A tale proposito, comunque, non è il caso di infierire.

Meglio dunque affrontare l'argomento dal punto di vista giuridico: un terreno sul quale - per quanto ci risulta - non si è avventurato nessuno. E' davvero un peccato, dato che anche qui le analogie non mancano, pur prevalendo - come vedremo - le antinomie.

La monarchia francese era assoluta, e dunque il potere attribuito agli "stati generali" era soltanto consultivo.

Perchè Luigi XVI si decise dunque a convocarli?

Il sovrano era sottoposto ad una duplice pressione, esercitata - per così dire - tanto "dall'alto" quanto "dal basso".

Le finanze del regno erano dissestate, ma soprattutto colpite dagli sprechi, come ammoniva il banchiere Neker, uno svizzero chiamato a mettervi rimedio in qualità di ministro delle finanze. In realtà, ciò risultava impossibile senza riformare completamente le istituzioni.

Le origini della situazione in cui versava la Francia erano da ricercare nell'azione di governo svolta da Luigi XIV, il "Re Sole", che in seguito la rivoluzione - estrapolandolo dall'elenco dei sovrani - avrebbe chiamato "Luigi il Grande", riconoscendolo con giusta ragione come il proprio padre.

Il re si era proposto di migliorare la condizione sociale dei propri sudditi, e per ottenere quasto risultato aveva instaurato l'assolutismo, come fecero più o meno nello stesso periodo storico alcuni altri grandi sovrani europei: Carlo III di Spagna, Giuseppe II d'Austria, Federico II di Prussia e Pietro il Grande di Russia.

Quanto però fu realizzato dal re di Francia risultò pragmatico di questa tendenza, come in seguito la rivoluzione francese avrebbe costituito il paradigma di tutte le rivoluzioni liberali.

Il sistema feudale consisteva in una stratificazione di poteri, al contempo economici e politici. C'era, naturalmente, quello rappresentato dallo stato, ma coesistevano al di sotto della monarchia una molteplicità di gerarchie, ciascuna delle quali gravava con i propri tributi sull'unica fonte di ricchezza, costituita dalla produzione agricola: ai contadini non rimaneva dunque neanche il necessario per sopravvivere.

Luigi XIV abolì questa stratificazione, privando l'aristocrazia tanto del suo potere politico quanto della sua potestà impositiva. Gli unici tributi, da quel momento in poi, furono quelli dovuti allo stato centrale.

Rimaneva il problema di che cosa fare dei nobili.

Il "Re Sole" è passato alla storia per aver costruito la reggia di Versailles, ma in genere si ignora che essa venne edificata precisamente per ospitare l'ex aristocrazia terriera. Priva delle sue funzioni originarie, essa divenne composta da parassiti. Nel contempo ci fu, tra gli agricoltori chi - grazie alla diminuzione della pressione fiscale - cominciò il processo di accumulazione primaria della ricchezza.

Fu così che sorsero le prime manifatture, essendo utilizzati nella nascente industria i prodotti agricoli, come avvenne in origine per confezionare i tessuti. Nasceva in questo modo la borghesia imprenditoriale, cioè la classe che nei disegni del re avrebbe assunto il compito di dare prosperità alla Francia.

Questo ceto sociale, una volta acquisito il potere economico, si propose di conquistare anche il potere politico. Luigi XIV lo aveva previsto, ed è questo il motivo per cui pronunziò la sua famosa frase: "dopo di me il diluvio". Il sovrano sapeva infatti che un giorno si sarebbe messo in discussione il potere assoluto dei suoi successori: se la Francia aveva compiuto dei progressi economici, come si spiega il malcontento?

Con il fatto che le risorse conferite allo stato venivano impiegate per mantenere gli aristocratici, alloggiati sontuosamente alla corte di Versailles ma ormai privi di funzioni politiche ed economiche. Più che il deficit pubblico, veniva messa in discussione la sua causa.

La pressione dal basso non veniva soltanto dalla borghesia, che intendeva assumere la guida dello stato. Si esprimeva anche la rivendicazione dei contadini.

Qui emerge il ruolo svolto nella preparazione della rivoluzione da parte del basso clero, che infatti si unì con il terzo stato e con l'aristocrazia liberale nel richiedere la votazione "per capita", anzichè per stati, ma soprattutto la trasformazione degli "stati generali" in un organo deliberante, anzi costituente.

Il clero francese avrebbe di lì a poco, introdotta la sua "costituzione civile" del 1790, la propria adesione al nuovo ordine che si stava costituendo, ma il ruolo dei preti di campagna - componenti per l'appunto il "bas clergé" - era già risultato molto influente in seguito alla compilazione dei cosiddetti "cahiers de doléances".

I parroci erano gli unici, nelle zone rurali, che sapevano scrivere, e per questo diedero espressione alle lamentele ed alle aspirazioni dei fedeli. Quest'opera, svolta spontaneamente dai curati di campagna, costituì come una prefigurazione di quanto, molto tempo dopo ed in un contesto storico diverso, avrebbe teorizzato e praticato il "cattolicesimo sociale", sorto non a caso proprio in Francia.

Se però i parroci diedero voce ai parrocchiani, ciò avvenne perchè Luigi XIV aveva abolito il potere esercitato su di loro dai feudatari, tanto laici quanto religiosi. Il clero ed il popolo beneficiavano dunque di una riforma che aveva liberato le energie creative della Francia, sia nel campo economico, sia nel campo civile.

La storia degli "stati generali" francesi segna comunque la transizione dalla attribuzione di un potere meramente consultivo all'esercizio di un potere deliberante, ed anzi costituente.

La storia degli "stati generali" italiani registra invece un processo esattamente contrario. Gli organi deliberanti, infatti, già esistono, e sono costituiti dalle camere, per giunta elette con il suffragio universale.

Il nostro Parlamento è stato però esautorato nel suo potere deliberante da parte di Conte, che di questo potere si è illegittimamente appropriato "de facto", per giunta facendo finta di essere "consigliato" da una pletora di "commissari" e di "comitati", tutti di nominati personalmente da lui, e tutti dediti a "consigliare" ciò che "l'avvocato del popolo" vuole farsi "consigliare".

Gli "stati generali" francesi abbatterono l'assolutismo, sostituendo il re nel suo potere legislativo con un'assemblea rappresentativa, quale fu disegnata nella costituzione del 1791.

Gli "stati generali" italiani aboliscono invece di fatto il potere legislativo delle assemblee parlamentari rimettendolo nelle mani del capo del governo e dando luogo così ad un nuovo assolutismo.

Anche alle "parti sociali" viene attribuita una funzione meramente consultiva, che sostituisce la vecchia concertazione.

Infine, un cenno alla chiesa.

Gli ecclesiastici francesi svolsero un ruolo decisivo nelle vicende dell' "ottantanove", essendo stato proprio il basso clero a far pendere la bilancia in favore del voto "per capita".

Oggi, la chiesa italiana assiste dal di fuori a quanto avviene nella sfera pubblica. Essa, naturalmente, non rivendica alcuna funzione politica, ma è chiamata a soccorrere in campo sociale un popolo sempre più affamato.

I nostri sacerdoti raccolgono anch'essi i loro "cahiers de doléances", ma non trovano un interlocutore nelle istituzioni.

L'edificazione di un regime autoritario mortifica anche il ruolo della comunità dei credenti.

I cattolici devono rendersene conto, ed agire in quanto cittadini per difendere le libertà e i diritti di tutti.

Mario Castellano