Il che ci permette - avendolo letto - di esprimerne una valutazione.
Gli indipendentisti prendono le mosse da un dato oggettivo, che non può essere contestato: nessun fondo europeo del cosiddetto "recovery" è stato assegnato alla Sicilia. Vale la pena di rilevare come questa decisione segni una inversione di tendenza rispetto alla pratica assistenziale adottata dallo Stato italiano a partire dalla fine della guerra. Il commissariamento della politica, determinato dalla costituzione dell'attuale Governo, lo esime dalla necessità di procurarsi un consenso elettorale.
Fino ad ora esisteva il problema di tacitare il Meridione accontentando le diverse clientele, se non addirittura favorendo la loro costituzione. Ora Draghi si sente viceversa libero di praticare un liberismo sfrenato, senza concedere nulla a quello stesso orientamento "keynesiano" cui il Presidente del Consiglio appartiene in virtù della sua formazione accademica. Se però da un lato si priva il Meridione delle tradizionali prebende, dall'altro lato non si fa neanche finta di avversare l'espansione della spesa pubblica, dovuta ormai quasi soltanto al mantenimento dell'apparato amministrativo dello Stato: Keynes raccomandava di fare dei debiti, ma finalizzandoli agli investimenti pubblici. Il deficit viene compensato - fin quando è possibile - con l'emissione di buoni del tesoro. Non potendoli però piazzare presso i risparmiatori privati, o presso le banche italiane, che hanno finito i soldi, li si vendono - non sappiamo ancora per quanto tempo - in Europa.
Per darle una immagine di rigore, Draghi si dimostra severo con il Meridione. Che esce perdente nella "gara di bellezza" tra i diversi progetti presentati con la speranza di ottenere un finanziamento da Bruxelles. In teoria, si sarebbe dovuto privilegiare chi più avesse favorito la produzione, l'occupazione e l'innovazione tecnologica. In realtà, è uscito vincitore dalla mischia ingaggiata per accaparrarsi i fondi del "recovery" chi - "more solito" - era più raccomandato. A chi è rimasto a bocca asciutta, nessuno può dunque togliere dalla testa di essere stato discriminato.
I meridionali, ed in particolare i siciliani, lamentano dunque di essere ancora una volta relegati nella condizione di "colonia interna", in cui si trovano fin dall'Unità d'Italia. Di cui si riafferma la lettura quale guerra di conquista, fatta propria esplicitamente dagli indipendentisti. Era inevitabile che le loro rivendicazioni - tanto più nel clima di insurrezione contro l'imperialismo occidentale attizzato dalla conclusione della guerra in Afghanistan - si saldassero con quelle espresse dal Meridione del Mondo. Il Papa aveva colto questa tendenza, la politica italiana non se ne era accorta.
Ora i separatisti siciliani lanciano la parola d'ordine del boicottaggio delle elezioni, tanto politiche quanto amministrative. Il loro movimento si colloca così ad un passo dalla disobbedienza civile. Non è ancora una chiamata alle armi, ma ci manca poco. Pare che i siciliani, avendo tacciato di "disfattismo" il tradizionale "vitti na crozza", impieghino quale loro inno nazionale un adattamento della famosa romanza dei Puritani: "Per la Sicilia intrepido, io pugnerò da forte, bello è affrontar la morte gridando libertà!".
A parte i simboli, che pure hanno la loro importanza, i separatisti sono arrivati alla conclusione che gli strumenti della competizione politica legalitaria sono ormai esauriti. Qualcosa di simile avvenne - al culmine dei conflitti ideologici degli Anni Settanta - con un raggruppamento chiamato "collettivo politico metropolitano", che si riuniva nei saloni parrocchiali: tanto per non dare nell'occhio alla questura, quanto essendo costituito da elementi di origine clericale, come quel Renato Curcio che era partito da Albenga alla volta di Trento munito di una lettera di raccomandazione indirizzata dal vescovo alla famiglia Cagol. Se monsignor Piazza sconta ancora i suoi peccati nel Purgatorio, lo si deve a quella incauta presentazione.
Perfino l'ETA prende parte alle elezioni, attraverso il partito di "Erri Batasuna", i cui dirigenti ostentano il grado di "colonnelli" del gruppo terroristico. Trattandosi di un movimento che non ha mai riveduto - caso unico in Europa - la propria matrice "marxista-leninista", costoro mettono in pratica l'insegnamento di Vladimiro Ilic Ulianov, il quale non credeva nei parlamenti "borghesi", ma sollecitava ad usarli come una tribuna per la propaganda rivoluzionaria.
Gli indipendentisti siciliani si collocano evidentemente oltre questa ideologia, che aveva ispirato movimenti analoghi nel corso del Novecento. Le loro radici vanno ricercate piuttosto nella storia dell'isola. La Sicilia era insorta contro i Borbone-Napoli nel 1847 mentre nella parte continentale del Mezzogiorno la resistenza contro l'annessione al Piemonte fu originata dalla volontà di preservare l'antico Stato, la Sicilia fu l'unica regione ad insorgere contro di esso - rivendicando la propria indipendenza - nel 1867, come fu l'unica a ripetere questa insorgenza dal 1944 al 1950. Ora sta emergendo un settore che intende riallacciarsi a questi precedenti storici: lo rivela il suo rifiuto delle istituzioni rappresentative, compresa l'Assemble Regionale, instaurata nel 1946.
Il futuro dirà se questa scelta costituisce il risultato di un errore compiuto nel valutare i rapporti di forze, oppure se gli indipendentisti siciliani li hanno calcolati meglio degli altri. Molto dipende dagli appoggi esterni su cui essi possono contare. E' chiaro però che se li hanno non li dichiarano: l'isola è la terra dell'omertà.
Mario Castellano