Forse l’informazione è stata riportata nella cronaca locale di Napoli, ma i redattori del giornale di via Cristoforo Colombo sono così imbolsiti dal proprio “status” sociale che non hanno perso il fiuto della notizia. O forse, viceversa, riferendosi alla nuova proprietà, il loro atteggiamento è quello dei cittadini dell’Europa orientale al tempo del “socialismo reale”, che dicevano: “essi fanno finta di pagarmi, io faccio finta di lavorare”.
L’elenco dei “buchi” presi – come si dice nel gergo giornalistico – da questi colleghi si allunga ogni giorno: il quotidiano “leader” del Gruppo G.E.D.I. è ormai – meritatamente – “La Stampa” di Torino. Che infatti dà puntualmente notizia della situazione in Bielorussia, su cui invece “La Repubblica” tace.
Quanto a San Gennaro, la sua puntualità viene tradizionalmente sfruttata dal governo in carica. Il fatto che il sangue si sia sciolto puntualmente alla vigilia del voto, depone dunque in favore di Conte. Poiché il cosiddetto “avvocato del popolo” è – secondo Scalfari – la reincarnazione di Cavour, i suoi sostenitori dovrebbero esultare per l’adesione alla loro causa del patrono di Napoli.
De Luca, ben più scaltro – ma soprattutto più vicino allo spirito della sua gente – non avrà certamente mancato di cogliere l’opportunità per accaparrarsi un “grande elettore” particolarmente prestigioso. Il già sindaco di Salerno non gode però dei favori dei figli spirituali di Scalfari.
Volendo essere maliziosi, se ne potrebbe dedurre che a costoro piacciono quanti – come Burlando – si adoperano per fare perdere la sinistra, mentre non piace chi ancora vuole portarla alla vittoria (e ci riesce). La verità risulta più sfumata. “La Repubblica” vede in De Luca una versione “progressista” dell’aborrito populismo, una sorta di Salvini meridionale e di radice comunista. Tale origine lo accomuna peraltro all’ex “governatore” della Liguria. Il quale, però, divenuto meritatamente ingegnere, ha preso a frequentare i suoi colleghi “borghesi”, divenuti dirigenti d’azienda: uno dei quali gli ha messo a disposizione la casa in cui vive. Questa, delle abitazioni prestigiose è una fissazione tipica dei “parvenus”.
Anche Renzi, dopo la “garçonnière” di lusso affacciata su Piazza della Signoria, si è “fatto la villa”.
Risalendo nel tempo, si può ricordare il “piano nobile” dei gerarchi dello “ancien régime”, o più recentemente i quartieri riservati nell’Est alla “nomenklatura” che erano addirittura di fatto extraterritoriali, vigilati dalla polizia politica e reclusi all’accesso dei comuni mortali.
Nel nostro paese di adozione, la residenza privata del Presidente della Repubblica esibisce perfino le torrette di guardia, come il muro di Berlino. L’uomo era infatti amico di Honecker, cioè del suo costruttore.
Burlando, non avendo potuto fare carriera nel mondo delle imprese – malgrado che a Genova siano a partecipazione statale, e dunque le si possano scalare mediante raccomandazioni politiche – ha pensato bene di inserirsi in questo ambiente scambiando con un certo tipo di imprenditoria privata i favori che poteva elargire in qualità di “governatore”.
Ora la prosecuzione della costruzione dei porti turistici richiede il mantenimento in carica di Toti. Ed ecco “l’ingegnere” spaccare per la seconda volta la sinistra, con lo scopo evidente di condannarla alla sconfitta. Che potrà essere evitata – lo sapremo tra poche ore – soltanto da uno scatto identitario dei liguri, ridotti a sudditi coloniali della Mediaset.
L’incapacità dei dirigenti democratici di contrastare le scelte di Burlando e dei vari “partiti trasversali” ha allontanato i militanti dal voto. La radice “progressista” dell’ex “governatore” è tuttavia salvaguardata – secondo l’inviato de “La Repubblica” – dal fatto che egli gioca a carte all’osteria. Non sappiamo se tale dettaglio biografico corrisponda alla verità, ma ricordiamo come certi intellettuali di sinistra occidentali, recatisi in visita nell’Unione Sovietica, credevano addirittura che Stalin uscisse ogni tanto dal Cremlino per dare una mano agli scaricatori.
Mussolini, dal canto suo, eccelleva nel plebeismo: durante la “battaglia del grano” si esibiva a torso nudo, emulato in questo da Salvini, il quale dimenticava però che il “duce” rimaneva sobrio. Poi, l’uomo di Predappio ballava sull’aia con le contadine, scegliendo sempre le più prosperose.
Ora vedremo se la “mesalliance” di Burlando con i costruttori di porti turistici trascinerà nella sconfitta anche Sansa: il quale a suo tempo l’ha criticata, ma si ritrova oggi in compagnia con chi su di essa ha costruito la propria carriera.
De Luca, invece, è sicuro della vittoria, anche se ciò non fa piacere ai “radical chic” del “La Repubblica”.
Al tempo delle precedenti regionali, ci trovavamo in Irpinia, una zona tradizionalmente “bianca”, già feudo di Sullo e di De Mita, che però votò in massa per il “governatore”. Segno che l’uomo sa mettersi in sintonia con la sua gente.
Scalfari venne eletto senatore perché il vecchio Nenni lo aveva piazzato in un collegio “blindato”, ma poi non brillò nelle funzioni di parlamentare. Che richiedono l’umiltà necessaria per studiare le leggi, preparare gli emendamenti e ascoltare gli elettori.
Si può certamente cadere nel clientelismo, ma risulta ancora più pericoloso perdere il contatto con il popolo. Il quale, nel meridione dell’Italia – così come nel meridione del mondo – sente il bisogno di identificarsi emotivamente con il capo, ed anche acclamarlo.
L’intellettuale deve dare i giusti consigli, dato che difficilmente riesce a farsi applaudire.
Quando i democratici candidarono alla presidenza Adlai Stevenson, uomo di grande e raffinata cultura, Truman lo portò alla finestra della Casa Bianca, indicò un passante e gli disse: “tu non sai parlare a quello”. De Luca lo sa fare, Scalfari no.
“La Repubblica” ha rievocato Porta Pia. La ricostruzione storica era impeccabile, ma mancava una riflessione. La ferita del Venti settembre si è certamente rimarginata sul piano giuridico, ed anche sul piano dottrinale: nel “Credo” non c’è d’altronde nessun riferimento al potere temporale. Perché, malgrado tutto questo, lo stato unitario non è riuscito a radicarsi, e dunque a legittimarsi in base al principio di autodeterminazione? Al punto che un giorno questo principio potrebbe essere fatto valere a suo scapito, specialmente nel meridione? Perché non ha coinvolto le masse, ed in particolare quelle del sud.
Se De Luca ci riesce, la sinistra dovrebbe compiacersene, ma c’è invece chi storce il naso davanti al suo presunto populismo. Il “governatore” si dimostra tuttavia capace di arruolare anche San Gennaro, come fa Emiliano con San Nicola di Bari. Il che permette al collega pugliese di fare anche politica estera. Il risultato è che una parte consistente del meridione va a sinistra.
La Liguria procede invece nella direzione opposta.
“La Repubblica” commette l’errore di confondere il populismo con l’identitarismo, e non è dunque in grado di capire che la sinistra vince laddove si dimostra in grado di cogliere e di interpretare questa tendenza della storia.
La chiesa di Bergoglio sa farlo, ed è infatti all’avanguardia nel processo di liberazione dei popoli.
Speriamo che il Papa imparta una lezione su questo tema a Scalfari, la prossima volta che lo riceve in Vaticano.
Il peccato in cui gli intellettuali cadono più facilmente è la superbia. Bergoglio non lo commette, il suo amico ci cade invece regolarmente.
Come penitenza, dirà tre “Pater, Ave e Gloria”.
Mario Castellano