Il professor Massimo Cacciari, di cui abbiamo apprezzato l'interruzione dei rapporti editoriali con il Gruppo editoriale de "La Repubblica" - segno che l'illustre studioso è un collaboratore, ma non un collaborazionista - si è espresso molto chiaramente su di un punto decisivo, tale da poter dire "hic Rhodus, hic salta": la discriminazione stabilita "ope legis" tra i cittadini che accettano o rifiutano le varie misure profilattiche, segna, se non la fine, quanto meno una gravissima menomazione dello Stato di diritto in Italia.

I nostri connazionali, in pratica, godono di più o meno diritti a seconda delle loro opinioni. Le restrizioni vigenti sono certamente destinate a crescere, ma il principio è stato già stabilito, senza che alcuna obiezione venisse formulata da parte dei cosiddetti "organi di garanzia": che hanno dunque rinunziato ad essere tali. Si potrà obiettare che la vaccinazione è già da tempo obbligatoria per alcune malattie, ma - come osserva sempre il professor Cacciari - in questi casi la scienza ha già accertato la necessità per la salute pubblica di tale profilassi. Fino a quando non risulterà una uguale certezza per quanto riguarda l'attuale epidemia, chi rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione agisce in base ad una convinzione, e dunque la sua discriminazione lede la libertà di opinione. Alle parole di Cacciari possiamo aggiungere soltanto una osservazione di carattere giuridico in merito a come siamo arrivati fino a questo punto.

Un nostro amico e maestro, vecchio antifascista, ci raccontava di come un suo compagno di fede avesse evitato di aderire al regime senza per questo subire alcuna conseguenza: questo futuro dirigente della Repubblica era un facoltoso proprietario terriero, e poteva vivere di rendita. Per tutti gli altri, la richiesta della "tessera del fascio" non costituiva in realtà un obbligo, stabilito per legge, bensì un onere, il cui mancato adempimento comportava però in pratica l'emarginazione sociale. Questa situazione causò l'emigrazione di massa, in particolare verso la Francia, di quanti volevano lavorare senza diventare fascisti. Oggi si parla addirittura di esclusione dall'elettorato attivo e passivo per chi non è vaccinato. Una simile norma verrebbe probabilmente cassata dalla Consulta (usiamo il condizionale in quanto il conformismo non conosce limiti) in quanto costituzionalmente illegittima.

Tuttavia, già ora chi non è vaccinato viene escluso dall'insegnamento. Ciò significa che esiste in Italia una "scienza ufficiale", e questo risulta ancor più grave della imposizione di un pensiero politico o di una religione ufficiale. Che cosa succederebbe, infatti, se la medicina stabilisse che il vaccino è in realtà inefficace? Lo Stato, in questo caso, avrebbe discriminato chi aveva ragione: proprio nel campo in cui tale condizione - a differenza di quanto avviene in ambito filosofico - può essere accertata. L'obbligo di vaccinarsi, risulterebbe tuttavia lesivo della libertà di opinione, ma almeno - paradossalmente - esso rispetterebbe il principio di eguaglianza. L'introduzione di un onere causa invece una discriminazione, che si aggiunge alla imposizione - già di per sè inaccettabile - di una asserita verità ufficiale. Se infatti il dissidente è ricco, rimane indisturbato, se invece deve lavorare per vivere, rischia di perdere il posto. Ecco spiegato perchè "La Repubblica" tenta di spacciare l'onere per obbligo: chi non si vaccina è un traditore. Proprio come, a suo tempo, gli antifascisti.

Nostro nonno, malgrado i meriti acquisiti nella "Grande Guerra", venne dipinto come un cattivo italiano. Scalfari, non a caso, aveva iniziato la sua carriera nella "Gioventù Universitaria fascista": il suo è un ritorno alle origini. Valeva la pena di vivere quasi cento anni. Padre Bergoglio s.j. dovrebbe però ricordare al "fondatore" le parole del "Dies Irae", che dice "solvit seculum in favilla".

Post scriptum.

Come al tempo del fascio, i mezzi di informazione ufficiali parlano solo delle vittorie conseguite a Tokyo. Che però non riempiono la pancia, nè valgono ad esonerare il Comitato Olimpico e le federazioni, quali enti pubblici, di presentare i bilanci.

La signora Vezzali, che si esibiva in televisione chiedendo a Berlusconi di essere "toccata" da lui, e poi pavoneggiandosi nell'uniforme della polizia, pur essendo esonerata dal compito di rincorrere i ladri, dovrebbe almeno conoscere questo aspetto, non certo secondario, del diritto pubblico. Le consigliamo comunque di farsi aiutare dai nostri concittadini Bensa e Brioglio, entrambi storici dirigenti del CONI.

Mario Castellano