La Spagna, con le Elezioni Politiche anticipate indette dal Governo di coalizione tra Socialisti e Comunisti dopo avere incassato un esito disastroso nel voto amministrativo, giunge prima del previsto alla conclusione di un ciclo iniziato con la morte di Franco: nel quale – pur avendo disposto di un tempo molto minore rispetto al nostro Paese, dove il tentativo di costruire una democrazia stabile era iniziato nel lontano 1943 - si erano tuttavia registrati dei progressi importanti.

Ricordiamo i due principali.

In primo luogo, a Madrid – fin dalla prima vittoria di Felipe Gonzales – si era affermato il principio della alternanza.

Che la Sinistra iberica seppe imporre malgrado la fragilità degli equilibri istituzionali instaurati dopo la fine della dittatura, dimostrata drammaticamente dal tentato colpo di Stato di Tejero.

A maggior ragione, questa scelta avrebbe potuto essere fatta propria dallo omologo settore politico italiano.

La decisione di Berlinguer di entrare nella maggioranza di Unità Nazionale, senza nemmeno vedersi riconosciuta una pari dignità con gli altri Partiti, rese impossibile la realizzazione della alternativa socialdemocratica: che avrebbe portato a compimento il processo di costruzione della democrazia.

Da questo punto, di vista, la Spagna ci sorpassò, pur essendo partita con molto ritardo rispetto a noi.

La Costituzione spagnola segnò inoltre una conquista molto importante per tutti gli autonomismi europei, collocando questo Paese alla avanguardia tra quelli che comprendono nei propri confini delle identità diverse.

Seguendo la trasformazione del Belgio da Stato unitario a Stato federale, e precedendo la cosiddetta Devoluzione, che riportò sostanzialmente la Scozia allo status di Unione Personale con la Inghilterra, perduto quando Giacomo Stuart aveva unificato nel 1607 i due Regni, la Spagna riconosceva formalmente nella sua Legge Suprema la esistenza nel proprio ambito di diverse Nazioni, più precisamente la Catalogna ed il Paese Basco.

Il sagace Re Juan Carlos non perse nessuna occasione, nei suoi discorsi ufficiali, per riferirsi alla Confederazione Spagnola.

Il che significa – sul piano giuridico – che il Potere di Imperio della Generalità di Catalogna, come quello del Paese Basco, è tanto originale quanto il Potere di Imperio dello Stato centrale.

La Costituzione si limita dunque a definire le rispettive competenze.

Il procedimento attraverso il quale si possono modificare gli Statuti di Autonomia – quello vigente in Catalogna è già il secondo – riflette questo principio.

Una volta pattuiti gli emendamenti da apportare al testo anteriore, essi vengono approvate dai due Parlamenti – quello di Madrid e quello di Barcellona – e poi da un referendum popolare indetto nella Generalità.

Dove la Sinistra spagnola ci ha dato un cattivo esempio, che quella italiana ha pedissequamente imitato, è nella sua propensione a tutelare i diritti individuali, trascurando i diritti sociali.

Malgrado il ruolo svolto dalle Comisiones Obreras nella lotta per superare il Franchismo, la Spagna è rimasta sostanzialmente un Paese la cui politica salariale, unita con la debolezza del Sindacato, veniva usata apertamente dagli stessi Governi socialisti come strumento per attrarre gli investimenti stranieri.

Lo Stato sociale compiva addirittura dei passi indietro rispetto al periodo franchista, ma Gonzales spacciava la diffusione dei consumi come una conquista dello egualitarismo.

Senza curarsi del fatto che questo benessere era esposto alle oscillazioni del mercato internazionale.

La crisi del 2008 si rivelò in Spagna più devastante che altrove.

I Socialisti vantavano però come vittorie storiche il matrimonio omosessuale ed un’ampia libertà di abortire.

Rispetto ai Comunisti italiani, che non sono mai caduti in uno sterile anticlericalismo, e che non hanno mai concepito le analoghe riforme introdotte nel nostro Paese in funzione ostile alla Chiesa, la Sinistra spagnola non è riuscita ad essudare un atteggiamento anticattolico che ha peraltro radici molto lontane nelle vicende di questo Paese.

Senza risalire allo Ottocento, pesa il ricordo della Guerra Civile, e poi dello appoggio fornito dalla Chiesa al Regime del Caudillo.

Non si è tenuto conto a sufficienza del fatto che quella stessa Chiesa ha favorito apertamente sia la transizione democratica, sia il riconoscimento dei diritti delle popolazioni alloglotte.

Il primo cattolico che giro in tutta Italia, fin dagli Anni Sessanta, per criticare Franco, fu Dom Aureli Escarré, Abate di Monserrat.

Né si è considerato inoltre come lo Episcopato ed il Clero iberico siano tra i più fedeli al riformismo di Bergoglio: i loro rapporti con la Chiesa latinoamericana sono ben più stretti di quelli che legano lo Stato spagnolo con le sue antiche Colonie.

Sanchez condivide con la Schlein la idea sbagliata che la Sinistra esiste soltanto in funzione della promozione dei diritti personali, ed entrambi devono a questo errore le loro contemporanee sconfitte.

Nel caso degli Spagnoli, da una parte si è permesso che la Destra assumesse la difesa di una identità nazionale molto più legata con la matrice religiosa di quanto lo sia quella italiana, con il risultato di ripristinare la vecchia alleanza tra la Chiesa e la Destra, mentre da una altra parte non si è difeso il diritto alla autodeterminazione della Catalogna.

Eravamo nella sede della sua Rappresentanza a Roma quando la televisione di Barcellona trasmetteva il risultato del referendum sulla Indipendenza.

Mentre in piazza di Spagna, nel centro di Madrid, i simpatizzanti della causa catalana dimostravano innalzando la bandiera della Repubblica, la Sinistra si divideva su quanto stava succedendo.

I Socialisti ritenevano giuste le condanne penali inflitte ai dirigenti della Generalità, mentre i Comunisti – pur riconoscendo in linea di principio il diritto alla autodeterminazione – orientavano gli iscritti a non partecipare al voto, e soprattutto non si dissociavano dalla persecuzione giudiziaria.

Ora la Destra dovrà tenere conto dello indirizzo espresso da quello che probabilmente risulterà il primo Partito della coalizione di Governo, anche se non rivendicherà la sua Presidenza, cioè quello neofranchista di Abascal.

Il quale, con il sostegno esplicito della Meloni, si propone abolire la Autonomia della Catalogna e del Paese Basco: il che si può ottenere solo mediante un colpo di Stato.

I rispettivi Statuti, infatti, non possono essere emendati, né tanto meno abrogati, se non attraverso un procedimento bilaterale.

Ogni tentativo di menomare la Autonomia porterà dunque anche i suoi fautori a fare causa comune con i separatisti.

Esiste anche il rischio che i militanti della Eta, che osservano da molti anni una tregua unilaterale, riprendano le azioni armate.

Contro chi è diretto il processo di rivalutazione dei vecchi centralismi e nazionalismi, che – dopo avere coinvolto Italia e Spagna - minaccia di estendersi alla Francia?

Il Mediterraneo – come confermano tanto la vittoria quanto i propositi bellicosi di Erdogan – minaccia di diventare epicentro delle tensioni tra il Nord ed il Sud del mondo.

I Paesi rivieraschi europei non hanno nessun interesse ad esasperare questa situazione, e dovrebbero piuttosto rivalutare quanto della loro identità li unisce con i popoli vicini.

La Spagna si è affrancata dal dominio islamico, ma molto della eredità mozarabica permane nella sua cultura.

Ambedue i nostri Paesi – il discorso riguarda infatti anche la Sicilia – dovrebbero essere un ponte, e non un fronte di guerra.

Ogni autoritarismo ha però sempre bisogno di un nemico esterno.

Mai come ora, i democratici italiani e spagnoli devono sentirsi uniti e solidali.

Mario Castellano