Parlando riservatamente, alcuni colleghi del ministro ci avevano manifestato qualche dubbio al riguardo, mentre nessuno metteva in discussione la competenza del dottor Gabrielli, il quale – avendo iniziato nella nostra città il proprio “cursus honorum” – vi ha lasciato non soltanto un ottimo ricordo, ma anche una serie di atti amministrativi ancora oggi usati come falsariga da chi gli è succeduto nell’incarico.
L’attuale responsabile del Viminale dimostra di non conoscere la differenza tra un atto nullo e un atto annullabile. Soltanto Franco Brioglio, tra i dirigenti della nostra amministrazione pubblica, saprebbe esibire una più crassa ignoranza della materia.
L’atto è nullo quando risulta carente dei presupposti materiali, quando viene emanato in una forma completamente irrituale e quando esula dalla competenza dell’amministrazione pubblica nel suo insieme.
Ora si dà il caso che il Presidente della Sicilia abbia disposto il trasferimento in altre Regioni degli immigrati affetti dal virus. La sanità rientra tra le attribuzioni della Regione, e dunque non si può eccepire l’illegittimità dell’atto per incompetenza. Tale illegittimità, qualora venisse riscontrata dalla giurisdizione amministrativa, determinerebbe comunque l’illegittimità – e dunque l’annullabilità – dell’atto. La quale esime dall’adempimento, giacché l’atto nullo non produce alcun effetto giuridico, mentre quello annullabile lo determina fino a quando intervenga una pronunzia sulla sua illegittimità.
È vero che un decreto del Presidente del Consiglio ha trasferito allo stato la competenza sulle misure di contrasto all’epidemia, ma è altresì vero che si tratta di un provvedimento costituzionalmente illegittimo.
Male hanno fatto dunque gli organi delle Regioni quando hanno omesso di sollevare la relativa questione dinanzi alla Consulta. Tuttavia, quanto lo stato pretende di avere avocato a sé non è l’emanazione degli atti amministrativi, bensì quella delle norme regolamentari.
L’atto emanato da Musumeci rientra tra quelli di tipo indubbiamente amministrativo.
La dottoressa Lamorgese può naturalmente asserire la sua illegittimità per eccesso di potere. Il ministro può cioè asserire che il trasferimento degli ammalati presso aziende sanitarie di altre Regioni non è autorizzato dalla legge nella fattispecie in oggetto. Se tale è la sua convinzione, la titolare del Viminale può benissimo impugnare l’atto dinanzi alla giurisdizione amministrativa, richiedendo anche la sospensione della esecuzione. Se non lo fa, è in quanto teme che il competente tribunale dia torto al governo, costringendolo a trasferire i migranti contagiati.
Ammettiamo tuttavia che l’atto risulti nullo. Nulla vieta, in questo caso, al ministro di richiedere una sentenza della giustizia amministrativa, sia pure di carattere dichiarativo. Risulta però conveniente asserire che l’atto è nullo, così da non doverlo eseguire. Con il rischio, però, che – qualora esso risultasse invece legittimo – la dottoressa Lamorgese incorra in una omissione di atti di ufficio, per non parlare dei reati colposi configurabili qualora la permanenza degli ammalati in Sicilia causasse una estensione del contagio.
A questo punto, l’analisi giuridica lascia il posto a quella politica. Il governo ha deciso di non incaricare la giurisdizione amministrativa di valutare la legittimità degli atti emanati da altri enti pubblici, come era sempre avvenuto fino ad ora quando sorgevano dei conflitti di competenza. Ciò significa che l’esecutivo intende limitare a suo arbitrio quella attribuita ad altri soggetti di diritto pubblico.
Questo, se lo fa Putin, viene denunziato su tutti i mezzi di comunicazione dell’Occidente, trattandosi di un segno tipico della instaurazione di una dittatura. Fino a quando non si dirà lo stesso a proposito di Conte? È vicino il momento in cui un italiano potrà chiedere asilo politico all’estero. Si manifesta infatti con evidenza la deriva autoritaria e centralistica del nostro stato.
La Costituzione afferma che la repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”. Le “riconosce” in quanto esistevano prima che essa venisse fondata, ed anzi ben prima della stessa Unità d’Italia.
La Sicilia – se non si vuole risalire alla rivolta del Vespro del 1282 – insorse tre volte, nei tempi moderni, per rivendicare l’indipendenza: nel 1847, precedendo addirittura la rivoluzione che abbatté in Francia la monarchia di Luigi Filippo, contro i Borboni, nel 1867 contro i Savoia, ed infine dal 1944 al 1950.
Un conoscente ci ha informato che il figlio postumo di Salvatore Giuliano, nato in America, è tornato da tempo a vivere nell’isola. La dottoressa Lamorgese è certamente informata su che cosa sta facendo questo signore. Il ministro, a quanto pare, studia molto più i “mattinali” delle questure che i trattati di diritto pubblico (è anche meno faticoso).
Se fossimo al posto di Conte, faremmo attenzione a quanto avviene al di là dello Stretto. Un’altra insurrezione della Sicilia sarebbe il principio della fine per lo stato unitario italiano. Musumeci è un fascista dichiarato. Sta dunque per scattare l’eterno ricatto “antifascista”.
A questo riguardo, vorremmo ricordare un episodio molto significativo. I catalani avevano deciso di andare a Bruxelles per manifestare in favore della loro indipendenza. I fiamminghi decisero che ciascuno di loro ospitasse uno di quanti non potevano pagare l’albergo. Separatisti delle Fiandre, che nel tempo dell’occupazione tedesca avevano goduto di una effimera indipendenza dal Belgio (come era anche avvenuto per la Croazia dalla Serbia, e per l’Ucraina dalla Russia) vengono accusati di essere dei “nazisti”. I catalani venivano tacciati a loro volta da Franco di essere “comunisti”. A parte il fatto che si trattava in entrambi i casi di calunnie, la causa indipendentista è destinata comunque a sconvolgere le vecchie “dicotomie”.
Noi ci schieriamo con Musumeci, perché il Presidente della Sicilia difende anche gli interessi della Liguria, e di tutte le altre Regioni che reclamano l’autodeterminazione. Tanto più in quanto nemmeno l’autonomia viene rispettata.
Quella della Sicilia risale al 1946, e costituì la risposta dello stato al suo separatismo.
Da allora, i siciliani hanno sempre rispettato i patti stipulati con Roma. Conte e la Lamorgese li hanno violati.
Anche a costo di offendere i principi fondamentali del diritto pubblico.
Mario Castellano