Il motivo di tale riconoscimento consistette nel fatto che "l'Ammiraglio" (questo era l'altro suo titolo) aveva preservato l'indipendenza del nostro glorioso stato regionale nel corso del Cinquecento, secolo in cui l'Italia passò dal predominio francese a quello spagnolo. Anche se, in realtà, la "Dominante" transitò da un sostanziale vassallaggio ad un altro. L'indipendenza venne comunque mantenuta, e questo non era per nulla scontato, come dimostra il fatto che il ducato di Milano la perse, entrando a far parte dei domini della corona di Spagna.
Marx affermò che la storia si ripete, passando però dalla tragedia alla farsa. Se questo criterio viene adottato per la valutazione dei personaggi, possiamo dire che si passa dagli eroi ai buffoni. Tale conclusione sorge spontanea valutando la traiettoria di colui che, nella "Superba" del nostro secolo, si considera l'erede del "Principe", cioè Ubaldo Santi, di cui si annunzia - tra la generale ilarità dei concittadini - l'approdo nel partito di Conte. Tra i due soggetti esistono comunque varie analogie. Andrea Doria godeva in primo luogo di un forte appoggio in Vaticano, nella persona di suo zio, il papa Innocenzo VIII Cybo, anch'egli gloria di Genova. Ubaldo Santi è viceversa un "raccomandato di ferro" di Salvatore Izzo, personaggio di grande peso (corporeo): l'uomo è talmente obeso che - secondo le ultime, drammatiche, notizie dalla Sala Stampa della Santa Sede - non riesce più a penetrare nel cubicolo affittato dalla sua testata.
Come il papa Innocenzo VIII consigliava sagacemente le mosse diplomatiche del nipote, Izzo opera quale consulente nelle manovre politiche di Santi. Il noto giornalista è ferreamente legato con Mario Benotti, entrato a far parte dello "entourage" del sedicente "avvocato del popolo" in qualità di "brasseur d'affaires". Per continuare nella lingua di Molière, aggiungiamo "et pour cause...". Un'altra analogia è costituita dall'appartenere, tanto Andrea Doria quanto Ubaldo Santi a famiglie di alto lignaggio, nel primo caso nobiliare, nel secondo caso politico. Il padre di Ubaldo era Ermido Santi, esponente di primo piano del partito saragattiano, della U.I.L., ma soprattutto della "libera muratoria", nel cui ambito aveva costituito una rete di "amicizie" simile a quella tessuta da Licio Gelli, e - secondo i maliziosi - con essa collegata.
Andrea Doria apparteneva ad un ramo cadetto della famiglia, quello insediato nel Ponente, quello dei signori di Dolceacqua. Il "Prince" era nato infatti ad Oneglia. Anche Ubaldo Santi è stato chiamato a rinverdire le glorie familiari dopo il tramonto della "prima repubblica" e delle consorterie che ne erano state protagoniste. Il principe disponeva del palazzo di Fassolo, ma preferiva restare a bordo di una "galera" ancorata davanti ad esso. Santi ha adottato come reggia lo "Star Hotel" di Brignole, dove i suoi convivi eguagliano - come scriveva il Manzoni - "le cene di Eliogabalo". Per esservi ammessi, nei tre gradi del caffè, del rinfresco e del pranzo riservato, è obbligatorio vestire in giacca e cravatta, come alla corte di San Giacomo. Se però ci si adotta tale uniforme, si viene accolti "a prescindere" nel gotha di Santi, anche se si proviene dai ranghi dei ciarlatani. Un nostro amico ammesso "more nobilium" al primo piano (il caffè viene infatti consumato al piano terreno), volle verificare le credenziali dei commensali. Costoro risultarono tutti fasulli. C'era infatti un falso armatore che non possedeva neanche una barca a remi, un falso imprenditore agricolo, un falso giornalista specializzato, un falso studioso di economia. Mancava soltanto un falso prete per benedire la mensa. Tutti quanti, però, erano rigorosamente incravattati e ingiaccati: con prevalenza di "blazer", che fa molto genovese altolocato.
Andrea Doria dovette affrontare la congiura dei Fieschi. Qui l'analogia risulta preoccupante. Il gruppo consiliare con cui Santi è approdato a Palazzo Tursi si è rivoltato infatti contro il suo "leader", e - come già avvenuto con il "Principe" - è mancato poco che i congiurati eliminassero Santi. Il quale detiene il primato italiano dei cambi di partito: li ha girati tutti. Anche l'Ammiraglio fu all'occorrenza filofrancese e filospagnolo. Se Andrea Doria dominò il Mediterraneo, Santi si è spinto - promuovendo la "via della seta" - fino ai mari della Cina, dopo avere incursionato il Mar Nero con l'associazione Liguria-Russia. In ambedue i casi, con grande dispendio gastronomico allo "Star Hotel".
Ora il nostro uomo torna al centro dell'attenzione, schierandosi con Conte. A Roma, si usa parlare di un "finale col botto". A Genova si dice invece che "è finita a bagasce": se Santi è morigerato (come Andrea Doria), Izzo ha fama di grande "tombeur de femmes".
Mario Castellano