L’esito di questo appello, il terzo nella storia unitaria italiana dopo le due guerre mondiali, dipende da tre distinti fattori: uno è costituito dalle sanzioni di cui vengono minacciati i disobbedienti; un altro è rappresentato dalla possibilità effettiva di conseguire la vittoria; il terzo dalla fede nella giustizia della causa nel cui nome ci si dovrebbe sacrificare. Dei tre fattori che abbiamo elencato, quest’ultimo risulta decisivo. Se c’è, permette di superare tutte le difficoltà e tutte le prove, rendendo anche inutile ogni coercizione. La disciplina più forte è sempre l’autodisciplina.

Qualora dunque i giovani non credano nella causa per cui la dottoressa Lamorgese tenta di mobilitarli, i locali notturni rimarranno naturalmente chiusi, ma si troveranno facilmente dei surrogati alla loro frequentazione, quali i “party” organizzati nei luoghi più svariati, all’aperto o al chiuso. I liquori potranno sempre essere acquistati nei supermercati, incaricando quanti hanno già raggiunto la maggiore età.

Il ministro dovrebbe sapere perfettamente che il divieto di frequentare certi locali costituisce soltanto il mezzo, mentre il fine è l’adozione di un modello di vita più austero, e più consono ad affrontare i pericoli incombenti sulla nostra società.

Solo se la si vuole preservare, si può contrastare con efficacia l’epidemia. Occorre dunque riconoscersi in qualche valore comune.

Proprio ieri, senza immaginare la novità incombente, ci è capitato di conversare con un giovane religioso, nostro amico di vecchia data e uomo di punta della nuova generazione di frati appartenenti alla sua congregazione. Egli ci ha fatto osservare che un tempo la vita collettiva si organizzava intorno a tre istituzioni: la famiglia, la nazione e la chiesa. Oggi esse sono tutte e tre in crisi, e dunque hanno perduto il loro potere di aggregazione. Che cosa le ha surrogate? Le associazioni. Le quali sono sovente benemerite, dal momento che si propongono di sostenere delle cause giustissime, che vanno dalla promozione di una particolare devozione fino alla difesa degli animali.

L’unico loro difetto – o quanto meno l’unico loro limite – è costituito dal fatto che tendono ad essere divise. Prendiamo l’esempio dei gruppi ecclesiali. Uno dei più numerosi e agguerriti, dopo che “Comunione e Liberazione” si è in parte obnubilata per il cattivo esempio offerto da certi suoi dirigenti, sono i “Medjugoriani”. I seguaci di padre Fanzaga hanno in comune con quelli di don Giussani il fatto di ispirarsi al cattolicesimo quale viene concepito e praticato in paesi stranieri, nell’un caso la Polonia e nell’altro l’Erzegovina, popolata dai croati: o meglio dai croati più esposti al confronto con i serbi ortodossi e con i bosgnacchi musulmani. I polacchi hanno dovuto combattere in tutta la loro storia per preservare la propria identità nazionale, di cui la religione costituisce l’elemento decisivo.

Oggi i “Medjugoriani”, dopo la stabilizzazione della situazione nei Balcani, si mobilitano in difesa dei maroniti. Come i cechi, gli slovacchi ed i magiari vennero ricondotti al cattolicesimo durante la Controriforma, anche i melchiti, i caldei ed i siri cattolici ritornarono alla comunione con Roma dopo essersene separati. I polacchi ed i maroniti furono invece “semper fideles”. Questo merita loro tutta la nostra simpatia e tutta la nostra ammirazione, ma per essi il cattolicesimo costituisce motivo di aggregazione nazionale ed etnica, mentre il nostro si è caratterizzato in modo completamente diverso.

Era dunque inevitabile che un associazionismo religioso basato sulla rivendicazione dello stato confessionale, o addirittura sulla contrapposizione con gli altri cattolici, non propensi a credere in un asserito fenomeno soprannaturale sul quale la stessa chiesa rimane agnostica, finisse per risultare divisivo. Ancora di più lo è quello rappresentato dai tradizionalisti, i quali mettono addirittura in discussione che gli altri cattolici siano tali.

Può una società in cui le aggregazioni tradizionali – la famiglia, la nazione, la chiesa – non riescono più a svolgere la funzione di coesione sociale che un tempo era loro propria, mobilitarsi in modo disciplinato e convinto? Lo vedremo presto, ma è lecito dubitarne.

Per ora, constatiamo che la dottoressa Lamorgese non trova una motivazione plausibile per la prova di disciplina cui chiama la gioventù italiana. Salvo, naturalmente, la paura del contagio.

Se nel 1915 i nostri nonni avessero agito secondo lo stesso criterio, non ci sarebbe stato l’intervento, e comunque l’esercito italiano si sarebbe sbandato immediatamente. Invece lo stato unitario, per la prima ed unica volta nella sua storia, superò la prova.

Eppure, in quella circostanza storica, il pericolo era insito precisamente nel fare la guerra.

Oggi, invece, si vuole far credere che una sorta di guerra costituisca il prezzo da pagare per evitare il pericolo incombente. Quando però le pulsioni dei giovani li spingono a rischiare la vita – fino al punto che si uccidono guidando in stato di ebbrezza, senza neanche esporsi nel nome di una causa – risulta poco probabile il successo di una mobilitazione consistente nel chiudersi in casa.

Converrebbe dunque fanatizzare la nuova generazione, spingendola ad affrontare qualche nemico esterno?

C’è chi lo individua nei musulmani e nei cinesi, ma non risulta che riesca a mobilitare un solo volontario. Il motivo di tutto questo è molto semplice. L’unica causa per cui vale la pena di morire è quella per cui vale la pena di vivere. Se però non si è disposti né a preservare, né tanto meno a spendere la propria esistenza nel nome di qualcosa, ciò significa che non si crede più in nulla.

È dunque lecito dubitare dell’esito della chiamata alle armi della dottoressa Lamorgese. La quale parla a nome di Conte, sempre pronto ad esprimersi pubblicamente in simili circostanze.

Perché l’ “avvocato del popolo” non coglie l’occasione per pronunziare una delle sue arringhe?

Perché non ha il prestigio necessario per chiedere dei sacrifici.

Mario Castellano