La fazione bassotta, che come un cancro, od una piovra, si è progressivamente impadronita del nostro sport – tanto nelle sue rappresentanze istituzionali quanto nella dirigenza delle distinte Società - ha finito per espugnare anche il posto più prestigioso, cioè quello di allenatore della Imperia Calcio.
Come negli Stati Uniti il Sindaco di Nuova York è ritenuto la seconda carica della Nazione, così in Italia il Commissario Tecnico della Nazionale è secondo solo al Capo dello Stato: più in piccolo, in ciascuna delle nostre Cento Città, chi allena i pedatori locali viene subito dopo il Sindaco.
Nel nostro caso, essendo il Primo Cittadino uomo notoriamente sospettoso, tale situazione deve avere destato in lui una certa invidia: per cui la dirigenza della Imperia, anche se formalmente aliena alla sua fazione, non poteva più a lungo ignorarne gli umori.
Avendo la squadra perduto in casa domenica scorsa – malgrado una settimana prima avesse vinto in trasferta – è scattata inesorabile la congiura, maturata da tempo contro il Mister.
Invano il fido Antonio, Dirigente Accompagnatore, lo veniva ammonendo – simile allo indovino che mette in guardia Giulio Cesare dalle Idi di marzo - circa le trame ordite nella ombra a suo danno.
Il Nostro si è comunque sottratto al primo esonero nella sua carriera (mai, infatti, gli era toccato un simile disonore) dimettendosi con una nobilissima lettera.
Dopo la epurazione briogliana, che ha portato alla estromissione dal Comitato Olimpico del consulente per le questioni giuridiche, cioè chi scrive, di quello per la sicurezza degli impianti, Ingegner Corrado e di quello economico, Dottor Canta, tutte persone dedite a prestare la loro opera con disinteresse e passione, ed essendo le Società già schierate compattamente sul fronte bassotto, rimaneva – unico baluardo inespugnato – la panchina della Imperia.
Per occuparla, occorrevano delle natiche di amianto, trattandosi di un seggio proverbialmente molto caldo.
Il deretano di Bocchi è però tale da resistere anche alle fiamme infernali.
Se tuttavia neanche Belzebù gli poteva nuocere, ben più insidiose sono risultate le trame della fazione sportiva a lui avversa.
Ecco dunque che il Nostro ha dovuto cedere.
Gian Luca Bocchi è genovese di antica schiatta, e per giunta genoano.
Il che testimonia del suo attaccamento ai colori sociali, essendo proverbiale che la tifosi del Grifone sono tanto più ad essi fedeli quanto più deludente risulta la squadra.
Genova rigurgita peraltro di Società Sportive, ciascuna delle quali ha come riferimento vuoi una Delegazione (tutte quante hanno preservato orgogliosamente il proprio rispettivo vessillo, specialmente nel calcio), vuoi ad un particolare milieu.
In questo clima civile, il giovane Bocchi ha svolto il suo duro apprendistato.
Capitato in una classe liceale che ha espresso ogni eccellenza nel campo economico e portuale, egli ha risposto invece alla vocazione calcistica, divenendo proprio per questo il punto di riferimento dei vecchi compagni di scuola.
Come tanti navigatori, il Nostro ha lasciato presto la Superba per correre le rotte del mondo, nel suo caso il mondo calcistico.
Memorabile la milizia nel Livorno, città per eccellenza toscanamente faziosa, tanto nella politica quanto nel calcio.
Ancora si ricorda una sua rete, segnata contro il Pisa proprio nella Arena Garibaldi, durante il più infuocato di tutti i derby italici.
Terminata la carriera ad Imperia, Bocchi si é iscritto a pieno merito tra i nostri concittadini di elezione.
Incontrando però un ambiente sportivo esattamente antitetico alla propria concezione agonistica, fatta di impegno civile, di lealtà, di rispetto scrupoloso delle regole, di senso del dovere.
Nella sua milizia calcistica, si riflette la migliore ispirazione derivante dalla storia gloriosa della Cittá di origine.
Se vi é nel calcio un personaggio mazziniano, di spirito severo ed austero, dedito alla sostanza delle cose ed alieno da ogni retorica, da ogni apparenza, da ogni vanità, questi è Bocchi.
Logico dunque che il clima omertoso, bassamente complottista, contrassegnato dalla obbedienza mafiosa ai capibastone imperante in un ambiente che per involontaria ironia della denominazione si definisce Olimpico, lo rigettasse; e che Bocchi lo rigettasse a sua volta.
Ai ragazzi, come si chiamano in gergo, egli si rivolgeva soltanto per esortare, correggere, rimproverare, ma proprio per questo era uno di quei Maestri di cui ci si ricorda per tutta la vita, in quanto formano ed insegnano: prima di tutto con il loro esempio.
Bocchi non avrebbe mai favorito qualcuno dei suoi propiziandogli la carriera a spese delle norme sul Pubblico Impiego, né avrebbe fatto parlare di sé per le abiure religiose, o per essere un Arlecchino servo di due padroni, Destra e Sinistra risultando uguali: purché, naturalmente – come si dice dalle parti del Foro Italico - se magna.
I Grandi Signori sono sempre un poco alteri e distaccati, ma alieni da ogni snobismo, che consiste nella ostentazione di una superiorità non acquisita per proprio merito: Bocchi è uomo orgoglioso, ma si è fatto strada da solo.
Ai suoi detrattori, che oggi brindano per essersi sbarazzati di un altro nemico, ricordiamo le parole ammonitrici di Don Chisciotte: Ripara, fratello Sancio, che nessuno è più di un altro se non fa più di un altro.
Grazie, Bocchi, per tutto quello che hai fatto per Genova, per Imperia, per la Liguria e per il Calcio italiano.
Mario Castellano