Le bugie, notoriamente, hanno sempre le gambe corte.
In questo caso, però, non si può neanche sperare che trascorra un certo lasso di tempo fino a quando la gente si renderà conto di essere stata ingannata.
Ci si domanda dunque a che cosa serva mentire.
La risposta sta nel fatto che Conte e Gualtieri non mentono soltanto agli altri, ma in primo luogo a se stessi.
Avviene a volte, nella storia, che una classe dirigente rifiuti di prendere atto di quanto la realtà sia mutata, ed in conseguenza pretenda di continuare a comportarsi come prima.
In genere, questi momenti coincidono con le situazioni rivoluzionarie.
Luigi XVI avrebbe potuto salvarsi - e salvare il trono - se dopo l'entrata in vigore della Costituzione del 1791 si fosse accontentato di svolgere il ruolo proprio precisamente dei sovrani costituzionali, rinunziando al potere assoluto.
Il Re agì invece slealmente e maldestramente, tramando da un lato con le potenze straniere per restaurare lo "ancien régime" e dell'altro facendo credere che aveva accettato il suo nuovo ruolo.
Nicola II tentò di restaurare la monarchia dopo la rivoluzione di febbraio, ispirando le rivolte dei militari reazionari contro il governo provvisorio.
Questi tentativi fallirono, ma indebolirono Kerensky, al punto da farlo infine travolgere dalla rivoluzione di ottobre.
Conte assomiglia a questi due sventurati personaggi, in quanto vorrebbe essere un autocrate, ma gli mancano le basi necessarie per instaurare un potere personale.
Per riuscirvi, dorebbe compiere una scelta radicale, di cui però - nella sua irresolutezza - non è capace: o stroncare la rivoluzione o mettersi alla sua guida.
Essendo però inadatto tanto all'uno quanto all'altro ruolo, gli eventi finiranno pere travolgerlo.
Che cosa dovrebbe fare il sedicente "avvocato del popolo" per trasformarsi da demagogo in autentico rivoluzionario?
Semplicemente, dichiarare che il "default" è inevitabile.
Altrimenti, gli italiani si accorgeranno di come stanno le cose quando - prevedibilmente tra poco tempo - qualche agenzia di "rating" stabilirà che i nostri titoli di stato sono ormai al livello "spazzatura", e dunque non si troverà più nessuno disposto a sottoscriverli, oppure il mancato gettito fiscale produrrà lo stesso risultato, facendo mancare i soldi necessari per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni.
Risulta comunque ingeneroso prendersela soltanto con un signore che si è trovato per caso alla guida del governo.
I dirigenti delle varie banche sanno perfettamente che gli istituti di credito corrono ormai verso il fallimento: se infatti non co0ncedono dei mutui smettono di guadagnare; se li concedono perdono i soldi.
È la classica "alternativa del diavolo".
A loro volta, i responsabili della grande distribuzione sanno che il baratro sta per inghiottire le catene di supermercati, che non possono sopravvivere vendendo soltanto i generi di prima necessità.
I produttori, tanto di alimentari quanto di altri beni, sono loro volta coscienti che presto non troveranno più acquirenti, e dovranno dunque cessare l'attività.
Questi ultimi sono però gli unici a proclamare come stanno veramente le cose.
I ministri ed i banchieri continuano invece a fantasticare, gli uni di risanamento delle finanze pubbliche, gli altri di un fantomatico ritorno degli utili.
La cultura in cui entrambi si sono formati impedisce loro di leggere i dati della realtà, di prenderne atto e di trarne le conseguenze.
È dunque arrivata l'ora dei rivoluzionari?
Probabilemente si, anche se non abbiamo ancora la minima idea di chi siano.
In attesa che la situazione li generi, vediamo quale potrebbe essere l'ordine nuovo.
Il suo programma è già scritto, non certo nei documenti di qualche partito politico, trattandosi di soggetti ormai congenitamente incapaci di produrre cultura, e quindi privi degli strumenti necessari per capire che cosa sta succedendo.
Bisogna piuttosto leggere le encicliche del Papa, il quale rovescia il postulato su cui ci siamo basati fino ad ora, cioè l'identificazione tra il progresso e lo sviluppo.
Ciò non significa che la decrescita sia "felice": nessuno gode quando la sua condizione peggiora.
Occorre dunque escogitare un nuovo modello di società, posto su due basi: l'eguaglianza e la gratuità.
Bisogna in primo luogo ripartire i sacreifici secondo un criterio di giustizia; in secondo luogo si deve sposare l'ideale del dono, cioè di uno scambio non più finalizzato al profitto.
Certamente, l'occasione risulta propizia per fermare la distruzione delle risorse naturali, ma la rivoluzione non può limitarsi a perseguire degli obiettivi ecologici.
Occorre elaborare un nuovo umanesimo, per cui l'individuo non valga solo in funzione di quanto consuma.
Adottando questo criterio, dovremmo considerarci tutti quanti dei falliti, dato che per fortuna consumiamo sempre meno.
Possiamo accontentarci di quanto avveniva nella prima fase del capitalismo, quando si valeva nella misura in cui si produceva.
Ad una condizione però: che il frutto del lavoro sia ripartito equamente, senza più comprimere il diritto delle persone e dei popoli che chiedono giustizia.
Si può obiettare che non si tratta di obittivi alla portata di un singolo paese.
Occorre dunque inserire l'Italia in una rivoluzione mondiale, tanto più necessaria in quanto il confine tra i due mondi attraversa il nostro paese.
Il cui futuro si gioca anche sul problema del governo del territorio.
Lo stato nazionale è troppo esteso per svolgere questo compito, ma è troppo piccolo per governare l'economia.
Anzichè dunque ingessare lo stato in un autoritarismo obsoleto, come avrebbe voluto fare Salvini, e come sta tentando di fare Conte, occorre rendere giustizia alle "patrie negate", alle diverse identità regionali sacrificate nel processo attraverso il quale esso si è costituito.
Si tratta dell'agenda di una generazione.
Dobbiamo però decidere se impegnarla in un grande disegno o sprecarla con una nuova repressione, o con una nuova delusione.
Noi ci formammo sull'insegnamento di Giovanni XXIII.
I giovani di oggi si stanno formando su quello di Francesco.
Allora, però, la politica sembrava ancora all'altezza dei compiti propri di quella fase storica.
Oggi bisogna costruirne una nuova che sia in grado di assumerli.
Mario Castellano