Si conclude così – con un “Happy End” in perfetto stile hollywoodiano – una saga familiare che nelle precedenti puntate minacciava di farci assistere ad un finale sanguinoso: ancora nella conferenza stampa di fine anno, il “Bassotto” aveva solennemente scandito di non avere alcun rapporto con il nipote.

Più che una tragedia greca, la trama sembra richiamare una sceneggiata napoletana.

Peccato che Mario Merola sia morto, dato che nel ruolo dell'Onorevole Zio sarebbe stato insuperabile.

I più imbarazzati sono i dirigenti del Partito Democratico di Imperia.

Costoro dapprima erano stati esclusi dal ballottaggio per il Comune pur avendo presentato un candidato noto per le sue posizioni reazionarie, con il risultato che i cittadini erano chiamati a scegliere – caso unico nel pur tristissimo panorama nazionale – tra tre aspiranti alla carica di Sindaco tutti quanti di Destra.

Naturalmente, i cervelloni di via San Giovanni avevano promosso sul campo Claudio Scajola qualificandolo come protagonista di una scissione “di Sinistra” del Partito di Berlusconi.

Neanche l'Onorevole Manfredi, ai tempi d'oro del “Partito della Selvaggina”, aveva potuto ambire ad un così prestigioso riconoscimento.

Quel modo disastroso di fare politica si perpetua, sopravvivendo ai suoi primi protagonisti e ideatori.

Incombe minacciosa, davanti alla “impasse” della coalizione di Centro – Sinistra, che sta aspettando invano Godot - cioè i “Pentastellati”- l'ombra della riconferma di Toti.

L'uomo MEDIASET vinse la prima volta per un colpo di fortuna, essendosi spaccato lo schieramento contrario, ma quest'anno potrebbe fare l'en plein.

Proviamo a domandarci perché la Sinistra ha vinto in Emilia, ma rischia invece di perdere in Liguria.

Un motivo potrebbe consistere nel fatto che il tessuto di solidarietà sociale risalente ai tempi di Camillo Prampolini, le cui radici risalgono però al tempo dei Liberi Comuni urbani e rurali – non è casuale che l'altra Regione in cui la Sinistra si avvia alla riconferma sia la Toscana – ha retto.

Questo non giustifica naturalmente gli errori compiuti, in primo luogo nella scelta delle alleanze internazionali: se c'era qualcosa di contrario ed irriducibile rispetto allo spirito cooperativo delle nostre “Regioni Rosse” era proprio il dirigismo sovietico, che si coniugava d'altronde con un totalitarismo di stampo semi asiatico.

Tuttavia, quanto ereditato da più di un secolo di vicende civili è bastato per resistere all'assalto di Salvini.

La parte dell'Italia Settentrionale che venne a suo tempo dominata dalla Democrazia Cristiana è stata invece la prima a cadere in mano alla Lega, in perfetta continuità tra la fase separatista e quella centralista: segno che non era il desiderio di indipendenza ad animare le genti del Lombardo – Veneto, quanto piuttosto un egoismo sociale non scalfito dalla loro fede cattolica.

Non è neanche casuale che i Leghisti abbiano ereditato la Lombardia dai confessionalisti di Formigoni: l'aspirazione dichiarata a costituire uno Stato confessionale, che fu la bandiera dei figli spirituali di Don Giussani, era anch'essa una foglia di fico con cui si nascondeva lo stesso spirito reazionario ora incarnato da Salvini.

Tutte queste considerazioni ci sono ispirate dalla lettura – peraltro stimolante – della raccolta degli articoli pubblicati da Vittorio Messori su “Avvenire”.

Questo brillante saggista cattolico si inserisce nel solco del pensiero tradizionalista: a suo avviso, occorre ritornare a prima della Rivoluzione Francese, poiché tutto quanto ne è derivato, cioè il giacobinismo, il liberalismo, il fascismo ed il comunismo costituisce altrettante manifestazioni del principio riassunto nel motto: “Tout pour le peuple, rien par le peuple”.

Se non andiamo errati, questa era però la divisa di quel Conte De Maistre che di Messori può essere considerato il maestro e l'ispiratore: soprattutto nel ripudio – che accomuna il grande studioso savoiardo con il suo emulo attuale – della Rivoluzione Francese, tanto dell'Ottantanove quanto di Napoleone.

Se Messori ha indubbiamente ragione quando imputa essenzialmente quella origine le attuali degenerazioni del capitalismo, non si capisce però per quale motivo lo stesso Messori assuma un atteggiamento di critica radicale nei riguardi di un Papa che per la prima volta non si limita – come fecero i predecessori, a partire da Leone XIII con la “Rerum Novarum” - a criticare gli eccessi e le pecche di questo sistema, bensì esorta i credenti a combatterlo con tutte le forze.

Qui sorge però il problema politico che Messori rifiuta di affrontare, la politica essendo per definizione l'arte del possibile.

Il possibile, a sua volta, lo si ottiene unendo le forze, cercando le mediazioni, proponendosi obiettivi comuni: e soprattutto domandando agi interlocutori – come raccomandava Roncalli – non da dove vengono, bensì dove vanno.

Ha certamente ragione Messori quando denunzia i disastri del Comunismo.

Ci pare tuttavia che gli sfugga un dato fondamentale: le categorie ideologiche del Marxismo, e perfino l'inquadramento in Partiti che vi si ispiravano, ha animato molte lotte di liberazione nazionale; le quali – pur con tutti i loro limiti – hanno espresso la rivolta dei popoli già soggetti al Colonialismo contro l'ingiustizia che li opprimeva.

Se Bergoglio tende la mano a questi soggetti politici, come pure a soggetti religiosi non cattolici e non cristiani, lo fa in quanto constata l'esistenza di un obiettivo comune.

Questo, naturalmente, riguarda le prospettive del mondo.

Restringendo il nostro sguardo all'Italia, ci domandiamo chi risulti più vicino ad una ispirazione cristiana, se cioè sia un Signore che brandisce il Rosario, ma poi manda i “manager” della Sanità Lombarda (che non costituisce certamente un esempio di buona amministrazione) a colonizzare le Regioni conquistate dalla Lega per privatizzare gli ospedali, come è già successo in Liguria, e come sta succedendo in Umbria; ovvero chi – valgano per tutti i nomi di Romano Prodi e di Monsignor Zuppi – cerca di salvare il salvabile di una concezione solidale della società e della “Res Publica”.

In conclusione, caro Messori, premesso che sostanzialmente mi trovo d'accordo con la sua lettura della storia, quale conseguenza ne discende nel momento in cui devo esprimere il mio voto?

Jacque Delors – grande socialista europeo di radice cristiana – affermò che lo Stato Sociale costituisce la migliore eredità dello spirito cristiano da cui fu animato il Medio Evo.

Ella giustamente osserva che questa eredità non si è conservata grazie alla Rivoluzione Borghese, bensì malgrado tale evento.

Sono d'accordo anche su questo, ma io sto dalla parte di chi questa eredità intende preservarla, e non di chi intende distruggerla nel nome dell'egoismo sociale.

Anche se impugna il Rosario ed innalza le statue della Madonna.

Mario Castellano