Il vecchio amico Ispettore Capo a riposo della Polizia di Stato, sagace e fedele custode della nostra incolumità fisica durante la custodia protettiva resa necessaria per le minacce della cosiddetta delinquenza organizzata, allorché dovette supplire con la sua generosità alla scarsezza dei mezzi a ciò dedicati dalla Amministrazione, è reso adusto al pericolo dai lunghi anni di servizio prestato nella Mobile di Genova, da cui si tengono prudentemente alla larga i cosiddetti pastasciuttari della Questura.
Costui è tuttavia divenuto inopinatamente timoroso, e ci partecipa le sue ambasce di genitore.
Il giovane figlio è infatti impegnato in una corsa contro il tempo: essendo probabile vincitore – e comunque certo della idoneità – nel nuovo maxi concorso per il reclutamento nel Corpo, prega ardentemente, insieme con tutti gli amici e familiari, per essere chiamato in servizio prima del ripristino del servizio di leva obbligatorio.
Radio – Fante, il Piantone del Comando ed altri simili redivive fantomatiche fonti di informazione sulle misteriose intenzioni del Governo asseriscono – speriamo senza fondamento – che quanto prima la Meloni adotterà tale decisione.
Ciò ha suscitato ancestrali timori, mai sopiti nello inconscio collettivo, di un involontario coinvolgimento dei nostri giovani in nuove guerre patrie.
Non è dunque in gioco una forzata sosta nelle caserme – peraltro ormai tutte sbaraccate – bensì, a quanto si dice, un sommario addestramento trimestrale, seguito dal diretto impegno sul fronte della Ucraina.
Ciò costituisce quanto di peggio possa capitare alle nuove generazioni.
Napoleone si fece ripagare dagli Italiani, cui aveva dato una bandiera, a imitazione del Tricolore francese, e quindi uno Stato, costituito prima dalla effimera Repubblica tenuta a battesimo nel Congresso di Lione del 1802 e poi dal loro primo Regno, coinvolgendone ben centomila nella sua disastrosa impresa di Russia.
Ne ritornarono soltanto cinquecento, e neanche Mussolini, inviando a sua volta una Armata al seguito dei nazisti, riuscì ad eguagliare tale disastro.
Tali memorie accrescono il timore che si diffonde tra madri, padri, nonni, mogli (o meglio compagne) e sorelle.
Tale sentimento è accresciuto dal fatto che i nuovi coscritti dovranno affrontare - per giunta a casa loro – i veterani della Wagner, reduci da anni di allenamento in Siria e in tutti gli altri conflitti del Terzo Mondo.
Dai quali gli Eserciti occidentali fuggono invece a gambe levate, collezionando sconfitte.
Se tutti i reduci, anche se ritornano a casa vittoriosi (il che comunque non ci succede dal lontano 1918) sono guardati con diffidenza, questo vale a maggior ragione per i perdenti.
Il Generale Bellacicco, candidatosi a Sindaco di Diano Marina, è stato clamorosamente trombato, essendo ben consci i suoi concittadini del disastro rimediato a Kabul.
Anche se – diversamente da quanto avvenuto alla Beresina – i nostri militari sono riusciti questa volta a scappare per via aerea.
Lo Stato Maggiore affermò una volta, in un suo memorabile bollettino di guerra, che il tentativo del nemico di impedire lo sganciamento delle nostre truppe era completamente fallito.
Il che, tradotto dal gergo militare, significa che erano state così leste a fuggire da rendere impossibile acchiapparle.
Ora il nostro Alto Ufficiale è in ballo per un richiamo.
Essendoci personalmente molto simpatico, auspichiamo che gli venga risparmiato.
I soldati russi sono infatti ben più temibili dei Talebani, specie se devono difendere il suolo patrio.
La Meloni, se avesse studiato, si rifarebbe al precedente di Caterina la Grande, la quale mandò Potemkin a conquistare le terre per cui anche oggi si sta combattendo, denominate – con una reminiscenza classica – la Tauride.
Non sappiamo quale condottiero italiano venga incaricato di emulare il Principe russo.
Sappiamo però che la imitazione, in altro campo, è già avvenuta: anche noi abbiamo i nostri Villaggi Potemkin, scenari di cartapesta eretti per far credere alla Sovrana che i sudditi vivevano agiatamente.
Si sta diffondendo infatti la adulazione verso la Signora della Garbatella.
La quale crede che la povera Italia sia tutta come il parterre della Scala, o la platea del Teatro Ariston.
Fin qui le note di colore.
Dicono i soliti bene informati che la imminente offensiva russa, forse postergata al Festival di Sanremo come avvenne per la precedente rispetto alle Olimpiadi, determinerà la partenza di nuovi Corpi di Spedizione occidentali, come avvenne già, proprio in Crimea, nel 1855.
Esaurite rapidamente le scarse schiere dei militari di professione, sarà giocoforza arruolare i coscritti.
Questo offre una possibile spiegazione per lo ormai annoso enigma sul possibile uso dei container.
La domanda finale riguarda la attitudine delle nostre nuove generazioni ad un impiego non soltanto militare, bensì bellico, per giunta in una guerra completamente diversa dalle due anteriori.
Quanto avviene nel Donbass non ha nulla a che vedere con il 1914 e con il 1939, e semmai assomiglia ai successivi conflitti del Terzo Mondo.
Che noi abbiamo vissuto nel Paese di adozione, per cui ci sentiamo come quanti sono già immunizzati da una malattia epidemica.
I Generali, però, combattono sempre la guerra anteriore.
Questo significa non solo la sconfitta assicurata, bensì dei disastri inimmaginabili.
Non vogliamo fare gli uccelli del malaugurio, ma la sola via di salvezza per i nostri giovani – qualora malauguratamente si dovessero verificare gli scenari ipotizzati – consisterebbe nel loro affidamento ad una delle infinite consorterie in cui si è frammentata la società italiana, e che costituiscono altrettanti Stati nello Stato.
Pronti, nel caso probabile di una nuova Caporetto o di un nuovo Otto Settembre, a farne le veci.
Post scriptum
Gli Ucraini hanno bombardato la Crimea con i droni.
La guerra si allarga inesorabilmente, rivelando la intenzione di mettere sempre piú alle strette la Russia, posta nella alternativa tra lasciarsi logorare, con il rischio di finire prima o poi frammentata, come avvenne nel 1918 in Austria, e poi – a partire dal 1989 - in Unione Sovietica, oppure scatenare un conflitto totale.
Noi vediamo i fatti che condussero ad ammainare la bandiera rossa sul Cremlino come il momento iniziale di una nuova fase della storia.
Ci dimentichiamo però che si trattò della fine di un processo cominciato molto prima.
Fin dal 1945, infatti, le truppe jugoslave si erano ritirate da Trieste e dalla Carinzia, mentre le truppe sovietiche avevano evacuato una parte di Berlino.
Seguì nel 1954 - in base al cosiddetto Memorandum di Londra - il rilascio di una parte della cosiddetta Zona A di Trieste, che passò sotto il controllo italiano.
Molti anni dopo, il Trattato di Osimo avrebbe permesso la acquisizione – in seguito alla rettifica del confine – di altri territori.
Nel 1955, fu la volta della zona della Austria occupata dalla Unione Sovietica, che permise la piena riunificazione di questo Paese in seguito al cosiddetto Trattato di Stato.
Con la caduta del Comunismo, il confine tra Est ed Ovest si spostò di centinaia di chilometri, dalle sponde del fiume Elba fino a quelle del Don.
Su cui la guerra si riaccese, divenendo calda, benché strisciante, nel 2014.
Nel frattempo, però, al confronto tra le ideologie era subentrato il conflitto tra le identità.
Fino, appunto, a contrapporre sanguinosamente i Russi e gli Ucraini.
Che cosa vi è in comune con la vecchia Guerra Fredda?
Essenzialmente, la contesa per la egemonia mondiale, che si manifesta in quella per il controllo delle materie prime.
La Russia di oggi assomiglia – o almeno viene considerata simile in Occidente – allo Impero Turco nel periodo compreso tra il Trattato di Berlino del 1878, che pose fine alla Prima Guerra Balcanica, ed il 1914.
In quel tempo, la diplomazia gli attribuì il soprannome di Uomo Malato, il cui corpo giaceva in Asia, mentre la testa era reclinata sul Bosforo.
Da un lato, esso era stato privato della qualifica di grande Potenza, ma da un altro lato continuava a qualificarsi come un soggetto multietnico, osteggiato da tutti i nuovi nazionalismi, oltre che dai vecchi irredentismi.
La Guerra Mondiale gli avrebbe inferto il colpo finale.
La Russia si trova oggi in una condizione analoga.
Con la differenza che rendere indipendenti i Ceceni e gli Ingusci, i Calmucchi ed i Mongoli Buriati ci fa rischiare un confronto atomico.
Evidentemente, gli Occidentali sperano che Putin sia il Gorbaciov della situazione, e dunque portano il gioco fino al rischio più estremo, trasformando la guerra difensiva della Ucraina – per cui basterebbero le armi del tipo di quelle giá inviate – in una guerra offensiva.
La Crimea è infatti considerata da Mosca territorio nazionale, mente Kiev la ritiene propria.
Da un lato, entrambe le parti considerano mortale lo scontro in atto, il che esclude la possibilità di una soluzione di tipo coreano, ma da un altro lato si spera di non arrivare ad un lancio delle bombe nucleari.
Si tratta di una scommessa molto azzardata.
Anche se Roma non venisse distrutta, ci è già stato imposto comunque un regime autoritario, che usa la economia di guerra come pretesto per restringere le libertà civili e personali.
Poiché inoltre il conflitto non finirà tanto presto, la Meloni non viene considerata come i Dittatori della Roma antica, cui era attribuito un potere assoluto, ma temporaneo.
Il suo è invece destinato a durare.
Su che cosa lo si è fondato?
Sulla difesa della identità italiana, la quale però costituisce al contempo una invenzione intellettuale ed una imposizione ideologica.
Siamo dunque caduti nella guerra etnica, ma senza liberarci da quella politica.
La sola via di uscita consiste nel rendere universale il principio di autodeterminazione.
Se i Ceceni hanno diritto alla indipendenza, non si vede perché negarlo - tanto per fare un esempio - ai Sardi.
Si scatena, intanto, la corsa a farsi riformare.
Tra i più inguaiati figura Franco Brioglio.
Il quale è assurto al suo attuale incarico nel Comitato Olimpico grazie alla cosiddetta biografia sportiva, che lo qualifica come rotto a tutte le discipline agonistiche.
Se dunque il Nostro esibisce una pancia piramidale, avendo sviluppato soprattutto i cosiddetti muscoli da tavola, avrà dei problemi ad invocare la insufficienza toracica.
Urge dunque una raccomandazione da parte del Commendator Bensa, se non addirittura una Fatwa dello Imam Piccardo.
SECONDO POST SCRIPTUM
Gli accadimenti si susseguono, e la loro accelerazione costringe a repentini aggiornamenti dei nostri modesti commentari giuridici.
Dopo il rinvenimento di una busta contenente proiettili ad alcuni isolati di distanza dal Teatro Ariston, evento immediatamente promosso al rango di attentato (!?), facendo correre brividi lungo la schiena del folto pubblico, composto nella quasi totalità da cosiddetti portoghesi, molti dei quali in trasferta da Roma (chi paga le spese?), il gran finale è stato vissuto a Milano.
Potremmo dunque dire che si è corsa una Milano – Sanremo alla rovescia, alla insegna della turbativa dello Ordine Pubblico, con conseguente energica repressione.
In un patetico revival degli Anni Settanta (chissà quanta nostalgia avrà provato Mario Capanna, confinato da lungo tempo nel suo buco di provincia), un corteo di Anarchici si è scontrato con la Polizia, ed ha immancabilmente infranto delle vetrine.
I Libertari di Roma sono stati surclassati, dal momento che non sono andati oltre il rovesciamento di tavolini e cassonetti.
Se fosse ancora vivo Carlo Emilio Gadda, vedrebbe in tale disparità di risultati la conferma della operosità propria delle genti lombarde, contrapposta alla indolenza mediterranea dei Quiriti.
Torna dunque a soffiare impetuoso il Vento del Nord, e se gli Anarchici hanno dato una botta, tremenda è risultata la risposta di Salvini.
Il quale dimentica inopinatamente di non essere più Ministro degli Interni e si sostituisce al collega del Viminale, simile ad un capocomico che ruba la battuta ad un modesto filodrammatico.
Il cosiddetto Capitano dovrebbe imitare quegli studenti – per lo più svogliati – i quali, accingendosi agli esami, si rivolgono ad un particolare Santo affinché li illumini.
A Siena, tale devozione è rivolta a Santa Caterina, forse per via del fatto che la Mistica di Fontebranda era notoriamente analfabeta: se dunque è diventata ciò malgrado Dottore della Chiesa, vi è speranza anche per chi arranca nel proprio cursus studiorum.
Nella cantina della Casa – Santuario di Fontebranda, si suole prelevare un sasso, da portare in tasca al momento della prova.
Inutilmente il Rettore, Monsignor Ancilli – insigne studioso, non certo promosso miracolosamente durante i suoi severissimi studi – ammoniva che nessun prodigio avrebbe salvato gli asini dalla meritata bocciatura.
Salvini si rivolge probabilmente, prima di pronunziare le sue sparate, a qualche divinità del Panteon padano, ovvero celtico, ma evidentemente con scarsi risultati.
Egli ha infatti affermato che dalle violenze di piazza degli Anarchici scaturirà ipso facto la chiusura delle loro sedi.
Tempo fa, nella dimora di alcuni leghisti bresciani vennero scoperte delle armi da guerra, tra cui faceva spicco un cannone da 122 millimetri, strumento usato notoriamente per la preparazione dello zabaione.
Nessuno, accertato con sentenza definitiva il conseguente reato, pretese per questo che venissero chiuse le sedi del Partito di Salvini: malgrado ciò avrebbe giovato a tale forza politica, permettendole di economizzare sui famosi quarantanove milioni di Euro, da destinare a spese più utili del pagamento degli affitti.
Ci domandiamo per quale motivo Piantedosi si astenga dal difendere la propria competenza; per quale motivo la Meloni non eserciti la funzione – a lei riservata dalla Costituzione – consistente mantenere la unità di indirizzo politico del Governo; per quale motivo, infine, il Potere Giudiziario non protesti per la violazione delle proprie prerogative.
La ragione di tale unanime ed assoluto silenzio consiste probabilmente nel fatto che gli scontri di Milano verranno usati nello stesso modo in cui si è usato il Rave Party della fatal Novara.
I drogati e gli Anarchici costituiscono altrettanti bersagli ideali contro cui indirizzare le ire dei benpensanti: con il probabile risultato di un nuovo Decreto, mediante il quale verrà data facoltà alle Questure di chiudere le sedi dei movimenti sovversivi.
Prima quelle degli Anarchici e dei Centri Sociali – altro irriducibile nemico di Salvini, che ad essi addebita la ammaccatura, consumata a Bologna, del proprio autoveicolo – poi quelle dei Partiti di opposizione.
I Democratici di Imperia, per sottrarsi a tale misura liberticida, già tengono chiusa la loro.
Come direbbe Veltroni, Do it by yourself!
Mario Castellano