Alain De Benoist è certamente uno dei pensatori politici più originali ed acuti presenti oggi nel panorama occidentale.

Noi non ci siamo mai mescolati con quanti gli hanno decretato un ostracismo immeritato ed ingiustificato, bollandolo come fascista.

In realtà, De Benoist si colloca nel novero di coloro – tra cui molto modestamente ci iscriviamo anche noi – che ritengono ormai obsolete le contrapposizioni causate dalle ideologie del secolo scorso.

Ciò premesso, il pensatore francese lamenta giustamente come le opzioni politiche non siano più riferite ai diritti collettivi, ma riguardino soltanto la tutela di quelli individuali, che il pensiero dominante considera ormai la sola categoria in base alla quale si debbono contrarre le alleanze e distinguere i buoni dai cattivi.

Noi non abbiamo alcun timore di spingerci oltre, affermando quanto De Benoist si limita ad insinuare: il pensiero dominante, elaborato al fine di garantire chi detiene il potere economico – e di conseguenza il potere politico – sullo Occidente ha imposto questo criterio precisamente per allontanare gli intellettuali detti un tempo impegnati (in francese engagés) dal loro impegno, ormai considerato démodé, nelle cause sociali.

Riferite ad un ambito ormai abbandonato alla bassa macelleria del capitalismo più sfrenato.

Fa dunque bene De Benoist a definirsi socialista: questo lo colloca tra chi si muove contro corrente, più ancora che se dicesse di essere fascista.

Se infatti risulta facile schierarsi contro il fascismo, chi avversa il socialismo deve ancora quanto meno fornire qualche spiegazione.

In una intervista precedente, il Maestro aveva detto di avere votato – in occasione delle ultime Presidenziali francesi – per Melenchon al primo turno, e per la Le Pen al secondo.

Cioè per i due candidati opposti al sistema, preferendo però in linea di principio quello proveniente dalla Sinistra.

Dalla nuova intervista, risulta infatti anche che De Benoist non è un tradizionalista: nel qual caso si sarebbe già iscritto al Fronte Nazionale, cui viceversa non ha mai appartenuto.

Proprio in quanto egli non privilegia il problema identitario, bensì quello derivante dalla disgregazione sociale, prodotta deliberatamente (e qui il suo discorso risulta assolutamente esplicito) da chi comanda sul nostro sistema economico e politico.

Date queste premesse, elogiamo la sua coerenza nel non sbilanciarsi affatto in favore della Meloni.

Del cui Governo egli dice che non si può considerare né sovranista, né tanto meno neofascista, bensì soltanto un Governo liberale conservatore classico: citiamo testualmente le parole pronunziate in occasione della intervista.

De Benoist, risultando indifferente alla tematica dello identitarismo – su cui viceversa ci si sarebbe potuta attendere qualche apertura di credito verso la Presidente del Consiglio - ne prende le distanze: come per evitare tanto le illusioni quanto le inevitabili conseguenti delusioni.

Se la Meloni ha letto la intervista (del che, naturalmente, dubitiamo), ne è rimasta dunque delusa.

La prassi autoritaria del suo Governo non viene infatti giustificata, come invece sarebbe avvenuto se fosse stata messa in atto in funzione di una qualche forma di sovranismo.

Che De Benoist assolutamente non scorge, così come non scorge nessuna traccia di Fascismo sociale.

Quale invece rimarrebbe se il Governo si muovesse nel solco di tale ideologia e di tale tradizione.

Il giornalista non porge alcuna domanda in merito a ciò che De Benoist pensa della genesi del nostro Governo.

Se il quesito fosse stato formulato, avrebbe messo alla prova la onestà intellettuale del pensatore.

Se infatti si riconosce – come risulta evidente – che la Meloni è stata imposta al nostro Paese per praticare un autoritarismo non certo volto a difendere delle scelte sovraniste, bensì quelle esattamente contrarie, De Benoist sarebbe stato costretto a concludere che ogni richiamo al proprio pensiero – ed ogni omaggio, benché dovuto, alla propria persona – si collocano esclusivamente in una ottica propagandistica.

A parte il fatto che il francese è contrario al bellicismo sfoggiato dagli Occidentali in Ucraina, mentre la Meloni combatte in prima linea su quel fronte di guerra in cerca di benemerenze e di riconoscimenti quale atlantista a Denominazione di Origine Controllata, se consideriamo le prospettive economiche Sunt lacrimae rerum, come si dice in latino.

La guerra in corso non mira infatti soltanto a provocare nel lungo periodo un collasso ed una frammentazione della Russia, ma si propone anche un altro obiettivo, consistente nel decoupling, ciò nella separazione della economia occidentale da quelle orientali, della Russia, della Cina o di altri Paesi.

Quando gli Ucraini fanno saltare il gasdotto North Stream Due, che avrebbe accentuato la integrazione tra i sistemi produttivi della Russia e della Germania, e quando si progetta di riportare in Occidente le manifatture decentrate in Cina, questa operazione risulta conveniente solo abbassando al massimo i livelli salariali dei Paesi destinati ad ospitarle.

Quelli, cioè, della Europa Meridionale.

La operazione con cui è stato liquidato in Spagna il Governo Sanchez, che verrà sostituito prima del tempo da un Esecutivo ipotecato da Abascal, ricalca pedissequamente il copione seguito in Italia per eliminare Draghi.

Ambedue i Primi Ministri hanno esibito il proprio zelo nel togliere il disturbo.

Ed ambedue le sostituzioni sono state decise ed imposte da soggetti stranieri.

A questo punto, la diligenza che verrà sfoggiata tanto dalla Moncloa quanto da Palazzo Chigi nel fare uso di strumenti autoritari e repressivi verrà posta al servizio di questi potentati.

Con tanti saluti al sovranismo ed al Fascismo Sociale.

La Meloni non si propone certo di seguire le orme del Sansepolcrismo, o della Carta di Verona.

Se vi è un Mussolini cui la Signora assomiglia è quello del Congresso di Napoli del 1924, quando il Duce rinnegò in un colpo solo la Repubblica, la socializzazione dei mezzi di produzione e lo anticlericalismo.

Tutte queste abiure, la Meloni le ha compiute prima di andare al potere, e non dopo.

Altrimenti, non ci sarebbe mai andata.

In comune con il Ventennio vi è una deriva del nostro Paese, che allora come oggi si allontana dalla democrazia liberale.

A quei tempi, però, esso fini per sfuggire al controllo degli Occidentali.

Oggi sono invece proprio costoro ad aver bisogno di una Nazione terzomondizzata, dove gli operai – italiani o stranieri – siano schiavizzati.

Né importa se si verificherà un crollo della domanda espressa dal mercato interno.

Quanto ai laureati, saranno ricevuti nei Paesi della Europa Centrale e Settentrionale.

Specialmente se parlano correntemente le loro lingue e posseggono già la cittadinanza.

Ogni riferimento alla Schlein non è puramente casuale.

Mario Castellano