Il Papa ha presieduto il rito della Via Crucis, celebrato in un’Urbe più simile a quella di Giorgio De Chirico che a quella di Bartolomeo Pinelli.
Il paesaggio umano della “Città Eterna” – che in un certo senso smette proprio per questo di essere tale – appare come smaterializzato.
Se c’è un suo Vescovo in grado di accorgersene, è proprio Bergoglio.
Il quale proviene da una di quelle metropoli dell’America Latina in cui l’ambiente popolare predomina sullo “environnement” urbanistico.
Non mancano certamente, a Buenos Aires, le strade eleganti - come Florida e Corrientes - né i quartieri ricchi come Palermo; dominano però - dal punto di vista tanto sociale quanto culturale – gli sterminati “arrabales” della periferia (“non soltanto geografica”, come dice il suo ex Arcivescovo), rigurgitanti di una umanità povera ma irriducibile.
Che manifesta la propria presenza senza bisogno di scenografie, proprio come nella nostra Managua.
Questo lo si vede precisamente nelle raffigurazioni di Roma disegnate da Bartolomeo Pinelli, dove le rovine classiche e le Chiese barocche sono soltanto uno sfondo per le scene di vita popolare.
Giorgio De Chirico elimina invece dai suoi quadri ogni presenza umana.
Trovandosi smarrito in questo panorama, Bergoglio rimpiange probabilmente la sua “vecchia Diocesi”, come la chiama con nostalgia.
Il Papa invoca giustamente la pace, ma gli manca il popolo che incarni questo ideale, ridotto com’è ad un gruppo di poche migliaia di “habitués” dei riti vaticani, riuniti intorno al Colosseo.
Il popolo reale, naturalmente, esiste, diviso però irrimediabilmente tra due bandiere contrapposte: che oggi vengono occasionalmente innalzate dalla Russia e dall’Ucraina, ma rappresentano comunque degli ideali inconciliabili.
Tutti sono dunque chiamati a scegliere tra il principio di legittimità, incarnato dalla “Terza Roma”, e quello della sovranità popolare e dell’autodeterminazione.
La neutralità non può avere nessun seguito effettivo, e rimane confinata negli ambienti asettici, affacciati sulle Logge di Raffaello, della Segreteria di Stato.
Quando escono per strada, anche i suoi austeri Monsignori ritrovano però inevitabilmente ciascuno la propria identità.
Fingere di non averla significa in realtà mettersi dalla parte del più forte, come fece Ponzio Pilato.
Questa situazione non è propria soltanto di chi si trincera dietro l’ideale cristiano dell’ecumenismo, ma anche di quanti si dicono ancora “comunisti”.
Il Presidente dei Partigiani – che non ha partecipato affatto alla Resistenza, ma ha combattuto soltanto contro le zanzare – è giunto a negare il diritto all’autodifesa, e con questo priva di legittimità la stessa Guerra di Liberazione.
Applicando il suo criterio, i nostri padri avrebbero dovuto aspettare soltanto l’arrivo degli Alleati.
Gli unici coerenti, tra i seguaci italiani di Putin, sono dunque i cattolici tradizionalisti: i quali auspicano la restaurazione di uno Stato confessionale, e vedono nella Russia di Putin il demiurgo incaricato di tale missione storica.
Ciò comporterebbe però la denunzia, da parte della Santa Sede, tanto del Concordato del 1984 – che riconosce in linea di principio il carattere laico dello Stato – quanto del Trattato del 1929, con cui il Papa rinunziò formalmente a rivendicare lo Stato Pontificio.
Questo, però, Bergoglio non può farlo: né intende farlo, essendo un cattolico liberale.
Ogni credente sceglie dunque secondo la propria coscienza: per cui la posizione del Vaticano non è soltanto di neutralità militare tra i contendenti, ma anche di neutralità tra gli stessi cattolici.
Risulta dunque più corretto parlare di un tentativo di astrazione da quanto succede nel mondo.
Mario Castellano