Il loro incontro, per quanto storico, non costituisce assolutamente un colpo di scena Giulio Andreotti, che aveva contribuito a prepararlo, ed in seguito potè ricevere le confidenze di entrambi, riferì che – addetta di Gorbaciov – essi avevano conversato in paleoslavo: è come se un italiano e un francese si parlassero in latino.

Ciò rivela comunque che l'allora segretario generale era non soltanto credente, ma anche praticante, dato che il paleoslavo viene preservato nella liturgia delle chiese ortodosse dei paesi slavi, le quali non l'hanno mai abbandonato, a differenza di quanto avvenuto per i cattolici con l'adozione del cosiddetto “volgare”.

Lo scritto di Gorbaciov riveste comunque un valore storiografico, in quanto testimonia quale idea dell'Europa animasse i due uomini, come essi pensavano di realizzarla ed infine – quanto è più importante – a che punto si trova oggi la realizzazione di tale progetto.

Gorbaciov, nel suo scritto, non fa riferimento alla attualità politica, salvo un cenno fugace alla epidemia ed alle sue conseguenze.

L'ex segretario generale ed il Papa concordarono all'epoca nel considerare che l'Europa costituisse un'unica entità spirituale, anche se la sua parte occidentale e quella orientale sono contraddistinte ciascuna da una sua specifica ispirazione e vocazione: nel linguaggio ecclesiastico, si dice un “carisma”, termine che non designa una identità esclusiva, né tanto meno contrapposta alle altre, quanto piuttosto lo specifico contributo che ciascun soggetto apporta ad una causa, anzi ad una identità comune.

Il Papa disse al suo interlocutore che l'Europa doveva “respirare con due polmoni”, intendendo con questo che si trattava di un solo soggetto.

Altri, in quel tempo, ricorrevano all'immagine delle due ali, ugualmente necessarie per volare quando Gorbaciov e Giovanni Paolo II si videro per la prima volta in Vaticano, la integrazione delle due parti dell'Europa costituiva ancora una prospettiva esaltante, già intravista ed aperta, ma ancora tutta da realizzare.

Il Papa considerava però la scelta compiuta dal segretario generale con la cosiddetta “perestroika” come “la ricerca di una nuova dimensione di vita delle persone, che corrispondeva di più alle esigenze dell'individuo e agli interessi di popoli diversi”.

Questa interpretazione che il pontefice esprimeva del cammino intrapreso dal suo interlocutore rivela quanto Giovanni Paolo II sapesse sollevarsi al di sopra della contingenza per dialogare con la storia.

All'epoca, infatti, c'era una sinistra che considerava l'opera di Gorbaciov come inserita nella piena continuità con il passato comunista, e c'era per converso una destra che aspettava con impazienza la conversione della Russia al capitalismo, e più in là di questo la sua piena assimilazione all'occidente.

Nessuna delle due mostrava però di tenere in considerazione la specificità culturale e spirituale di quella grande nazione, che riscattando le proprie radici si sarebbe inevitabilmente liberata delle superfetazioni ideologiche sedimentate a partire dalla Rivoluzione di Ottobre, ma sarebbe anche tornata ad elaborare la sua cultura originale, ad esprimere la sua autentica identità.

L'adozione del marxismo, ideologia di origine occidentale, poteva essere letta come una sia pure inconsapevole colonizzazione culturale.

Occorreva dunque che la Russia tornasse ad essere pienamente sé stessa, senza ripetere o perpetuare lo snaturamenti tanto a lungo subito.

Oggi sembra di essere ritornati ad una fase di rinnovata contrapposizione con l'occidente, di cui però Gorbaciov – in questo come in altri suoi interventi – non sembra particolarmente preoccuparsi, né concepirne alcun timore.

Pare infatti che egli inquadri le vicende attuali nell'ambito di una dialettica naturale.

Tanto più naturale in quanto la Russia, come capofila del cristianesimo orientale, ha ormai ritrovato la propria spiritualità che da un lato la accomuna in modo irreversibile con l'occidente, ma nello stesso tempo la distingue altrettanto irreversibilmente da esso.

Non è comunque la Russia a scegliere una nuova chiusura, è semmai l'occidente che rifiuta di aprirsi al resto del mondo.

Per questo Gorbaciov si riconosce pienamente nelle esortazioni pronunziate dal Papa attuale.

La Russia, che mai ha condotto una politica aggressiva contro l'occidente, e semmai l'ha patita più volte nel corso ella sua storia, rimane per l'altra parte dell'Europa come una inesauribile riserva di spiritualità. Le scelte compiute a suo tempo dal Papa polacco e dal “leader” russo hanno aperto questo grande deposito di risorse non materiali.

Si può tracciare un parallelo tra la complementarità economica tra la Russia e l'occidente, interdipendenti in quanto l'una possiede le materie prime e l'altro la tecnologia, e la loro possibile integrazione spirituale: il nostro materialismo attende di essere riscattato dalla grande anima della Russia.

Mario Castellano