Il sostegno al governo – ed in particolare alla persona del Presidente del Consiglio – rimane totale ed incondizionato. Scalfari continua addirittura a paragonarlo a Cavour. Si tratta di una equiparazione ridicola, tanto più che “l’avvocato del popolo”, con il suo centralismo autoritario, è – tra tutti i successori dello statista di Santena – chi più si adopera per minare le stesse basi della unità nazionale.
Il patto tra gli italiani che l’ha reso possibile, sopravvissuto a tutte le vicende di un secolo e mezzo di storia, può reggere soltanto se viene completamente riformulato, tenendo conto del riemergere delle diverse identità regionali. Conte si propone invece di azzerare le autonomie locali, ricollegandosi – più che al regno sabaudo – a Mussolini.
L’uomo di San Giovanni Rotondo ha detto che intende ignorare il risultato del voto del venti settembre: segno che si appresta ad impedirlo, oppure a non tenerne alcun conto. È vero che un risultato amministrativo contrario al governo non lo obbliga a dimettersi, ma è anche vero che dovrebbe indurlo – se ancora esiste un minimo di sensibilità democratica – a riconsiderare il proprio operato.
Assisteremo invece ad una esasperazione dei suoi aspetti più autoritari. Non ci sono dunque grandi differenze con Lukashenko, né nella sostanza, né nella forma. Manca soltanto che il Presidente del Consiglio definisca come “alcolizzati” i suoi oppositori. Il che – almeno nel caso di Salvini – non costituisce affatto una diffamazione.
È vero che Conte porta l’Italia fuori dalle sue alleanze tradizionali, ma l’Occidente lo lascia fare: il nostro paese risulta – dal punto di vista delle cancellerie dell’Europa e del Nord America – sempre più irrilevante.
Dove il riallineamento de “La Repubblica” risulta più vistoso – ed anche più foriero di conseguenze – è nella politica estera. Da tempo, l’editoriale che conta non è più l’omelia domenicale di padre Scalfari. Il quale ricorda la parabola discendente di certi grandi predicatori, i quali nella loro senescenza sparano dal pulpito ogni sorta di scemenze, dal momento che il loro prestigio impedisce ai confratelli di ritirarli in convento.
Nei tempi in cui Spadolini usava il “Corriere della Sera” come base di partenza per la sua carriera politica, causando il ritiro di Giulia Maria Mozzoni Crespi dalla proprietà del giornale, agli editoriali festivi del futuro Presidente del Consiglio si facevano seguire quelli del lunedì, redatti da Sensini. Il quale fu paragonato al dodicesimo giocatore, che scende in campo quando qualche titolare rimane acciaccato.
Ora Mauro sta a Scalfari come a suo tempo Sensini stava a Spadolini.
Lunedì sette settembre, il nuovo ammiraglio innalzato sulla plancia di via Cristoforo Colombo ha esaminato la situazione mondiale, lamentando che l’Occidente non assuma una posizione belligerante contro le dittature e le semi dittature da cui è assediato, cioè quelle al potere in Russia, in Turchia, in India e in Cina.
A tale auspicio, si potrebbe rispondere a lume di buon senso, osservando semplicemente che chi fa la guerra contro tutto il mondo, è destinato a perderla.
Ciò detto, ci permettiamo di aggiungere che “La Repubblica”, giornale sorto con ambizioni cosmopolite (il suo slogan pubblicitario faceva riferimento a “Le Monde”, a “The Times” ed a “El Pais”) dimostra di essere caduto nel provincialismo. La cui massima manifestazione consiste nell’ostentare un senso di asserita superiorità nei riguardi delle altre culture, che poteva andare di moda nel tempo in cui Kipling cantava le glorie del colonialismo europeo, ed in particolare di quello britannico.
Il “fardello dell’uomo bianco”, che doveva consistere nel portare ai “selvaggi” i frutti del progresso tecnologico (ma contro questa presunzione si levò l’ammonimento del Leopardi nella “Palinodia al marchese Gino Capponi”), viene ora declinato come necessità di imporre al di fuori dell’Occidente i suoi principi politici, o quanto meno come tendenza a giudicare in base ad essi gli altri soggetti presenti nel panorama mondiale.
Se valutiamo che cosa rappresentano le potenze indicate da Mauro quali nostri competitori in una seconda “guerra fredda”, vediamo che la Russia tende ad agire come “terza Roma”, posta alla guida del cristianesimo orientale, la Cina si qualifica come capofila dell’area di cultura confuciana e buddista, l’India fa lo stesso con la sua religione e la Turchia ambisce a ricreare il califfato sunnita. Potremmo aggiungere all’elenco l’Iran, che capeggia i musulmani sciiti, ed anche Cuba, sempre più punto di riferimento per l’America Latina, controllata dall’Avana attraverso una polizia politica ramificata in tutte le repubbliche componenti la “Patria Grande”.
Al tempo della prima “guerra fredda”, alle dipendenze dell’America c’era il Vaticano di Pacelli, scelto per operare come il cappellano dell’Alleanza Atlantica. La Russia sovietica perse il confronto quando tramontò il disegno di conformare il mondo in base alle ideologie. Se però questo comportò la fine del comunismo, inteso come sistema universale, determinò anche in prospettiva la crisi del liberalismo. Che non può a sua volta prevaricare le diverse identità culturali e religiose.
Il mondo si è così suddiviso secondo le linee individuate da Huntington. In base alla sua mappa, l’influenza della nostra cultura non va oltre l’Europa occidentale e l’America settentrionale. Dove peraltro esistono forti minoranze allogene, come i musulmani che popolano le metropoli del vecchio continente, o gli afroamericani ed i latino americani insediati in quelle degli Stati Uniti.
Un discorso a parte merita il papa, che periodicamente confessa Eugenio Scalfari: si tratta di un personaggio contraddistinto da un orgoglio intellettuale troppo grande per convertirsi formalmente, se non “in articulo mortis”. La testimonianza del conferimento dei sacramenti sarà dunque diffusa “a funerali avvenuti”.
Mauro si rende conto del fatto che la sua persistente superiorità economica permette ancora all’Occidente di sventare le minacce militari (come quella costituita a suo tempo dal Patto di Varsavia), ma non di vincere il confronto sul piano culturale con realtà, irriducibili a suo modo di pensare: “L’Occidente – ammonì proprio Kipling – è l’Occidente, l’Oriente è l’Oriente, non si incontreranno mai”. Tanto più ciò vale quando le culture diverse dalla nostra hanno conquistato e controllano la massima istanza religiosa dell’Occidente.
Bergoglio si accinge a lanciare il suo nuovo manifesto ideologico. Nel primo, denunziando l’economia capitalista, aveva postulato la “crescita zero”, cioè la fine della identificazione tra progresso e sviluppo. Nel prossimo definirà la linea politica da seguire per realizzare il suo disegno.
Le scelte che il papa proporrà il quattro ottobre ad Assisi, risulteranno antitetiche rispetto a quelle proprie dell’Occidente. Non si tratta certamente di applaudire alla persecuzione dei dissidenti, né di scimmiottare in questa parte del mondo modelli ad esso estranei, come facevano da noi i comunisti negli anni Cinquanta. I loro ultimi epigoni, nostri concittadini, si erano ridotti a sostenere la “pulizia etnica” praticata da Milosevic, loro corrispondente in affari. Qui però, si era già passato il confine tra la violenza ideologica e la violenza identitaria.
Ritornare alla nostra tradizione non significa né perseguitare chi è diverso, né allearsi con la camorra, come facevano i frati francescani dell’Immacolata, e neanche resuscitare i regimi teocratici e confessionali, come propone la professoressa Pellicciari.
Occorre piuttosto rimettere Dio al centro della vita sociale, secondo il disegno dell’autentico ecumenismo. Che a suo tempo venne avversato dai fautori di quello che all’epoca veniva chiamato “oltranzismo” atlantico”, oggi rilanciato da Ezio Mauro.
Nel nome dell’ecumenismo, gli uomini di buona volontà, come La Pira e Capitini, agirono per mettere fine alla prima “guerra fredda”.
Noi dobbiamo impedire oggi che scoppi la seconda.
Mario Castellano