In un nostro precedente scritto, redatto a commento della decisione, adottata da Bergoglio in seguito alle raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, nonché alle sollecitazioni da tempo esercitate sul Vaticano da parte di tutti gli ambienti israelitici, di aprire ai ricercatori gli archivi vaticani relativi al pontificato di Pacelli, avevamo previsto che nell’ambito dell’ebraismo si sarebbe promossa una sistematica esplorazione dei documenti resi pubblici ad opera dei più qualificati studiosi della materia.

Ora cominciano ad apparire i frutti di tale impegno, che la Santa Sede – di questo le va dato indubbiamente atto – ha pienamente assecondato.

Lo storico israelita francese David Bidussa è stato tra i primi a pubblicare i risultati delle sue ricerche, dandone accuratamente conto nel libro “La misura del potere” (Solferino editore, 263 pagine, 17 euro).

In occasione della visita di Ratzinger al Tempio Maggiore di Roma, il rabbino capo, dottor Riccardo Samuele Di Segni, espresse una valutazione molto critica dell’atteggiamento tenuto da Pio XII in occasione del rastrellamento dell’ottobre del 1943, che portò alla deportazione ed allo sterminio di una parte considerevole della comunità israelitica della città.

La storia, naturalmente, non si fa con i “se”, cioè con le ipotesi, e dunque nessuno è in grado di valutare che cosa sarebbe accaduto qualora Pacelli avesse pubblicamente condannato l’operato dei nazisti.

Il dottor Di Segni si fece comunque interprete – più che di una valutazione degli eventi storici – di un sentimento diffuso tanto nella sua comunità quanto nel più vasto ambito dell’ebraismo, che si può definire di giustificata deplorazione del permanere nella persona di Pacelli, così come nell’insieme della curia romana, di una radicata mentalità antisemita. Della quale il silenzio mantenuto dal papa sulla persecuzione fu senza dubbio conseguenza, anche se influì su di esso la necessità oggettiva di mantenersi prudente per “salvare – come si suole dire – il salvabile”.

Come scrive nella sua recensione del libro di Bidussa Corrado Augias sull’ultimo numero del “Venerdì della Repubblica”, la mentalità antiebraica era radicata in Pacelli ed in tutto il suo ambiente. Lo prova un fatto storico accertato. Dopo la caduta del fascismo, le sciagurate “leggi razziali” vennero abrogate mediante un “decreto luogotenenziale”, emanato su impulso dell’autorità militare alleata.

Il gesuita padre Tacchi Venturi si fece però promotore di un intervento della Santa Sede presso il governo italiano, volto a far mantenere in parte vigenti le norme discriminatorie. Semplificando la questione, se in Vaticano non si condivideva la pratica del genocidio, neanche si accettava la piena affermazione del principio di eguaglianza, che si era imposto con l’emancipazione e che sarebbe stato pienamente affermato dalla costituzione repubblicana.

Giustamente, Bidussa inquadra il tema specifico dell’antisemitismo della gerarchia cattolica in un ambito più vasto, costituito dall’atteggiamento di chi era investito del compito di guidare la chiesa nei riguardi dei totalitarismi. Che non venivano condannati tutti nello stesso modo.

Pio XII giunse infatti a simpatizzare apertamente per l’aggressione nazista contro l’Unione Sovietica, partendo dal presupposto che essa era diretta a liberare la Russia dal comunismo, suo vero “nemico irriducibile”, contro il quale occorreva “muovere una guerra frontale”, che rendeva possibile – scrive l’autore – “l’alleanza con il fascismo e l’accordo anche con il nazismo tedesco”. Rispetto al quale potevano rimanere delle “contraddizioni secondarie”, dei dissensi marginali.

Pacelli non approvò mai espressamente il genocidio degli israeliti, ma si mantenne per l’appunto sempre nell’ambito di una “alleanza” con il nazismo.

A nostro avviso, si dovrebbe allargare ulteriormente la visione storica dei criteri con cui venne diretta la chiesa. Se il punto focale dell’analisi è costituito dall’atteggiamento nei riguardi dell’Olocausto, ed il suo ambito più vasto riguarda le ideologie totalitarie, una valutazione ancora più ampia deve comprendere il rapporto conflittuale della chiesa con tutto il pensiero moderno, non soltanto quello politico.

Questo rapporto riguarda tanto le vicende storiche quanto le idee che le ispirano.

Ritorniamo dunque al passo compiuto dalla Santa Sede sul governo italiano, e più in particolare sulla figura del suo promotore, padre Tacchi Venturi.

La stipula dei Patti Lateranensi era stata ritardata da una questione su cui i negoziatori delle due parti non riuscivano a trovare un accordo: da un lato, il regime fascista intendeva monopolizzare l’educazione dei giovani attraverso le proprie organizzazioni di massa, dall’altro lato la chiesa voleva esercitarla usando lo strumento dell’Azione Cattolica.

Dopo il 1929, si aprì su questo problema un contenzioso, dovuto alla differente interpretazione delle norme concordatarie.

Padre Tacchi Venturi venne chiamato a svolgere una mediazione, che portò alla stipula di un accordo informale. Quanto pattuito significò tuttavia una resa del Vaticano alle pretese del regime: gli ordinari avrebbero dovuto richiedere il “placet” delle autorità civili ogni qualvolta si procedesse alla nomina dei dirigenti del laicato.

Il vero motivo della disputa consisteva nel fatto che molti ex componenti del Partito Popolare, di sentimenti antifascisti, si erano “riciclati” quali presidenti dell’Azione Cattolica nelle varie diocesi.

I fascisti, logicamente, ne pretendevano l’allontanamento, e – grazie al compiacente intervento di Tacchi Venturi – la ottennero.

Tanto Mussolini quanto la curia erano accomunati dalla avversione nei confronti dei cattolici liberali, cioè di quanti avevano accettato il principio della laicità dello stato. La cui attuazione comportava l’affermazione del principio di eguaglianza, anche per i cittadini israeliti.

Se ci si pone nell’ottica di chi considerava i Patti Lateranensi come uno strumento per ripristinare lo stato confessionale, risulta chiaro che tanto i liberali, quanto i cattolici liberali, quanto gli ebrei fossero da considerare nemici. Forse non fino al punto di perseguire la loro eliminazione, ma certamente da contrastare.

Ecco perché un settore della curia aveva considerato con favore le “leggi razziali”, al punto che neanche la consumazione dell’Olocausto poteva dissuaderlo dal rivendicare il loro mantenimento in vigore.

Da allora, è passata molta acqua sotto i ponti del Tevere, ma il dissidio tra stato laico e stato confessionale si ripresenta puntuale ad ogni svolta della storia.

C’è chi, ritenendo opera del demonio tutto il pensiero politico moderno, propugna addirittura una ricostituzione dello stato pontificio. Questi signori dovrebbero rispondere ad una domanda: lo fanno nel nome del principio di autodeterminazione, oppure si propongono di restaurare il confessionalismo?

Dalla risposta a questo quesito, ne dipende un altro: si vogliono di nuovo rinchiudere gli ebrei nel ghetto?

Fa bene Bidussa, insieme con tutti gli altri studiosi, a scavare negli archivi, ma dalla valutazione di quanto avvenne nel passato si devono trarre delle lezioni sul presente: la questione che rimane aperta non è tanto che cosa fece Pacelli, o che cosa avrebbe potuto e dovuto fare, ma se il rigetto del pensiero moderno può ancora oggi determinare le scelte di chi guida la chiesa.

Mario Castellano