dell’Italia aperta verso l’Oriente; l’altro è la proposta della Signora Le Pen, che vorrebbe chiudere il confine tra la Francia ed il nostro Paese.

Il Capoluogo della Puglia ospita fin dal Medio Evo le soglie di San Nicola di Mira: il quale però, essendo stato adottato “post mortem” da questa Città, è noto in Occidente precisamente come San Nicola da Bari.

Trattandosi però anche del Patrono della Russia, la sua tomba nella Cattedrale è tradizionalmente meta di pellegrinaggi provenienti da quel Paese: nel quale questa usanza mantiene intatto, senza le contaminazioni turistiche proprie del nostro Occidente secolarizzato, le caratteristiche di una esperienza spirituale e penitenziale.

Il tema del pellegrinaggio ricorre d’altronde in tutta la tradizione letteraria dell’Ortodossia, e di quella russa in particolare.

L’ospizio destinato ad accogliere i visitatori provenienti da quel Paese, costruito al tempo dell’Impero ed acquisito dopo la Rivoluzione dallo Stato italiano, è stato restituito alla Russia, le cui Autorità hanno provveduto a restaurarlo e a riadattarlo perché torni ad ospitare i loro connazionali.

Tra i molti accorsi a venerare le spoglie del Patrono, non poteva mancare il Presidente Putin: il quale, sceso nella cripta che ospita le spoglie del Santo Vescovo in compagnia di Romano Prodi, fu visto dal collega italiano stendersi prono a terra in atto di venerazione.

Parlando di Bari, non si può tacere come la sua vocazione di tramite con l’Oriente venne rivalutata dal Podestà Araldo di Crollalanza, figura singolare di gerarca esterofilo e di larghe vedute, che ideò nel periodo tra le due guerre la famosa “Fiera del Levante”.

Quando Crollalanza morì, la Repubblica gli tributò giustamente delle esequie solenni, celebrate proprio nella Cattedrale di San Nicola con grande concorso di Autorità e di popolo.

Ricordiamo anche l’incontro voluto dall’attuale Pontefice con tutti i Patriarchi delle Chiese Ortodosse autocefale, a ciascuno dei quali venne donata una ampolla del liquido che sgorga misteriosamente dal corpo del Santo, detto popolarmente la “Manna di San Nicola”, cui si attribuiscono proprietà taumaturgiche.

Questa volta si sono riuniti a Bari, insieme con il Vescovo di Roma, tutti i suoi Confratelli del bacino del Mediterraneo: molti dei quali operano “in partibus infidelium” senza però svolgere attività di proselitismo, quanto piuttosto di testimonianza della Fede cristiana e di dialogo con le altre religioni: i presuli dell’Africa Settentrionale, alcuni di origine italiana come quello di Tunisi, altri francese come il collega di Algeri, altri ancora spagnola come il confratello di Rabat, sono tutti insigni studiosi della cultura araba e della religione islamica.

La religione – anche quando è diversa – tende oggi ad unire i popoli, e non a dividerli.

Il Papa, prima convocando l’incontro di Bari e poi concludendolo solennemente con la sua omelia, ha inteso aggiungere un’altro importante tratto al suo disegno di una alleanza tra i popoli del Meridione del Mondo.

Si tratta di una visione opposta al redivivo spirito delle Crociate.

Questa esperienza storica non fu – come afferma una certa vulgata diffusa oggi dalla polemica contro il Musulmani – una anticipazione dl colonialismo.

Il colonialismo si sarebbe sviluppato molto più tardi come proiezione al di fuori dell’Europa Occidentale del sistema capitalistico, che comportava tanto la sottomissione delle masse di proletari addetti al lavoro industriale quanto delle popolazioni assoggettate per trarre dai loro territori le materie prime destinate all’industria.

Non è casuale che il “Manifesto dei Comunisti” di Marx fosse dedicato ai “Proletari di tutti i Paesi” ed insieme ai “Popoli Oppressi”.

Oggi, caduta l’utopia comunista, il conflitto si è trasferito dalle classi alle Nazioni.

Ne consegue che le popolazioni mediterranee si ritrovano accomunate dagli stessi interessi e dalle stesse aspirazioni.

Non si possono tuttavia confondere le categorie della politica internazionale con le necessità della profilassi: le misure disposte nei confronti di chi proviene dalla Cina sono inevitabili, e non le si possano respingere etichettandole impropriamente come una manifestazione di razzismo.

Non esistono, naturalmente, gli “untori” di cui parlava il Manzoni: nessuno deve essere demonizzato come se fosse un propagatore volontario della malattia, ma nessuno – neanche la Comunità cinese ed i rappresentanti diplomatici di quel Paese - può negare la propria collaborazione all’Autorità Sanitaria.

Se venisse accertato che il cosiddetto “paziente zero”, cioè colui che ha portato il virus in Italia, è un cinese di ritorno dalla Madrepatria, i suoi compatrioti non dovrebbero essere trattati diversamente da come avviene con le popolazioni italiane autoctone residenti nei luoghi in cui si è manifestato il contagio.

Veniamo però alla chiusura del confine con l’Italia invocata dalla Signora Le Pen.

Fino a ieri c’era in Italia chi plaudiva al suo razzismo nei confronti di altre popolazioni: oggi rischiamo di essere noi le vittime di questo atteggiamento.

Quando Salvini tornò a propugnare la politica dei “cannoni a Ventimiglia”, a causa dell’ostilità nei riguardi della tradizione repubblicana della Francia insita nel suo autoritarismo come già era stata propria del fascismo, ci ritrovammo a protestare insieme sulla piazza di Nizza non a caso intitolata a Garibaldi – campione per antonomasia dell’internazionalismo – provenendo da entrambi i lati del confine senza distinzione di origine né di orientamento politico.

Accanto alle bandiere dell’Italia e della Francia, fu innalzato il vessillo dell’Occitania.

Vennero intonati inni in italiano e in francese, in ligure ed in provenzale, a testimonianza di quanto risulti complessa e intricata l’identità della nostra gente di frontiera.

La nostra aspirazione è sempre stata quella di cancellare il confine.

Non era presente su quella piazza – lo annotiamo senza polemica – il Dottor Paolo Celi, che pure capeggia una “Associazione per l’Amicizia tra Francia e Italia”, malgrado si stesse vivendo un momento decisivo per difendere questo valore.

Né oggi la voce della sua Associazione si leva in difesa di una misura che risulterebbe gravemente discriminatoria nei riguardi degli Italiani: dalle nostre parti non si è perduto il ricordo tragico della strage di Aigues Mortes, quando decine di lavoratori agricoli provenienti dal nostro Paese vennero sterminati dall’odio xenofobo in Provenza; neanche ci si dimentica tuttavia dell’aggressione fascista alla Francia, consumata nel 1940, che divise tante famiglie, tante amicizie, tante collaborazioni e tante convivenze sedimentate da secoli di storia.

Il Dottor Paolo Celi si era impegnato solennemente più di due anni or sono a pubblicare un giornale intitolato “Le Phare”, che a suo dire avrebbe dovuto diffondere in Francia il messaggio del Magistero di Papa Francesco.

La presentazione di questo periodico fu celebrata solennemente nel salone di un grande albergo di Parigi, alla presenza di diversi Ministri della “République” e soprattutto di Sua Eccellenza il Nunzio Apostolico in Francia, nonché del Direttore e dell’Editore dell’edizione italiana, rispettivamente il Dottor Izzo ed il Dottor Benotti.

Essendo considerata scomoda la nostra presenza nella Redazione, ci siamo ritirati in buon ordine.

Il giornale non ha però mai iniziato le sue pubblicazioni, né tanto meno si è celebrato un Convegno di studi storici, ugualmente promesso, dedicato alla figura di Monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, protagonista - in qualità di Nunzio Apostolico a Parigi – della riconciliazione tra l’Italia e la Francia.

Inutilmente i più illustri studiosi della materia, da noi personalmente interpellati, avevano offerto GRATUITAMENTE la loro collaborazione, come fu gratuita la nostra opera in qualità di Curatore Scientifico.

Dal canto suo, la Santa Sede aveva messo a disposizione, per svolgere i lavori, la prestigiosa sede della Casina di Pio IV, situata in Vaticano e sede dell’Accademia Pontificia delle Scienze.

Il motivo di questi impegni mancati è semplice: chi è schierato dalla parte di Salvini e della Le Pen non può certamente farsi portavoce del Magistero del Papa.

La Santa Sede – a nostro modestissimo avviso – dovrebbe cercare altri interlocutori tra le genti del nostro confine.

Da una parte come dall’altra, siamo tutti impegnati per mantenerlo aperto, avendolo sempre considerato artificioso in quanto divide famiglie, amicizie, rapporti professionali ed economici.

Nel solo Dipartimento delle Alpi Marittime, che ha come capoluogo Nizza, operano attualmente ben millesettecento imprese guidate da nostri connazionali, il cui numero cresce continuamente.

L’associazionismo italiano nel Paese confinante - non solo a Nizza, ma anche a Marsiglia e a Parigi,- si riconosce fin dal tempo della Rivoluzione nei valori della Repubblica, nei quali ci sentiamo pienamente identificati.

La Santa Sede – lo diciamo nella nostra qualità di cattolici democratici e liberali – se veramente vuole sostenere la causa della concordia e della fraternità tra i popoli, dovrebbe cercare i propri interlocutori in questo ambito culturale, sociale e spirituale.

Noi apparteniamo – lo diciamo con orgoglio – ad una famiglia di “fuoriusciti”: con questo termine spregiativo il fascismo definiva gli Italiani che pagavano con l’esilio la propria opposizione al regime e la fede nei principi di libertà, fraternità ed eguaglianza.

Parlando in piazza Garibaldi, il Sindaco di Nizza Estrosi, anch’egli dichiaratosi orgogliosamente discendente da uno di loro, ne ha rivendicato l’apporto alla società francese, ed in particolare alla sua Città.

Il Dottor Celi è naturalmente libero di pensare diversamente, come pure di coltivare le sue amicizie in Vaticano, ma la Santa Sede deve tenere conto che vi è anche chi, come i nostri nonni, i nostri padri e noi stessi, ha scelto l’ideale della giustizia per tutti i popoli del mondo: lo stesso ideale del Papa.

Mario Castellano