L’ex Presidente della “Quinta Repubblica” è stato infatti indicato come l’ispiratore della cosiddetta “Costituzione dell’Unione Europea”, cioè del Trattato che regola l’attività di questa Organizzazione Internazionale.

Con ciò, la stessa definizione di tale documento cade in una contraddizione in termini: in tanto, infatti, si potrebbe parlare di una Costituzione in quanto l’Unione si trasformasse in una Federazione o in una Confederazione.

Se questo diminuisce l’importanza del testo dal punto di vista giuridico, non scalfisce tuttavia il suo rilievo in ambito politico.

Il Trattato infatti, doveva definire la direzione di marcia, gli obiettivi comuni che i Paesi del Vecchio Continente si erano prefissi.

Quando la Commissione incaricata di redigerlo e di presentarlo ai diversi Stati stava compiendo il proprio lavoro, trovandoci nel Paese di adozione, ci venne richiesto in sede accademica di spiegare il suo significato.

All’epoca, esprimemmo il nostro dissenso rispetto al fatto che la “Costituzione” non contenesse alcun richiamo alla identità dell’Europa, coincidente con l’eredità spirituale giudaico – cristiana.

Nel formulare questa obiezione, tenemmo tuttavia conto della preoccupazione che animava in particolare la persona di Valéry Giscard d’Estaing.

L’ex Presidente – discendente dall’aristocrazia dello “Ancien Régime” – è un cattolico, praticante, ma tale – nel tempo svolgeva il suo mandato – soltanto in privato.

Giscard d’Estaing, come pure Chirac, si conformò in questo atteggiamento con il precedente stabilito dal Generale De Gaulle.

Egli temeva che un richiamo alle due religioni da cui è stata forgiata l’identità europea, quella israelitica e quella cristiana, potesse offrire in futuro un pretesto a chi avesse inteso dare all’auspicata futura Confederazione continentale il carattere di uno Stato confessionale, facendo coincidere la norma dello Stato con il precetto specifico di una determinata Fede.

Questo scrupolo, in realtà, risultava eccessivo, e la Commissione se ne fece condizionare – peraltro all’unanimità – soltanto a causa del riflesso condizionato indotto dal laicismo persistente in gran parte dell’intellettualità e della classe dirigente europea.

Il pericolo costituito da una deriva confessionale non esiste in realtà in nessuno degli Stati membri dell’Unione, neanche in quelli di matrice cattolica.

L’evoluzione della loro legislazione interna – come dimostra ancora una volta la recente sentenza della nostra Corte Costituzionale sull’eutanasia attiva – non soltanto si allontana dalla conformità con il precetto religioso, ma addirittura riflette una evoluzione nello stesso modio di intendere la morale naturale: solo qualche decennio fa, neanche il più convinto laicista avrebbe concepito il riconoscimento legale delle unioni omosessuali.

Obiettando in merito alle conclusioni cui era pervenuta la Commissione Giscard d’Estaing, scrivemmo che un richiamo alla radice giudaico - cristiana della nostra identità comune sarebbe risultato utile – proprio in funzione di una auspicata evoluzione dell’Unione in senso confederale – per definirne l’ambito per così dire territoriale.

Usando questo termine, non intendiamo riferirci alla fissazione di confini geografici, quanto piuttosto alla ispirazione comune che dovrebbe unire gli Stati membri, attuali e futuri.

Questo ci porta ad una conclusione apparentemente paradossale: la stessa laicità dello Stato costituisce il riflesso, ed anzi la realizzazione sul piano giuridico proprio di un ideale giudaico – cristiano, quello dell’uguaglianza.

L’uguaglianza comporta la parità dei diritti a prescindere, tra l’altro, dalle convinzioni religiose proprie dei singoli cittadini.

La cronaca drammatica di questi giorni ci dimostra ancora una volta come proprio il principio di uguaglianza costituisca l’antidoto più efficace da esiti estremi come la pulizia etnica.

Mario Castellano