Marino Niola, commentando su "La Repubblica" l'accaduto, annota sconsolatamente: "mai come adesso, in piena pandemia, un segno dall'Alto sarebbe stato maledettamente importante. Se non altro avrebbe fatto da placebo". Forse il presagio deve essere messo in relazione con la diffusione del morbo, ma noi - sia pure rispettando l'indubbia competenza dell'autore in materia di religiosità popolare - ci permettiamo di ricordare come le epidemie e le guerre siano fenomeni collegati, probabilmente a causa degli spostamenti delle truppe, che portano con sè il contagio, così come per via dell'indebolimento della popolazione. L'ultimo esempio fu costituito dalla "spagnola", che mietè vittime tra i militari e i civili durante il primo conflitto mondiale. Questa volta, il numero dei morti non è minimamente comparabile con quello di allora, nè con quello delle grandi epidemie precedenti.
Nel caso del "covid 19", il rapporto tra la guerra ed il contagio sembra quasi rovesciato, e la diffusione della malattia induce le autorità ad imporre delle discipline collettive simili a quelle vigenti a causa dello scoppio delle ostilità. Ciò non significa che il conflitto stia per iniziare, ma potremmo trovarci comunque in presenza di una sorta di prova generale di una guerra imminente, e comunque considerata ormai inevitabile.
C'è dunque chi insinua che si starebbe usando l'epidemia per fare entrare in vigore anticipatamente le regole conseguenti. Niola ricorda i precedenti del 1943, quando ci fu una epidemia di colera, e del 1980, data del terremoto in Irpinia. C'è però un'altra data che dovrebbe essere ricordata: quella del maggio 1967, quando stava per iniziare in Medio Oriente la guerra detta "dei sei giorni", che non provocò un conflitto mondiale soltanto perchè la fulminea vittoria di Israele scongiurò il pericolo di un suo allargamento, inevitabile se si fosse messa in pericolo la sopravvivenza dello Stato ebraico. In quella circostanza, il miracolo si ripetè soltanto dopo infinite ore di preghiera. Il ritardo di San Gennaro venne interpretato giustamente come presagio di un gravissimo pericolo, ma con lieto fine.
Della vicenda del sangue del santo patrono si può dare tuttavia una lettura diversa, anch'essa fondata sulla veridicità del presagio, per cui quando il miracolo non si ripete si prospettano degli eventi particolarmente gravi. Secondo questa interpretazione, il vescovo martire di Napoli non si limiterebbe ad avvertire del bene o del male insito nelle vicende imperscutabili del futuro. San Gennaro indenderebbe piuttosto ammonirci sul fatto che la trascendenza e l'immanenza non sono così distinte e reciprocamente lontane come insegnano le religioni positive: questo è il concetto espresso in poesia da Shakespeare con la famosa battuta dell'Amleto "ci sono più cose tra cielo e terra che in tutta la tua filosofia". Quanto vi è di soprannaturale, di magico, di irriducibile alla ragione, nelle vicende umane non si può nè ignorare, nè sussumere. Qundo poi l'incantesimo ci avverte di qualche evento infausto, ciò significa che esiste comunque una teleologia nella storia, che la vicenda umana nasconde un significato, ma non tutti sono in grado di coglierlo.
La nostra esperienza ci dice che anche gli spiriti più laici lo ricercano, ed a volte sono in grado di coglierlo e di interpretarlo meglio di quanto possano fare i credenti. Vivendo con chi professa una religione immanentistica, siamo entrati in familiarità con i "santeros", che in altre culture sono chiamati sciamani. Si tratta dell'equivalente dei sacerdoti, la cui funzione è invece propria delle fedi basate sulla fede nella trascendenza. Il sacerdote è colui che si occupa delle cose sacre, colui che media tra il cielo e la terra. Lo sciamano ha invece il compito di penetrare l'essenza del tutto di cui siamo parte, di una divinità identificata con la natura. Se il sacerdote comunica ed interpreta la rivelazione di un Dio trascendente, il "santero" ci fa scoprire qualcosa che si trova dentro di noi, in quanto facciamo parte di Dio.
San Gennaro, in vita, era un sacerdote, ma la sua memoria - non potendosi considerare il miracolo come parte della rivelazione - opera una magia, e ci riporta per questo alla religiosità precedente il cristianesimo, quella che chiamiamo spregiativamente "pagana", che noi abbiamo conosciuto come ancora apertamente e pienamente professata dalle popolazioni indoamericane. Nella realtà da noi considerata materiale, cui appartiene anche il sangue di San Gennaro, c'è pur sempre qualcosa di misterioso, di inspiegabile. Non, però, a causa di un intervento della trascendenza - di un miracolo, per l'appunto - ma perchè tutta la realtà è divina. "Divinatio" è la parola che designa la preveggenza del futuro, e che per l'appunto ci riporta alla divinità.
Il dilemma è se questa divinità ci parla perchè è fuori di noi, oppure noi parliamo in suo nome in quanto le apparteniamo.
Mario Castellano