Nell’Unione Sovietica, veniva puntualmente commemorata la Rivoluzione, ma la sua ricostruzione da parte della storiografia ufficiale mutava continuamente, a seconda di chi saliva, scendeva o spariva del tutto dalla cosiddetta “nomenklatura”.
Il ruolo svolto da Trotskij nel colpo di stato che aveva portato i Bolscevichi al potere venne completamente oscurato, come anche quello degli altri dirigenti travolti dalla “purghe” di Stalin.
La cui figura veniva dapprima esaltata come quella dell’asserito principale collaboratore di Lenin, per essere in seguito ridimensionata.
Quando ciò avvenne, Togliatti protestò – per l’unica volta nella sua vita – con i dirigenti di Mosca: il “Migliore” era addirittura più realista del Re.
“Si parva magnis componere licet”, la vulgata ufficiale sulla Resistenza imperiese è stata indirizzata ad esaltare la figura di quanti in seguito si sono impegnati nella costituzione e del “Partito Trasversale” e del suo consolidamento nel potere.
I meriti storici di chi ha rifiutato di farne parte sono stati invece nascosti.
Tempo fa, è mancato il nostro amico Gustavo Berio, detto “Boris”, condannato dal “Tribunale Speciale” prima del Venticinque Luglio (quando altri futuri resistenti non avevano ancora rotto con il regime fascista), ed in seguito tra i primi e tra i migliori combattenti della Guerra di Liberazione.
La “Resistenza Imperiese” non gli ha però dedicato il manifesto che compare puntualmente per tutti gli ex partigiani.
Questo fa onore alla sua memoria: dopo avere avversato il regime di Mussolini, si era tenuto alla larga anche dal “Partito Trasversale”.
Ora, esaurita la memorialistica sugli avvenimenti del 1943 – 1945, si pubblicano libri sul periodo in cui si veniva affermando il nuovo sistema di potere, costituito da quanti si erano appropriati dall’eredità politica della Resistenza.
Se la nostalgia è il sentimento dei falliti, la nostalgia della nostalgia lo è doppiamente.
Mentre nel 1945 non eravamo ancora nati, degli anni che ora vengono commemorati fummo testimoni diretti e partecipi.
Per cui, senza attribuirci la funzione degli storici (la storiografia è una scienza, e come tale va lasciata agli specialisti), possiamo dire come li abbiamo vissuti ed interpretati.
In quel tempo, la Sinistra locale si condannò alla subalternità – in cui attualmente permane – a causa di una duplice subordinazione.
Sul piano della politica internazionale, si contrastavano strenuamente anche i più timidi tentativi di revisione ideologica e di emancipazione dalla tutela esercitata dall’Unione Sovietica.
Con la pubblicazione dei cosiddetti “Documenti Mitrokin”, è stato reso pubblico quanto si sapeva da molto tempo.
Fu un amico personale, onesto e sincero militante del Partito Comunista, a metterci in guardia dall’attività di controllo che qualcuno svolgeva per conto di Mosca nell’ambito della Sinistra.
Questa attività non riguardava le cosiddette “trame della reazione”: il che comunque sarebbe risultato delittivo ed immorale.
Essa era viceversa rivolta alla delazione chi peccava di “frazionismo” e di “deviazionismo”, come se ci si fosse trovati nell’Unione Sovietica degli Anni Trenta.
Tale comportamento risultava di conseguenza deleterio anche sul piano politico.
Dal punto di vista interno, l’adesione al “Partito Trasversale” trasformava oggettivamente il Partito Comunista in una sorta di corrente interna della Democrazia Cristiana: di cui la Federazione non contrastava il settore più reazionario, ma anzi lo favoriva, per promuovere i personali interessi di alcuni dirigenti.
Questa duplice subordinazione portava i Comunisti locali a contrastare – tanto al loro interno, quanto al loro esterno – tutto quanto di nuovo e di positivo maturava nella società e nella cultura.
Ora quella sudditanza è arrivata alle estreme e più deleterie conseguenze: da una parte, non si opera più come corrente esterna della Destra, ma anzi se ne è divenuti organici; dall’altra parte, non si è più subordinati alla Russia nel nome del “Socialismo”, ma si asseconda – adducendo a pretesto l’opposizione all’Occidente – la nuova ideologia teocratica e cesaropapista del Cremlino.
Supponendo però che l’Armata di Putin – dopo avere sottomesso l’Ucraina - arrivi dalle nostre parti, non sceglierebbe come collaborazionisti i nostalgici dello stalinismo, bensì i tradizionalisti cattolici.
I veterocomunisti non hanno evoluto nel loro pensiero politico, e si ritroverebbero dunque completamente spiazzati.
Quanto possono fare – e lo fanno con tenacia degna di miglior causa – consiste nel contrastare la revisione ideologica: che comunque si è ormai completata, costringendoli all’irrilevanza sul piano nazionale.
Non però su quello locale, dove il “Partito Trasversale” mantiene ferreamente il potere.
I dirigenti democratici, tanto di Roma quanto di Imperia, non hanno evidentemente nulla da ridire su tutto questo.
Mario Castellano