Il cognome rivela l’origine slava, che la accomuna del resto a molti suoi concittadini.
Nella formazione culturale, la radice asburgica – e cioè multinazionale – prevale nettamente su quella germanica.
Gli interessi intellettuali includono infatti lo studio della lingua latina, nonché di quella italiana, mescolata per l’appunto con qualche latinismo.
La visione è dunque rivolta tanto al Meridione quanto all’Oriente: che – come diceva per l’appunto il Principe Clemente di Metternich – “comincia alla Landstrasse”: vale a dire con una sorta di “Tangenziale Est” di Vienna, tracciata nell’ambito di una delle molte riforme urbanistiche che anche in questo campo la ponevano all’avanguardia dell’Europa.
Il cruccio della nostra interlocutrice, la cui matrice cattolica – liberale ed ecumenica l’ha indotta a lavorare per la Biblioteca del Seminario, gestito in comune con gli Evangelici, è che la bellissima Chiesa gotica dei Minoriti, tempio degli Italiani dell’Impero ed in seguito della comunità dai nostri immigrati, sia ora appannaggio dei seguaci austriaci di Monsignor Lefèbrve.
I quali, naturalmente, non celebrano la Messa né nella lingua di Dante, né in quella di Goethe, bensì nell’idioma di Cicerone.
Nè si tratta dell’unico sintomo di una esasperazione identitaria: i tradizionalisti si recano in devota e polemica processione, inalberando crocifissi e stendardi crociati, sul Kahlemberg, dove Giovanni III Sobietsky ruppe l’assedio dei Turchi nel 1683.
Alla celebrazione di questo anniversario rispondono i connazionali di Maometto II Bajazet nella ricorrenza della presa di Costantinopoli, vestendosi addirittura con gli abiti d’epoca.
La convivenza di simili gesti di reciproca ostilità tra le religioni viene tuttavia contemperata – almeno per ora – da quel tanto di blando scetticismo che è tipico delle popolazioni testimoni di molta storia: in questo, i Viennesi assomigliano un poco ai Romani.
In tal modo si evita quanto meno lo scontro, anche se qualche fanatico islamista ha fatto strage per le strade.
Se ci sono i tradizionalisti, cui il Cardinale Schoemborn manifesta gratitudine, attribuendo alle apparizioni di Medjugorje la ripresa delle vocazioni sacerdotali, i progressisti rispondono con iniziative clamorose: a bordo di un battello in navigazione sul Danubio (che cosa ci poteva essere di più “Alte Wien”?) sono state ordinate tempo fa le prime quattro “donne – prete” cattoliche.
Immidiatamente sono piombati su di loro i fulmini del Vaticano, ma le combattive sacerdotesse celebrano ugualmente la Messa per i loro seguaci.
Nè mancano i preti palesemente sposati, forti anch’essi dell’approvazione di una parte dei fedeli.
Si tratta di grane che affliggeranno il nuovo Arcivescovo, avendo l’attuale superato da due anni la soglia della pensione, e sarà sicuramente un bergogliano ad occupare la Cattedra posta in Santo Stefano.
Risulta inevitabile, nell’attuale “zeit geist”, un confronto con l’altra Capitale imperiale dell’Europa, cioè Mosca: non a caso unita a suo tempo con Vienna nella “Santa Alleanza”.
Essendo la “Terza Roma” – diversamente dall’antica sede del Sacro Romano Impero – tuttora munita di un potere sovranazionale effettivo, non viene dalla Moscovia nessun segnale di conciliazione, né di mediazione, con le istanze degli altri soggetti.
Un diplomatico russo ha di recente evocato per l’Ucraina il paragone con il Sud Tirolo: “comparatio claudicat”, dato che le liti per l’Alto Adige assumono, in confronto con la disputa del Donbass, la dimensione di una baruffa di cortile.
Nel tempo stesso dell’Impero, d’altronde, gli Asburgo tendevano ad appianare i conflitti, più che con la forza, mediante la diplomazia: anche matrimoniale.
“Felix Austria nube”.
L’Austria repubblicana dovette d’altronde proprio all’applicazione del criterio etnico, rivendicato con brutalità allora da Hitler ed oggi da Putin, la perdita della sua stessa Indipendenza.
Rievochiamo nella nostra conversazione la chiusura de “La Cripta dei Cappuccini”, in cui si descrive come l’ultimo dei Von Trotta venisse allontanato in fretta dal padrone del Caffè, alla notizia dell’arrivo a Vienna dei nazisti.
Le tensioni si manifestano dove c’è ancora il Potere, e Vienna non lo detiene più, come non lo detiene più nesnuna altra Capitale dell’Europa.
Nella quale le diverse identità covano le loro ripspettive aspirazioni – proprio come alla vigilia di Sarajevo – senza però giungere a confliggere: nella consapevolezza, però, che le tragedie dell’Oriente si ripercuoteranno un giorno sull’Occidente, trasformando in crepe le attuali fessure delle diverse compagini nazionali.
In attesa che questo avvenga, ci culliamo in una unità apparente, che sussume – senza attenuarle -l le nostre differenze.
L’attesa viene addolcita dalla “Sacher Torte”, con cui facciamo merenda, o da qualche giro di Valzer: un paragone evocato da Von Bulow per alludere all’innata doppiezza degli Italiani.
Altra cosa è la musica di Beethoven, concepita dal Maestro vedendo come la borghesia europea, emersa nel tempo in cui egli compose le sue Sinfonie, non sarebbe riuscita a divenire “Classe Generale”.
Al contrario della vecchia, eroica e grande aristocrazia.
Vienna è sempre il miglior luogo per meditare sulla grande Storia.
Mario Castellano