I più recenti studi di geo strategia, come l'ottimo saggio del Direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari, constatano la condizione di isolamento in cui si trovano le democrazie liberali dell'Occidente.

Due diversi personaggi, che molto probabilmente ignoravano l'uno l'esistenza dell'altro – il poeta francese Paul Valéry ed il dirigente comunista cinese Mao Tse-tung – definirono contemporaneamente e concordemente l'Europa come “un piccolo promontorio dell'Asia”.

Questo nostro spazio, così ristretto fisicamente, ha tuttavia finito per dominare nel corso degli ultimi due secoli il resto del mondo.

Tale egemonia, determinata essenzialmente dall’attitudine a trasferire nello sviluppo tecnologico le conoscenze scientifiche, ha finito per generare in noi la presunzione di possedere una superiorità culturale sugli altri popoli, ed il conseguente asserito obbligo morale di “rieducarli”: quello che Kipling, il massimo cantore del colonialismo, definì “il fardello dell'Uomo Bianco”.

La situazione attuale si può leggere dunque come la consumazione di una nemesi storica nei confronti di questo atteggiamento, fondamentalmente razzista.

Sul piano specifico dei rapporti politici, esso ci ha indotti a misurare la civiltà delle altre Nazioni in base al loro grado di accettazione e di applicazione dei canoni specifici della democrazia liberale.

Si tratta però di un sistema ideologico e giuridico che oggi corre il rischio di essere sommerso dalla superiorità - non più soltanto numerica – dei popoli ispirati e governati secondo criteri del tutto diversi.

Le Potenze extraeuropee che vediamo attualmente coalizzarsi progressivamente contro di noi non risultano certamente omogenee tra loro, ma sono accumunate da un elemento inquietante, costituito dalla loro tendenza all'autoritarismo, accompagnata da una scarsa attenzione nei riguardi dei diritti individuali.

L'ambito geografico di ispirazione confuciana, quello di radice induista e l'altro – il più vicino geograficamente a noi, ritenuto il più minaccioso – dell'Islam, hanno in comune anche il fatto di non essere cristiani.

La Russia si riconosce invece orgogliosamente nella nostra stessa fede religiosa, declinata però storicamente secondo i canoni propri del cesaropapismo e della teocrazia ereditati dalla tradizione bizantina.

Da ciò risulta, come conseguenza inevitabile, che i suoi dirigenti ci tendano la mano, candidando il proprio Paese ad assumere la funzione storica di massimo difensore del Cristianesimo.

L'origine di tale atteggiamento si rifa’ al ruolo storico di “Terza Roma”, assunto da Mosca dopo la caduta di Costantinopoli in mano agli infedeli, cui si accompagna sul piano ideologico tutta l'elaborazione del pensiero ortodosso e panslavista dell'Ottocento, che concepisce la Russia come il “Cristo delle Nazioni”, destinato a redimere l'Occidente dal “peccato originale”, della sua decadenza e depravazione morale.

La cruda realtà dei rapporti di forza può portarci ad accettare la proposta formulata dai dirigenti moscoviti.

I precedenti storici certamente non mancano.

La soppressione della Compagnia del Gesù, decisa nel 1773 dal Papa Clemente XIV Ganganelli su pressione di tutte le Potenze dell'Europa Occidentale, che avevano già bandito nei loro rispettivi domini la Compagnia, venne rigettata dalla Russia ortodossa, permettendo così ai Figli di Sant'Ignazio di Loyola di continuare il loro Ministero nella Polonia cattolica.

Qualche anno dopo, quando Napoleone tolse nel 1798 Malta all'Ordine dei Cavalieri dell'Ospedale di Gerusalemme, il loro Gran Maestro trovò rifugio a Mosca, dove rimase fino alla Restaurazione,

Oggi le “avances” del Cremlino non sono rivolte tanto ai dirigenti temporali dell'Europa Occidentale, di cui la Russia può valutare la debolezza, indotta dal loro scarso prestigio e dall'esaurimento delle rispettive tradizioni politiche.

L'interlocutore privilegiato del Cremlino è dunque inevitabilmente il Papa, che rappresenta la massima Autorità spirituale dell'Occidente.

In un nostro scritto anteriore, abbiamo ricordato un altro precedente, rappresentato dalla visita resa dall'Imperatore Nicola I al Papa Leone XII Della Genga: si trattava di due reazionari, che certamente condividevano l'avversione più radicale nei confronti del Liberalismo.

Che cosa disse allora lo “Zar” al Pontefice?

Non venne naturalmente redatto e tramandato un verbale del colloquio, ma chi volesse apprenderne la sostanza può farlo paradossalmente oggi meglio degli stessi contemporanei: basta leggere la famosa intervista di Putin con il “Financial Times”, che costituisce una sorta di manifesto politico dell'azione della Russia nei confronti dell'Occidente.

Allora, certamente, venne raccomandato al Papa di mantenere fermo il principio di legittimità, mentre oggi si esorta a restaurare una ispirazione – se non una investitura – di carattere religioso del Potere Temporale.

Per quale motivo nella prima metà dell'Ottocento la condivisione dello stesso ideale non si tradusse in un accordo operativo?

Essenzialmente perché la Russia era troppo lontana dallo scenario europeo occidentale in cui era inserito il Papa, ed anche l'Austria – altra contraente della “Santa Alleanza” - era già in declino.

L'Inghilterra liberale e protestante si avviava ad instaurare il proprio dominio sul Mediterraneo, ed il suo disegno geostrategico comprendeva l'abbattimento del Potere Temporale del Papa, come pure – in una prospettiva storica più remota – quello dei superstiti Imperi, avvenuto tra il 1917 ed il 1918.

L'attuale ritirata delle Potenze ancora ispirate dal pensiero politico liberale, insieme con lo spauracchio costituito dall'Islam radicale, offre a Mosca l'occasione per ridivenire a tutti gli effetti la “Terza Roma”.

Ecco perché l'offerta recata a suo tempo al Papa viene oggi riformulata, non solo implicitamente.

Il Vescovo di Roma non è però il reazionario Annibale Della Genga, bensì Bergoglio, il più liberale tra tutti i suoi predecessori,

Quale sarà dunque la sua risposta?

Non lo possiamo prevedere.

Sappiamo tuttavia che altra cosa sono le convinzioni ideali, ed altra cosa i rapporti di forza internazionali.

Il Cardinale Segretario di Stato Cicognani chiamava Giovanni XXIII quello del terzo piano”, essendo l'Appartamento Papale sovrastante i suoi uffici.

Pare che Roncalli lo abbia rimproverato per tale impertinenza.

Non sappiamo se il Cardinale Parolin definisca Francesco “quello di Santa Marta”, ma è poco probabile: tanto Cicognani era un romagnolo esuberante, quanto Parolin è un veneto compunto.

Il rapporto tra le due cariche non è però cambiato: il Papa vola alto nel cielo degli ideali, mentre il Segretario di Stato è dedito a calcolare realisticamente i rapporti di forza.

Mario Castellano