Risulta infatti del tutto improbabile che qualche potenza straniera intenda inserirsi direttamente nel ginepraio italiano. È inevitabile che dei servizi segreti di altri Paesi peschino nel torbido, ma nessuna azione di questo genere può di per sé mettere in pericolo le istituzioni di uno stato se non esistono dei forti motivi di malcontento nella popolazione. Né d’altra parte una insurrezione può essere suscitata artificialmente. Gli agenti segreti possono naturalmente compiere o causare degli atti di violenza, ma il loro effetto rimane quello di un detonatore senza esplosivo, che fa soltanto rumore. Chi veramente sta destabilizzando l’Italia è il suo governo.
I peggiori esecutivi del dopoguerra non si sarebbero mai sognati di adottare dei provvedimenti tali da gettare sul lastrico un numero incalcolabile di cittadini, privando per giunta il nostro Paese di un tessuto di servizi, di attività produttive e di professionalità indispensabili per la ripresa della sua vita normale, che diviene invece sempre più lontana ed improbabile. Non certo in quanto i governanti “d’antan” fossero animati da spirito umanitario, bensì per il semplice motivo che essi dovevano presentarsi alle elezioni. Da questa preoccupazione, è sempre derivato un atteggiamento compromissorio, una propensione al “queta non movere”, una astensione dalle scelte radicali che ha generato la sedimentazione di interessi corporativi e parassitari.
Si sono così trascurate quelle riforme di struttura che pure sarebbero risultate inevitabili in prospettiva storica.
Ora l’Italia è viceversa governata da un personaggio che assume inopinatamente il ruolo del rivoluzionario intransigente, essendosi formato in quel covo di dinamitardi che è “Villa Nazareth”, dove si coltiva la dottrina sociale “progressista” della Chiesa, senza però mai vedere un operaio in carne e ossa, né tanto meno avere a che fare con un autentico “campesino dell’America Latina”.
Conte, a differenza di tutti i suoi predecessori, non deve confrontarsi con gli elettori, per il semplice motivo che non si voterà più, almeno fino a quando durerà il suo governo. L’uomo si considera importante perché – emulando lo sterminio dei “kulaki” da parte di Stalin – ha eliminato i ristoratori e i baristi: i quali – secondo la vulgata “radical chic” cui si ispira il cosiddetto “avvocato del popolo” – sono tutti evasori fiscali, e dunque possono sopravvivere con i soldi non corrisposti allo stato.
Non vi è dubbio che tra i duecentomila osti attivi fino ad oggi dall’Alpi al Lilibeo si annidino anche degli evasori: soprattutto contributivi, dato che si avvalgono in molti casi del lavoro “nero” prestato da collaboratori extracomunitari. La sanzione collettiva – che si tratti per l’appunto dei “kulaki”, o dei tartari di Crimea, o dei tedeschi del Volga, oggi applicata agli uiguri, è tipica non certo degli stati di diritto, bensì delle dittature, ed in particolare di quelle ideologiche. Le quali demonizzano quelle collettività che per i loro veri o presunti interessi, o addirittura per la loro origine (qui si cade nel razzismo) costituiscono una minaccia per l’ordine rivoluzionario.
Il governo di Conte si caratterizza però come una dittatura ideologica senza l’ideologia. Tale contraddizione in termini viene però risolta “a posteriori”, escogitando una giustificazione “politica” dei provvedimenti già in atto. Chi viene temporaneamente esonerato, come gli operatori dei centri commerciali ed i ministri del culto (il virus si trasmette evidentemente nei ristoranti, ma non nei supermercati, e nemmeno nei templi) oscilla tra due opposti stati d’animo: la riconoscenza per essere stato graziato ed il terrore che la prossima volta tocchi a lui. Entrambi questi atteggiamenti inducono però a mostrarsi proni alle decisioni del potere.
I napoletani hanno manifestato violentemente contro il coprifuoco, ed ecco che il coprifuoco – dopo essere stato minacciato – non entra in vigore.
Il governo campa dunque alla giornata, alternando gli atteggiamenti draconiani con quelli demagogici. Tutto questo durerà fino a quando la pancia vuota accomunerà “i sommersi e i salvati”. Due risultati sono comunque già acquisiti.
In primo luogo, sono ormai cadute le vecchie “dicotomie” tra la “destra” e la “sinistra”, che valevano ancora – alimentate dall’uso della Resistenza – durante la fase successiva al Sessantotto. In quel tempo, i “comunisti” ed i “fascisti” si scontravano tra di loro, mentre il potere preparava la restaurazione, fregando gli uni e gli altri.
Ora sono confluiti tra i dimostranti di Napoli i rappresentanti degli schieramenti già contrapposti, i gruppi dell’estrema destra di “centri social”, e perfino una delegazione degli “antifa” tedeschi. Per la prima volta un contingente “militare” calato dal Brennero viene accolto con simpatia: merito di Conte. Le guerre civili attraggono sempre le schiere dei volontari stranieri.
Negli anni scorsi, molti italiani erano accorsi a sostenere le più diverse cause esotiche, dallo “stato islamico” ai curdi fino ai secessionisti della Ucraina orientale. Ora importiamo simili personaggi dall’estero.
L’altra conseguenza positiva della situazione presente consiste nel fatto che certi rappresentanti degli enti locali solidarizzano con chi protesta: De Luca ha chiesto dapprima la dichiarazione del coprifuoco, poi – quando Conte lo ha lasciato in balia dei pizzaioli partenopei inferociti per la chiusura – si è messo alla testa del popolo, come un nuovo Masaniello. De Magistris, che in principio litigava con il “governatore”, ora solidarizza con lui.
L’Italia si divide – come avevamo previsto – per linee geografiche e identitarie. Un manifestante di Napoli, interrogato da “La Repubblica”, ha osservato che la violenza dei “gilet gialli” veniva applaudita dai “pentastellati”, mentre la nostra protesta è bollata come “fascista” e “camorrista”: non tutti gli italiani incassano cinquemila euro dall’ingegner De Benedetti, facendo finta di lavorare. Tutti i dittatori, ed i loro corifei prezzolati, criminalizzano gli oppositori.
Lukashenko li denunzia come “alcolizzati”. Questa accusa, nel nostro caso, non potrà essere recusata: dopo le diciotto, è proibita la somministrazione dei liquori.
Mario Castellano