Viene così sanata una ingiustizia linguistica, prima che politica: la denominazione ripresa nel 1918 dallo Stato italiano dopo avere portato il confine al Brennero era stata imposta da Napoleone, il quale denominava i Dipartimenti – che poi sarebbero stati chiamati nel nostro Paese “Province” - con dei toponimi presi dalla geografia fisica.

Se dunque in Francia, al posto dei nomi dei feudi dello “Ancien Régime” esistono – tanto per dare qualche esempio – l’Alta Marna o i Bassi Pirenei, noi avemmo il Dipartimento degli Olivi (corrispondente all’allora Sotto Prefettura di Porto Maurizio) – e, per l’appunto, l’Alto Adige.

Questi nomi volevano significare – come quelli che la Rivoluzione aveva imposto ai mesi dell’anno – un ritorno allo stato di natura, depurato da incrostazioni storiche considerate frutto di superstizioni.

La ripartizione amministrativa, dopo la Restaurazione, rimase: il Dipartimento – per rendersene conto basta osservare la mappa della Francia – era disegnato in modo che ciascun cittadino potesse raggiungere il capoluogo al massimo in un giorno, andando a cavallo.

Oggi ci arriva in un’ora di automobile.

In Italia, i nomi vennero cambiati, indicando le Provincie con quello del rispettivo capoluogo.

In effetti, esiste oggi la Provincia Autonoma di Bolzano.

Dal punto di vista della cultura germanica, c’è invece soltanto il Tirolo: che comprende anche la Provincia di Trento, cioè la sua parte di lingua italiana, unita con quella di lingua tedesca in una sorta di “unicum”, o – se si preferisce – di “continuum”.

Vale, anche in questo caso, il principio secondo cui “Natura non facit saltus”.

L’Inno di Andreas Hofer è stato diligentemente tradotto in italiano, ad uso dei Trentini,

e gli “Schutzen” sfilano regolarmente anche nei Paesi posti a Sud di Salorno.

Perfino la lapide posta nel luogo in cui venne catturato Cesare Battisti viene regolarmente profanata, ad opera di quei concittadini che rimpiangono l’Imperial Regio Governo.

Guido Piovene, compiendo il suo leggendario “Viaggio in Italia”, lo iniziò proprio da Bolzano, e per scoprire dove passassero i confini culturali – memore della sua provenienza da una Regione vinicola per eccellenza, quale il Veneto – osservava la tecnica usata nell’impianto delle vigne.

A chi non sa di agricoltura, suggeriamo di risalire la Valle dell’Adige, partendo da Verona e percorrendo quella strettoia che il Monte Baldo divide dal Lago di Garda.

Appena lasciato il Capoluogo scaligero, i campanili, che in pianura sono costruiti secondo lo stile italiano, assumono la stessa forma aguzza propria dei Paesi di lingua tedesca.

Di lì fino alla Scandinavia, questa architettura non cambia.

Ecco perché tanti visitatori nordici, venendo in Italia, si sono fermati a Verona, c’è chi dice perché affascinati dalle discendenti di Giulietta, ma forse in quanto il Bel Paese si è già rivelato a loro: Shakespeare, non a caso, vi ambienta due delle sue opere di ambiente italiano, mentre un’altra ha per teatro Venezia.

Goethe, arrivando in carrozza, soltanto dopo Trento trovò un vetturale a cui “non si tira fuori una sola parola in tedesco”.

Arrivato a Malcesine, venne subito scambiato per una spia dalla occhiuta polizia veneziana: se la cavò vantando l’amicizia con i Brentano – divenuti in Germania Von Brentano – illustri emigrati da quelle parti.

Fin da allora, il confine del Nord Est era caldo.

Anche Thomas Mann, descrivendo nella “Montagna Incantata” la figura del patriota italiano, ricorda la consegna della “Frontiera al Brennero”.

La quale ha in comune con quella sul Reno il fatto di lasciare al di qua delle popolazioni di lingua tedesca.

Era dunque prevedibile che ci toccasse sopportare le conseguenze di un irredentismo alla rovescia.

Tale tendenza, come tutte le rivendicazioni territoriali, da luogo per prima cosa a delle contese sui nomi, che non determinano però – qui il gioco di parole non funziona – delle dispute nominalistiche.

In realtà, “Nomina sunt substantia rerum”, mentre l’altro motto - “Nomina nuda tenemus” - si può applicare soltanto ai perdenti.

La crisi era in realtà già esplosa fin da quando l’Austria aveva iniziato l’iter di una nuova norma che estende la sua cittadinanza “ope legis” agli abitanti di lingua tedesca del Tirolo.

Il disposto della legge consente in realtà anche ai Trentini di ottenere il passaporto semplicemente richiedendolo al Consolato, senza bisogno di attendere la naturalizzazione.

L’Italia ha protestato, ma dal punto di vista giuridico “nihil dicendum”, non essendosi commessa nessuna violazione del Diritto Internazionale.

Anche noi abbiamo sempre riservato un trattamento preferenziale ai cosiddetti “Italiani non Regnicoli”.

Ogni Stato regola questa materia a propria discrezione, e già Orban ha esteso la cittadinanza magiara a tutti i componenti delle minoranze ungheresi, disseminati – per effetto del Trattato del Trianon – tra Slovacchia, Serbia e Romania.

In altro ambito, ogni ebreo può richiedere la cittadinanza israeliana a prescindere da quella genitori e del luogo di nascita.

Va da sé, comunque, che simili norme hanno lo scopo di facilitare l’esercizio dell’autodeterminazione.

È precisamente questo l’esito temuto dalle Autorità di Roma.

Tanto più che anche in questo caso – come del resto dovunque – il principio stabilito nella Carta delle Nazioni Unite non è riflesso nell’ordinamento interno, che considera reato ogni attentato all’integrità territoriale dello Stato.

Ci sono stati, però, due tipi di eccezioni, uno dei quali era esplicitato nella Costituzione dell’Unione Sovietica, nel quale veniva espressamente riconosciuto il diritto alla secessione di ciascuna Repubblica.

Quando l’Ucraina volle esercitarlo per prima, Gorbaciov obiettò che doveva attendere l’emanazione delle norme riguardanti la relativa procedura.

Il Governo di Kiev rispose beffardamente che nelle more di tale adempimento proclamava l’Indipendenza.

L’altra eccezione è invece implicita nel carattere federale o confederale di uno Stato: i soggetti che lo compongono, comunque siano denominati, dispongono di un potere di imperio originale, e non derivato, per cui possono a loro discrezione rescindere i legami con l’Autorità centrale.

Lincoln aveva dunque torto quando negava il diritto dei Sudisti alla secessione.

Il Re Juan Carlos parlava – nei suoi discorsi ufficiali – di “Confederazione Spagnola”.

Tuttavia, se anche lo Stato spagnolo non fosse tale, non vi è dubbio che la sua Costituzione riconosca il carattere originario del potere di imperio attribuito, quanto meno, alla Catalogna ed al Paese Basco.

Entrambe queste entità hanno dunque per ciò stesso facoltà di rompere i loro legami con Madrid.

Se però tale diritto non fosse loro attribuito, la dichiarazione di Indipendenza della Generalità risulterebbe un atto nullo, che – a differenza dell’atto annullabile in quanto illegittimo – non produce alcun effetto giuridico.

Ne consegue che i dirigenti di Barcellona non hanno commesso nessun reato.

L’Amministrazione di Napoli ha deliberato che il Comune batta una propria moneta, avente corso legale.

Non sappiamo se questa valuta venga accettata negli esercizi commerciali, ma sappiamo che l’atto è nullo, dal momento che esula dalla competenza dell’Amministrazione Pubblica considerata nel suo insieme.

De Magistris, però, non è stato arrestato, né sottoposto a procedimento penale.

L’Italia è forse più Stato di Diritto della Spagna?

No, ma semplicemente Madrid ha inteso trarre una conseguenza di ordine penale dal dissenso in merito alla motivazione nel merito di un provvedimento che poteva essere valutato unicamente sul piano del Diritto Pubblico.

Bastava dunque una sentenza dichiarativa di nullità, emessa per l’appunto dalla Giurisdizione Amministrativa, e la Catalogna non sarebbe mai divenuta indipendente.

Diversa sarebbe stata la situazione se la Catalogna avesse agito “de facto” come tale.

E’ però mancato l’equivalente dell’attacco a Forte Sumter, cioè l’atto ostile contro un bene appartenente al Demanio dello Stato spagnolo.

Ciò rivela che la misura adottata da Barcellona voleva essere semplicemente – come si suol dire - “di agitazione”: Puigdemont sperava che in seguito ad essa Madrid avrebbe aperto dei negoziati in merito ad un referendum aperto a tutti gli esiti, anche alla secessione.

L’errore era lo stesso che commettono oggi i dirigenti del Tirolo Meridionale: se gli Stati Nazionali ammettessero che la cittadinanza, istituto giuridico che designa l’appartenenza di una persona fisica ad uno Stato, non coincide necessariamente con la nazionalità, categoria riferita ad una identità collettiva di ordine culturale, e che ciò può dare luogo all’esercizio dell’autodeterminazione, si aprirebbe il vaso di Pandora.

Dopo la Catalogna, moltissime altre Regioni seguirebbero inevitabilmente il suo esempio.

Ora la Spagna approfitta dell’eco del genocidio consumato ai danni dei Curdi per fare passare sotto silenzio una violenza certamente meno grave nelle sue conseguenze, originata però da una trasgressione dello stesso principio.

Quando venne repressa la “Primavera di Praga”, la Sinistra manifestava per il Vietnam.

Oggi tutti simpatizzano giustamente per la causa dei Curdi, e certamente l’islamismo di Erdogan non è condivisibile, ma ciò non autorizza nessuno ad usare due pesi e due misure.

Altrimenti, l’estrema Destra spagnola si sentirà autorizzata a reprimere i Catalani nel nome del Cattolicesimo.

Che, naturalmente, non c’entra assolutamente per nulla.

Mario Castellano