L’elemento comune che collega tutte le situazioni emerse dalla cronaca delle ultime ore è la frustrazione, derivante dal senso di impotenza.
Il nuovo Presidente della Corte Costituzionale si è solennemente insediato, circondata dalla sua fama di inossidabile garantista e salutato da tutti i commentatori con la certezza che non permetterà alcun attentato allo Stato di Diritto.
Per dimostrare le proprie intenzioni, l’illustre studioso ha immediatamente criticato il Governo per il troppo frequente ricorso al Voto di Fiducia, nonché per l’altrettanto usuale impiego del cosiddetto “maximendamento: con cui, inglobando tutte le altre proposte di modifica ad un testo di Legge, si pongono le Camere davanti alla classica alternativa tra prendere o lasciare.
Si tratta di certamente di sotterfugi poco consoni con la stessa essenza della democrazia detta appunto parlamentare: nella quale la competenza del potere Legislativo non può essere in alcun modo usurpata dall’organo titolare viceversa del Potere Esecutivo, cioè dal Governo.
Ci domandiamo però dove era il Professor Barbera quando veniva inserito nella Costituzione materiale un nuovo atto legislativo, la cui introduzione avrebbe peraltro richiesto una modifica della Costituzione formale.
Ci riferiamo ai famigerati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nessuno di questi atti è stato in verità oggetto del giudizio incidentale che determina la pronunzia della Consulta sulla legittimità costituzionale di una norma.
Chi però avrebbe potuto impedire alla Corte di impedire un parere a questo riguardo?
Ricordiamo quanto ci è capitato personalmente.
Essendoci stata erogata una sanzione amministrativa in base a quanto disposto da uno dei Decreti del Presidente del Consiglio emanati durante l’epidemia, la impugnammo mediante un Ricorso in Opposizione.
Con cui precisamente eccepivamo che un atto amministrativo – quale è precisamente il D.C.P.M. - potesse istituire una infrazione amministrativa.
Il ricorso fu accolto, in quanto verosimilmente si temeva che la questione venisse sollevata in un giudizio di legittimità costituzionale.
Se il nuovo Presidente ritiene doveroso pronunziarsi su di una prassi giustamente ritenuta lesiva della competenza del Parlamento, benché essa non venga formalmente menomata che cosa avrebbe
dovuto dire su di un nuovo tipo di atto che addirittura deferisce l’esercizio del Potere Legislativo al Presidente del Consiglio?
I Decreti Legge vengono quanto meno emanati dal Consiglio dei Ministri quale organo collegiale.
Il Presidente del Consiglio legifera invece attualmente quale organo monocratico, e le Camere non sono neanche chiamate a convertire quanto egli stabilisce.
Né – quanto è peggio – la promulgazione dei Decreti del Presidente del Consiglio è limitata ad una specifica materia, e tanto meno ai famosi “casi straordinari di necessità o di urgenza”.
Sul merito della riforma costituzionale proposta dalla Meloni, Barbera non si è pronunziato, asserendo giustamente che si tratta di una competenza esclusiva del Parlamento.
I Giudici Costituzionali possono dunque rilevare che una norma di Legge Ordinaria dispone in conflitto con la Legge Suprema, ma nulla possono qualora la Costituzione formale venga stravolta.
Il che avverrà quando sarà concentrato un potere assoluto precisamente nel Presidente del Consiglio, sottraendolo per giunta alla possibilità di essere sfiduciato dal Parlamento.
L’importante – dice Barbera – è che il procedimento stabilito per l’emendamento costituzionale venga rispettato: celebrando – se del caso – il referendum confermativo.
Le prerogative della Corte Costituzionale rimarranno peraltro intatte.
La difesa dei principi ispiratori della Costituzione non va ricercata nei meccanismi che – come nel caso dell’Italia – la rendono rigida, quanto piuttosto nella coscienza politica e nella capacità di mobilitazione dei cittadini in difesa dei suoi principi ispiratori.
Questo fino ad oggi ha costituito il miglior presidio delle conquiste ottenute dopo la Librazione.
Barbera è stato anche un militante ed un dirigente politico.
Come tale, sia pure deponendo idealmente per un momento la Toga, ci saremmo attesi che esprimesse almeno una parola di rammarico per il venir meno precisamente del fondamento politico posto alla base degli Istituti Giuridici su cui è chiamato a vigilare.
Sembra invece che l’instaurazione di una autocrazia riguardi un altro pianeta.
Eppure, questa vicenda coinciderà con il suo mandato del nuovo Presidente.
Zelensky ritorna dall’America a mani vuote, come ritornerà a mani vuote dal Consiglio Europeo, qualora tale consesso decida di ospitarlo.
Il suo Paese non ha una industria militare, e non dispone neanche più delle risorse economiche necessarie per approvvigionarsi di armi.
L’Imperatore di Bisanzio Emanuele II compì un giro dell’Europa Occidentale per chiedere aiuto, quando già Costantinopoli era minacciata dall’esercito turco, e mancavano ormai pochi anni alla sua caduta.
Il Paleologo ricevette molte buone parole, ma nessun atto concreto.
Nel 1453 cadde l’Impero di Oriente, e nel 1529, dopo avere risalito i Balcani, i Musulmani assediarono Vienna.
Il solo aiuto concreto prestato ai Bizantini consistette nell’ospitarli quando si trasformarono in profughi.
Nel caso degli Ucraini, l’esodo è già avvenuto, il che mette in pace la coscienza dell’Occidente.
L’unica difesa per cui si manifesta ancora un impegno concreto è quella di Israele.
Che però è sostanzialmente in grado, per sua fortuna, di proteggersi da solo.
Riducendosi peraltro ad un avamposto assediato.
Le rotte che attraversano il Golfo Persico ed il Golfo di Aqaba stanno divenendo impraticabili, e la navigazione civile che le attraversa – da cui dipende il flusso di materie prime per l’Occidente – richiede di intraprendere una enorme operazione di guerra.
La militarizzazione del nostro approvvigionamento prelude alla militarizzazione di tutta l’economia produttiva, cui saremo costretti dalla scarsità di energia.
Non entreremo dunque in guerra soltanto perché verranno commessi degli attentati in Europa.
Vi entreremo in quanto il prezzo delle materie prime – gravato dall’allungamento delle rotte, dalla loro insicurezza e dalla necessità di difenderle – imporrà delle discipline collettive cui non si era più abituati da generazioni.
La tenuta del fronte interno dipende però dalla identificazione nella propria causa.
Il problema ritorna dunque sempre all’autocoscienza dell’Occidente.
Cui non giova un autoritarismo basato fondamentalmente sulla diffidenza nei confronti dei sudditi.
Non è l’ora di restringere le libertà costituzionali: è viceversa il momento in cui le si debbono difendere, in quanto in esse ci si riconosce.
La Conferenza di Dubai si è conclusa dando ragione agli Arabi del petrolio.
I quali naturalmente non vogliono sentir parlare di abbandonarlo.
E’ come chiedere ai produttori di bevande alcoliche di sostenere il proibizionismo.
Gli Sceicchi dovrebbero venderci a buon prezzo le loro risorse affinché possiamo destinare i risparmi agli investimenti nelle rinnovabili.
Si poteva sperare che gli Sceicchi fossero così fessi?
Non è inoltre necessario essere degli esperti di geo strategia per sapere che i regimi arabi detti “moderati” galleggiano sul magma del fondamentalismo islamico.
Il quale, mentre si discute negli alberghi di lusso di Doha, pratica la pirateria nelle acque prospicenti.
Siamo tornati per l’appunto all’epoca dei “Pirati Barbareschi”.
I quali agivano come soggetti di Diritto Internazionale.
I Russi, non a caso, dicono che siamo alla conclusione del ciclo – durante mezzo millennio – dell’egemonia occidentale.
Questa egemonia ha coinciso con il Colonialismo, e con esso è destinata a finire.
Mario Castellano