E’ proprio di ogni democrazia ampliare progressivamente l’estensione dei diritti e degli interessi legittimi riconosciuti ai cittadini. E’ viceversa tipica delle dittature la loro sistematica restrizione.

L’ultima trovata del Presidente del Consiglio consiste nella progettata abrogazione del reato di interesse privato in atti di ufficio, nonché dell’istituto del diritto pubblico rappresentato dalla responsabilità amministrativa.

Il motivo addotto da Conte per adottare tali misure risulta altrettanto tipico di ogni regime autoritario. Si tratta – secondo il sedicente “statista” (?!) di San Giovanni Rotondo – di rendere più spedita ed efficace l’azione svolta dai distinti organi dello stato e degli altri enti pubblici.

Anche l’erogazione delle sanzioni penali senza alcun processo, cioè senza l’accertamento delle relative responsabilità da parte di un soggetto imparziale, certamente semplifica – fino al punto di abolirla – la procedura penale.

Ne consegue però la proliferazione degli errori, che a questo punto non si possono più nemmeno definire “giudiziari”. Per il semplice motivo che si può essere condannati per l’appunto senza giudizio.

E’ chiaro che ogni persona fisica incorporata in un organo dello stato o di altro ente pubblico si sentirà incoraggiata ad operare qualora su di essa non incomba la possibilità di essere chiamata a rispondere di un reato, come pure di dovere risarcire il danno erariale che abbia eventualmente causato.

Si conferma ancora una volta il detto di Winston Churchill, secondo cui la democrazia è il peggiore sistema di governo, tolti tutti gli altri.

Chi osserva il suo funzionamento, si trova infatti al cospetto di apparenti macchinosità, causa di inevitabili lentezze nell’esercizio di ciascuno dei poteri. Ciò è causato dall’osservanza dei procedimenti stabiliti quale garanzia tanto dell’interesse pubblico quanto dei diritti dei consociati.

L’abolizione di questi procedimenti espone dunque l’uno e gli altri all’arbitrio. E l’arbitrio è tipico delle dittature.

A questo punto, ci si potrà domandare perché Mussolini non pensò mai di abrogare il reato di interesse privato in atti di ufficio, né l’istituto della responsabilità amministrativa. La risposta è semplice: al “duce” non importava naturalmente nulla dei diritti civili degli italiani, ma era viceversa sensibile ai loro diritti personali, e soprattutto all’interesse generale. Per questo, potè sopravvivere all’avvento del fascismo il culto ottocentesco dell’onestà e del disinteresse personale. Ci furono, naturalmente, anche i gerarchi corrotti, ma nessuno esibiva il maltolto come certi soggetti travolti da “tangentopoli”.

Conte ammira segretamente quegli assessori che passano in un breve volgere di tempo dalla indigenza, dovuta alla loro condizione anteriore di nulla facenti, ad una agiatezza di dubbia origine.

I vari socialisti, democristiani e comunisti di un tempo avevano fatto almeno la gavetta come galoppini: i “pentastellati” sono invece degli scappati di casa, eletti al parlamento con il famoso “clic”.

Vediamo ora nel dettaglio le imminenti novità legislative.

L’abuso in atti di ufficio si definisce come il fatto commesso da una persona incorporata in un organo dello stato o di altro ente pubblico che, avvalendosi illecitamente dei poteri inerenti alla sua funzione, commette, per recare ad altri un danno o per procurargli un vantaggio, qualsiasi fatto non previsto come distinto reato da una speciale disposizione di legge.

Si evince dalla definizione che la consumazione del reato non è connessa necessariamente con l’emanazione di un atto di diritto pubblico. La fattispecie risulta anche distinta dalla semplice emanazione di un atto illegittimo, quando manchi la finalità di danneggiare o di danneggiare se stesso o altri. Risulta però altrettanto chiaro che tale intenzione incrementa – oltre alla violazione della norma penale – anche quella delle norme amministrative.

Per questo, fu a suo tempo disastrosa la sostanziale abolizione del controllo di legittimità sugli atti degli enti locali.

Ora Conte si accinge a depenalizzare un comportamento che danneggia direttamente alcuni cittadini, e danneggia indirettamente tutti i contribuenti.

Aumenta dunque quella distanza tra i governanti ed i governati. Ciò è tipico di ogni autocrazia, ma in particolare di quella attualmente al potere in Italia, ispirata dalla ideologia “pentastellata”, che si basa a sua volta sulla invisibilità del potere.

Gaspar Rodriguez de Francia, “caudillo” del Paraguay, obbligava i suoi sudditi a girarsi quando passava, per non essere veduto.

Casaleggio si nasconde in un appartamento, dove si trovano i suoi terminali elettronici, a cui nessuno si può avvicinare.

Quanto alla responsabilità amministrativa, essa riguarda il danno patrimoniale causato all’amministrazione pubblica dal comportamento tenuto da una persona incorporata in un suo organo quando il fatto non comporti né una responsabilità penale, né una responsabilità civile.

L’esempio didattico che solitamente si propone agli studenti è il seguente: un veicolo appartenente al comune viene danneggiato in un incidente stradale, ma gli amministratori non agiscono in sede civile contro il responsabile per ottenere il risarcimento del danno. Costoro non commettono il reato di omissione di atti di ufficio, poiché il relativo atto non è prescritto da nessuna norma imperativa; né tanto meno essi incorrono nella responsabilità civile, in quanto il danno patrimoniale non è stato causato da loro. Tuttavia la Corte dei Conti può condannarli a corrispondere di tasca loro il risarcimento del danno, che a causa della loro negligenza non è stato ottenuto.

Abolire la responsabilità amministrativa significa dunque incoraggiare la cattiva amministrazione.

In tempi di carestia, ci si dovrebbe attendere dal governo un atteggiamento diverso.

Vana speranza , se riposta in chi si ispira – più che alla parsimonia di Quintino Sella – all’esibizionismo degli imperatori romani della decadenza: gli “stati generali” assomigliano ai “circenses”, o ad una grande “cena di Trimalcione”.

Mario Castellano