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e segnaliamo ai nostri lettori l’impresa cui si è meritoriamente accinto l’amico ingegnere Piergiorgio Antoniadis, raccomandando loro di prestare a questa nobile causa tutto l’aiuto possibile, nei modi che spiegheremo di seguito, lo facciamo per molti e validi motivi, che sentiamo il dovere di ricordare.

Da moltissimi anni siamo legati da fraterna amicizia, oltre che da un solido e profondo sodalizio intellettuale, all’ingegnere Antoniadis e, prima ancora, ai suoi genitori.

Il padre, Paris Antoniadis, è un membro eminente della diaspora greca, cioè di quell’ampia parte del popolo ellenico che, pur avendo intrapreso un’emigrazione remota nel tempo e nello spazio, ha saputo mantenere intatta la propria identità.

Un suo antenato si trasferì da Salonicco, all’epoca ancora sottoposta al dominio ottomano, fino ad Alessandria d’Egitto, città nella quale la comunità greca ha radici antiche e profonde. Alessandria, fondata da Alessandro Magno nel 331 avanti Cristo, divenne sotto la dinastia dei Tolomei uno dei principali centri culturali del mondo ellenistico.

Alla città è legata anche la figura del grande poeta greco Costantino Kavafis, che contribuì in modo determinante alla letteratura del suo Paese, pur vivendo lontano dalla Grecia continentale.

La famiglia Antoniadis si spinse profondamente nel continente africano, fino a raggiungere le sponde del Congo, dove Paris nacque, crebbe e conobbe sua moglie, una cittadina italiana residente in Africa.

Egli compì tuttavia i propri studi nella madrepatria, attingendo alla grande cultura classica greca. Non molti, neppure tra i suoi connazionali moderni, sono in grado di leggere direttamente i poemi omerici e le opere dei grandi tragediografi. Paris Antoniadis appartiene a questa élite intellettuale.

Dal loro matrimonio non poteva che nascere un figlio dedito, da una parte, alla mediazione tra culture diverse e, dall’altra, alla ricerca scientifica, anch’essa alimentata da un’autentica sete di conoscenza.

Se Paris Antoniadis può essere considerato un degno erede della Grecia classica, Piergiorgio incarna pienamente la figura dell’europeo moderno: un uomo capace di attraversare Paesi, culture e discipline differenti, contribuendo alla formazione di quella koinè culturale che potrà costituire il fondamento di una vera unità europea.

Radicato dapprima in Italia e successivamente in Belgio, Piergiorgio Antoniadis non si è dedicato soltanto all’ingegneria, ma ha esteso i propri interessi a numerosi altri campi della conoscenza: dalle scienze agrarie alla chimica, dalla biologia alla botanica, fino alle applicazioni dell’informatica e dell’intelligenza artificiale.

Questa estrema versatilità e varietà di interessi non gli hanno impedito, così come non lo avevano impedito a suo padre, di trasformare le conoscenze teoriche in applicazioni concrete.

La sua famiglia, rimasta a lungo in Congo nonostante i travagli seguiti all’indipendenza, ha accompagnato il Paese d’adozione nelle prime tappe del suo sviluppo, contribuendo in particolare alla realizzazione delle infrastrutture necessarie al nuovo Stato.

Ritornato in Europa, Piergiorgio Antoniadis è stato testimone di un’altra vicenda drammatica: la progressiva deindustrializzazione del nostro continente e la crisi delle grandi manifatture che avevano avuto proprio nel Belgio, non a caso definito un tempo «l’officina d’Europa», uno dei luoghi del loro originario e maggiore sviluppo.

In quelle regioni, la crisi industriale ha prodotto conseguenze sociali particolarmente profonde.

Ce ne sarebbe stato abbastanza per considerare impossibile continuare a svolgere il proprio ruolo sociale e perfino per pentirsi della scelta degli studi di ingegneria.

Proprio in questa situazione, però, Piergiorgio Antoniadis ha concepito una delle sue intuizioni più importanti.

Se gli operai, ma anche gli ingegneri, erano costretti a ritornare alla terra, potevano farlo senza disperdere le competenze scientifiche e tecniche acquisite attraverso il lavoro di intere generazioni.

L’ingegnere Antoniadis si è così posto alla guida di un gruppo di giovani interessati a una nuova forma di agricoltura.

«Contadino, scarpe grosse e cervello fino», afferma un nostro antico proverbio. Oggi il cervello si è ulteriormente affinato, mentre non vi sono più necessariamente le scarpe grosse e i pesanti abiti di chi faticava nei campi.

I nuovi agricoltori possono vestire il camice bianco dei ricercatori e operare in ambienti controllati, nei quali i processi naturali vengono studiati, regolati e ottimizzati attraverso la tecnologia e il lavoro dell’uomo.

In questa prospettiva moderna si rinnova anche il compito affidato all’essere umano dalla Bibbia: coltivare e custodire la terra, utilizzando con responsabilità le risorse ricevute.

Una delle nuove frontiere dell’agricoltura è rappresentata dall’idroponica. Il termine deriva dalle parole greche hydor, acqua, e ponos, lavoro, e indica la coltivazione delle piante senza ricorrere al terreno agricolo tradizionale, mediante soluzioni nutritive a base d’acqua e, in alcuni sistemi, substrati inerti.

Nella cultura classica l’acqua era considerata uno dei quattro elementi fondamentali e, tra essi, quello maggiormente associato all’origine e alla conservazione della vita. Non sorprende, dunque, che sia stata divinizzata o venerata da numerose civiltà antiche.

Nell’intervista che alleghiamo, Piergiorgio Antoniadis illustra con efficacia divulgativa le possibilità offerte da queste nuove tecniche.

Noi, che non possediamo una specifica formazione scientifica, ci limitiamo a osservare come la nuova agricoltura, riducendo l’esposizione delle coltivazioni alle difficoltà climatiche e ai limiti dei terreni montani, possa permettere a molti giovani originari di località periferiche, spesso colpite da spopolamento e disagio sociale, di rimanere legati alle proprie radici.

Essi potranno applicare alle attività agricole i risultati degli studi compiuti in discipline differenti, trasformando le conoscenze acquisite in opportunità professionali e produttive.

Prima di spiegare brevemente come i nostri lettori possano contribuire a questo progetto, sentiamo il dovere di ricordare come l’ingegnere Antoniadis abbia reso possibile, fin dall’inizio, la pubblicazione di questo giornale.

La nostra attività editoriale è stata favorita dai progressi dell’elettronica, ma rimane profondamente legata alla realtà e all’identità di un luogo specifico. Sotto questo aspetto, essa presenta una significativa affinità con la nuova agricoltura promossa dal progetto eBioAgri: una realtà radicata nel territorio, ma capace di utilizzare tecnologie moderne e di dialogare con il mondo.

Contribuendo alla causa cui si è dedicato l’ingegnere Antoniadis, potremo almeno in parte sdebitarci per l’aiuto che ci ha prestato, rendendo possibile a noi scrivere e ai nostri lettori seguirci.

Il progetto offre diverse possibilità di partecipazione.

I giovani studenti o laureati nelle discipline interessate da questo nuovo lavoro — ingegneria elettronica, informatica, scienze agrarie, chimica, biologia e botanica — potranno prendere contatto con i promotori per valutare la possibilità di svolgere uno stage, un tirocinio o un periodo di formazione.

Successivamente, potranno decidere se dedicarsi professionalmente a questa attività e contribuire al suo sviluppo.

Coloro che desiderano partecipare al progetto mettendo a disposizione competenze, risorse o capitali potranno contattare direttamente i promotori per valutare le possibili forme di collaborazione o investimento, nel rispetto della normativa applicabile.

Sarà inoltre possibile conoscere e acquistare i prodotti realizzati attraverso i sistemi di coltivazione eBioAgri, non appena saranno disponibili per la commercializzazione.

Chi, soprattutto, desidera compiere un benemerito gesto di mecenatismo può partecipare alla campagna di crowdfunding aperta per sostenere la crescita del progetto.

Invitiamo pertanto tutti i nostri lettori a contribuire secondo le proprie possibilità. Anche chi non potesse effettuare una donazione potrà offrire un aiuto prezioso facendo conoscere l’iniziativa, condividendola con amici, conoscenti, associazioni, imprese e istituzioni.

Il ritorno di molti giovani alla terra costituisce oggi una necessità, ma può diventare anche una vera vocazione, capace di coniugarsi con quella per la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica e il servizio alla comunità.

L’ingegnere Piergiorgio Antoniadis rimane naturalmente a disposizione di tutti coloro che desiderino approfondire gli argomenti che abbiamo tentato di riassumere.

Ci auguriamo che la sua opera possa essere conosciuta, sostenuta e sviluppata, contribuendo alla rinascita dei territori montani e al bene comune.

eBioAgri nasce dalla visione di Piergiorgio Antoniadis, ingegnere robotico italo-greco con competenze in informatica, elettronica, automazione, robotica e agricoltura sostenibile. Dopo esperienze maturate in diversi contesti internazionali e una formazione poliedrica e polivalente, ha scelto la Valcamonica per sviluppare il suo progetto, perché qui riconosce grandi potenzialità ancora inespresse.

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Ingegnere, in cosa consiste esattamente eBioAgri?

È un progetto di agricoltura bioponica intelligente; in poche parole, è una serra tecnologica nella quale le piante crescono senza terra. Le radici ricevono acqua e nutrimento in modo preciso, grazie a sensori e centraline, che controllano temperatura, umidità, luce, pH, conducibilità elettrica, ossigenazione e qualità ambientale. Tutti i dati vengono registrati per capire cosa funziona, cosa va corretto e quali condizioni producono il risultato migliore, secondo una dieta equilibrata fornita da agronomi e nutrizionisti. eBioAgri non è più solo in fase di progettazione: infatti, dispone già di due serre e sta entrando nella commercializzazione, pur mantenendo ricerca e sviluppo come priorità permanenti. Una campagna di crowdfunding punta a sostenere ampliamento, cooperazione, formazione e passaggio commerciale.

Al momento, cosa sta coltivando?

La produzione ha preso avvio con germogli e microgreens: colture caratterizzate da tempi di crescita brevi, un elevato valore nutrizionale e un ridotto fabbisogno di spazio e acqua, che possono essere coltivate durante tutto l’anno. Questi prodotti, inoltre, risultano particolarmente interessanti per la ristorazione, i mercati locali e i consumatori attenti alla qualità. In seguito, il progetto si estenderà ad altre tipologie di coltivazione, spaziando dalle varietà locali a quelle esotiche, con particolare attenzione alla garanzia degli standard organolettici e sanitari, e all’ottimizzazione dei costi. Proprio sotto questo profilo, una stima prudenziale indica che una vaschetta di germogli, venduta a un prezzo medio di 1,10 €, avrebbe un costo di produzione di circa 0,45 €, con un margine lordo indicativo pari a 0,65 €.

Si tratta di un dato particolarmente significativo! Per quali ragioni ha individuato nella Valcamonica il territorio ideale per dare vita al Suo progetto?

Le risorse naturali ed energetiche, la tradizione produttiva, le capacità pratiche e i giovani da formare sono i punti forza della Valle. Questo territorio può vivere, in scala montana, una trasformazione simile a quella che la California conobbe all’inizio della propria evoluzione tecnologica. L’idea è, quindi, quella di creare un polo di eccellenza dedicato alla robotica applicata all’agricoltura, capace di trasformare la Valle in un laboratorio vivo e attivo, da cui sviluppare tecnologie e competenze esportabili anche altrove.

Quali sono i principi fondamentali del Suo progetto?

Sicuramente la formazione. Da circa tre anni, eBioAgri coinvolge sei giovani di età e orientamenti diversi, impegnati in un percorso pratico che unisce agricoltura, robotica, informatica, automazione, sensoristica e intelligenza artificiale. L’obiettivo non è solo insegnare nozioni, ma farli lavorare su sistemi reali, affinché possano vedere come una serra intelligente funziona, producendo dati, controllando l’ambiente e migliorando ciclo dopo ciclo.

Un altro aspetto centrale di eBioAgri è la sicurezza del prodotto: una rete di sensori e di punti di rilevazione permette di analizzare in modo accurato, secondo per secondo, l’andamento della coltivazione. Il sistema è pensato per ridurre al minimo l’uso di sostanze nocive, ostacolare i parassiti e individuare eventuali patologie in modo rapido. In questo modo, eBioAgri offre alimenti più controllati, sicuri e trasparenti, riducendo gli interventi chimici e aumentando l’affidabilità dell’intera filiera.

Il termine “Bio”, nel nome eBioAgri, indica che il prodotto è biologico certificato?

No, richiama – piuttosto – concetti come sostenibilità, attenzione ai processi naturali e tecnica di coltivazione bioponica. A differenza delle coltivazioni in campo aperto, le serre controllate di eBioAgri proteggono le piante dagli effetti diretti di piogge acide, contaminazioni atmosferiche, eventi climatici estremi e altre forme di pressione ambientale o antropica. Ciò nonostante, il progetto non si presenta come biologico certificato.

L’intelligenza artificiale (IA) è un ingrediente fondamentale nel Suo progetto…

Assolutamente sì! L’IA è uno strumento che aiuta a ridurre errori, sprechi e consumi, migliorando la qualità, l’uniformità e la stabilità produttiva.

Infatti, analizza i dati raccolti durante la coltivazione e può aiutare a identificare i migliori parametri per la crescita della pianta (temperatura, acqua, tipo di luce, ecc.). Il fine, naturalmente, non è sostituire l’agricoltore o il tecnico, le cui competenze restano centrali, ma rafforzarne le conoscenze e supportarne le decisioni attraverso i dati raccolti dall’IA.

Precedentemente parlava di un crowdfunding. Perché è nata l’esigenza di fondarlo?

Per raccogliere fondi destinati ad ampliare le serre, acquistare sensori e attrezzature, sviluppare il sistema tecnologico, rafforzare la formazione e accompagnare il passaggio alla fase commerciale. Il crowdfunding serve anche a coinvolgere cittadini, imprese e sostenitori in un progetto radicato nel territorio.

Infine, quali prospettive di crescita immagina per eBioAgri?

Vogliamo che eBioAgri diventi un modello scalabile, mantenendo in Valcamonica il cuore dell’iniziativa e trasformandolo in un polo di competenze, controllo, ricerca e coordinamento, capace – in futuro – di monitorare anche impianti collocati a grande distanza. Nonostante l’espansione, la visione rimarrà la stessa: produrre cibo sicuro e tracciabile, ridurre l’impiego di risorse, sviluppare tecnologie locali e offrire ai giovani una prospettiva concreta nell’agricoltura del futuro.

Mario Castellano