L’ultimo venerdì di novembre, la sigla “Unione Sindacale di Base”, che fa riferimento all’estrema sinistra, chiama i lavoratori a uno sciopero generale.
Il giorno seguente si svolgerà a Roma un corteo con due obiettivi: in politica interna, provocare la caduta del Governo Meloni; in politica estera, appoggiare Hamas a Gaza.
È purtroppo prevedibile che, in questa seconda circostanza, si scatenino disordini, come puntualmente avviene ogni qual volta si manifesta “per la Palestina”.
L’occasione, dal punto di vista degli organizzatori, sarà propizia per verificare tanto la consistenza del loro seguito, quanto la capacità di inscenare, in una grande città, episodi di violenza urbana, che costituisce sempre un’arma essenziale per ottenere la destabilizzazione di un Paese.
A Imperia, presso la sede dei “Marxisti-Leninisti”, si è svolta una riunione preparatoria, in cui è stata notata la presenza di un noto esponente del Partito Democratico.
Non capiamo come si possa conciliare l’ideologia, non tanto socialdemocratica quanto più propriamente liberale della forza politica guidata dalla Schlein, con l’ortodossia veterocomunista cui si ispirano invece i “Rifondatori”.
Risulta ancora più difficile, per un soggetto che sostiene i diritti degli omosessuali e dei transessuali – l’ultimo corteo “per la scuola” includeva nella sua piattaforma il diritto degli studenti a iscriversi dichiarando non già il sesso in cui sono classificati, bensì quello che intendono acquisire – conciliare le proprie posizioni con quelle degli integralisti musulmani.
In particolare con gli appartenenti ad Hamas, dato che tale movimento gettava i gay dai grattacieli di Gaza. Ora, essendo stati demoliti molti di questi edifici, le esecuzioni sommarie verranno verosimilmente praticate con altri metodi.
Ciò che accomuna però la segretaria nazionale con molti dirigenti locali è il “movimentismo”: conta cioè l’agitazione, a prescindere dai suoi obiettivi e dai risultati. Gli uni possono anche non essere condivisi, gli altri possono a loro volta risultare nocivi per gli interessi del partito.
In un’Italia lacerata da una guerriglia civile cronica – quale auspicano alcune delle sigle organizzatrici dei cortei – esso verrebbe ridotto a un ruolo completamente marginale.
La guida del movimento sarebbe inevitabilmente assunta da chi conta su anni di allenamento, praticato soprattutto in Val di Susa.
Alcune montagne – come il Cervino e la Grigna – erano considerate un tempo le “palestre” ideali per gli scalatori, essendo le ascensioni piuttosto facili.
Gli assalti ai cantieri dell’Alta Velocità hanno svolto in tempi più recenti la stessa funzione didattica, predisponendo gli allievi a più duri cimenti.
Gli islamisti, mescolando nelle rivendicazioni avanzate con lo sciopero generale e con la manifestazione di Roma temi di politica estera e temi di politica interna, compiono un’operazione tanto abile quanto spregiudicata.
Da una parte essi offrono all’opposizione ufficiale e legalitaria una massa di manovra di cui la sinistra non dispone più da tempo immemorabile; dall’altra parte coinvolgono questa stessa parte politica nel perseguimento dei propri obiettivi.
Se la Schlein, in altre parole, ha bisogno di una piazza, la si mette a sua disposizione.
Il servizio, però, non è affatto gratuito: la signora elvetico-germanico-statunitense deve infatti offrire in cambio la sostanziale accettazione delle rivendicazioni proprie degli islamisti.
È vero che i dirigenti del Partito Democratico, quando vengono interpellati individualmente dai giornalisti, affermano di condannare il 7 ottobre e di non sostenere affatto l’obiettivo consistente nella distruzione dello Stato di Israele.
Alcuni di loro addirittura manifestano insieme con gli esponenti delle comunità ebraiche.
Il movimento, però, trascina dietro di sé tante più adesioni quanto più si radicalizza.
Pur di fingere di avere un seguito – che comunque appartiene in realtà ad altri soggetti – si finisce dunque per praticare una politica “double face”.
Nei dibattiti si dice che Israele non deve essere distrutto; poi però, quando ci si trova in piazza, si è oggettivamente indotti a proclamare quanto viene gridato negli slogan e riportato negli striscioni e nei cartelli, nessuno dei quali inneggia alla cosiddetta “soluzione a due Stati”.
Questa soluzione, essendo frutto di un’elaborazione politica e giuridica piuttosto complessa, non si presta alle urla dei protestatari, che gridano più sinteticamente: “From the river to the sea, Palestine will be free”.
Il che – non tanto tradotto in italiano, quanto rappresentato sulle mappe del Medio Oriente – significa non già costituire uno Stato palestinese nei cosiddetti “territori occupati”, bensì cancellare Israele dalla carta geografica.
Tra le due posizioni estreme – quella di chi intende per l’appunto distruggerlo e quella di chi riconosce il suo diritto a scegliere con quali mezzi rispondere alle aggressioni – ci sono tutte le sfumature di quanti, in buona o in mala fede, non intendono schierarsi e dunque inevitabilmente si contraddicono.
Se infatti lo Stato palestinese venisse costituito “hic et nunc”, sarebbe usato come base per nuovi attacchi terroristici, come quello del 7 ottobre, che poté partire da Gaza proprio perché Hamas vi aveva costituito uno Stato di fatto indipendente.
Scartata questa opzione in quanto impraticabile, non rimangono che quelle estreme: o Israele può colpire quando e come vuole i propri nemici, oppure costoro sono in sostanza autorizzati a perseguirne la distruzione.
Non rimane dunque che compiere una scelta.
Per quale ragione il movimento che abbiamo visto crescere nelle piazze, dopo aver conquistato università e scuole, sposa sostanzialmente le tesi di Hamas?
La risposta va ricercata nella capacità – dimostrata dagli islamisti – di tessere alleanze.
Se la distruzione di Israele risulta per molti inaccettabile, non si può dire lo stesso riguardo alla caduta del Governo Meloni, che anche noi auspichiamo, non condividendone l’indirizzo centralista e autoritario, pur ritenendo che tale obiettivo debba essere perseguito esclusivamente con metodi legali.
L’unico soggetto che tuttavia si dimostra capace, se non di abbattere l’attuale esecutivo, quanto meno di combatterlo efficacemente, è però il movimento che vediamo in azione nelle piazze.
Si può scegliere di confluirvi, ma in tal caso si finisce inevitabilmente per essere trascinati dietro chi innalza questa bandiera, subordinandola però ai vessilli dell’islamismo radicale.
Se dunque non ci si rassegna ad assistere al consolidamento del regime, si è costretti a manifestare anche in favore di Hamas.
Qual è la conclusione di questo ragionamento?
Che l’islamismo è ormai sul punto di egemonizzare l’intera sinistra occidentale.
Il fenomeno non riguarda infatti soltanto l’Italia.
Il sindaco di New York non è stato certo eletto soltanto con i voti dei suoi correligionari – che sono ancora minoranza e in molti casi privi della cittadinanza – ma perché ha saputo fare proprie le tradizionali rivendicazioni della sinistra, cioè la difesa dello Stato sociale, e anzi il suo ampliamento, con un piano di edilizia residenziale pubblica.
Se per realizzarlo non si potrà fare affidamento sui fondi federali, pagheranno gli “Arabi del petrolio”.
Ciò non costituisce uno scandalo, dato che anche le influenze straniere concorrono a determinare i rapporti di forza interni.
Posta tale premessa, quale atteggiamento dovremmo assumere una volta constatato che, per abbattere la Meloni, risultasse indispensabile allearsi con i musulmani, più o meno radicali?
In linea di principio non ci sarebbe nulla di male; il rapporto di forze con l’Islam imporrebbe però di accettare, almeno in parte, le sue condizioni, sia in politica interna che in politica internazionale.
Sul piano interno, il diritto evolve da una concezione dell’eguaglianza dei diritti riferita agli individui verso la loro attribuzione alle diverse comunità.
La giurisprudenza e perfino la legislazione degli Stati occidentali tendono a recepire e a rendere esecutive le sentenze arbitrali pronunciate dalle cosiddette “corti islamiche”, anche quando dispongono in contrasto con il principio di eguaglianza quale era originariamente definito.
Esistono viceversa casi in cui i principi costituzionali vengono stravolti per danneggiare i musulmani.
In Portogallo è entrata in vigore una legge, proposta dall’estrema destra, che vieta alle donne di portare il velo nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, violando la libertà di culto e la libertà di coscienza, e danneggiando ingiustamente anche i seguaci di altre religioni.
Il divieto si estende infatti a tutti i rispettivi simboli.
La sinistra si è giustamente opposta a tale misura, con il risultato che la causa della libertà di coscienza e di culto riferita ai musulmani ha assunto un valore generale, che trascende il loro caso specifico.
I deputati portoghesi hanno contribuito, senza volerlo, all’egemonia politica dei seguaci dell’Islam, i quali difendono oggettivamente anche la facoltà per i cristiani di portare la croce al collo e quella per gli israeliti di indossare la kippah.
Lo Stato di diritto cade in contraddizione: per evitare che il principio di eguaglianza venga riferito alle comunità, lo si nega agli individui.
Siamo dunque in presenza degli ultimi sussulti dello Stato ideologico, che, proprio in nome di un’ideologia, finiva per conculcare tanto i diritti collettivi quanto quelli individuali.
Non è casuale che la tendenza ad affermare le identità sia sostenuta soprattutto da quanti ne possiedono una più forte, come è precisamente il caso dei musulmani.
Porgendo a Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo i nostri migliori voti in occasione del suo longevo compleanno, vogliamo farlo nella nostra bella lingua, dicendogli così:
“A quelli che compiono gli anni si tirano le orecchie per fare gli auguri.”
Mario Castellano