Mentre i mezzi di informazione italiani, ed in particolare quelli appartenenti al Gruppo Editoriale GEDI, cioè La Repubblica di Roma, La Stampa di Torino ed Il Secolo XIX di Genova
- confermando la legge matematica per cui zero più zero più zero fa sempre zero - considerano archiviata la vicenda elettorale della Spagna e liquidato definitivamente lo indipendentismo catalano, altre fonti - più qualificate e meglio documentate - giungono a conclusioni ben diverse.
La Terza Rete radiofonica della RAI, scampata miracolosamente al saccheggio perpetrato dai Fratelli della Meloni in quanto ritenuta di trascurabile importanza, ipotizza una conclusione apparentemente inopinata degli eventi iberici.
Il ragionamento parte dalla matematica: se il Presidente del Governo viene designato nella persona del candidato più votato nella Camera Bassa del Parlamento, si affacciano due ipotesi alternative.
Qualora risulti impossibile aggiungere ai voti dei Socialisti e dei Comunisti quelli dei Partiti Regionalisti – non soltanto catalani e baschi, ma anche eletti in altre Autonomie – può costituirsi, sommando i seggi dei Popolari e di Vox, un Governo di minoranza guidato dal leader della Destra.
Esiste però una diversa ipotesi, che, a quanto pare, non è relegata nella fantapolitica.
Se ai Partiti nazionali di Sinistra si unissero tutti gli autonomisti, componendo un fronte ad un tempo antifascista e difensore dello attuale assetto costituzionale, basato sul riconoscimento delle competenze proprie delle Regioni, potrebbe ricostituirsi una maggioranza avente un solo precedente, rappresentato dagli ultimi Governi della Repubblica.
Nei quali erano unite le Sinistre ed i Nazionalisti baschi e catalani.
Lo stesso Esecutivo guidato da Sanchez è sopravvissuto grazie allo appoggio dei vari raggruppamenti regionalisti, compresi i più radicali.
Il problema – di non facile soluzione – è costituito dalla difficoltà di sommare forze tanto eterogenee.
Le quali possono unirsi in difesa della Costituzione, del Fuero del Paese Basco e della Generalità della Catalogna, ma stentano a trovare una piattaforma comune propositiva.
Una simile soluzione costituirebbe tuttavia la sola possibilità di evitare un tentativo di menomare le Autonomie, facendo entrare tutto lo Stato spagnolo in una spirale di tensioni quale non si conosceva dal 1936.
Molto dipende dalle condizioni che le parti avanzeranno al tavolo di un futuro possibile, ed anzi auspicabile negoziato.
I Comunisti sono per il mantenimento dello attuale Stato, ma disposti – in linea di principio – ad accettare gli esiti della autodeterminazione qualora dovesse prevalere la opzione separatista.
I Socialisti rifiutano invece di prendere in considerazione questa prospettiva, ma si oppongono alle sanzioni penali erogate ai dirigenti della Generalità dopo la dichiarazione della Indipendenza, ed in effetti hanno ottenuto una derubricazione del reato di Sedizione, in base al quale erano state applicate.
Ci sono poi i Partiti regionalisti, che potrebbero richiedere la celebrazione di un nuovo referendum, in occasione del quale – come è già avvenuto in Scozia – entrambe le parti si impegnino ad accettarne il risultato, sempre che rifletta genuinamente la volontà popolare.
Diciamo chiaramente che una espressa accettazione di tale prospettiva - per non parlare della fissazione di una data della consultazione - risulta irrealistica nel contesto attuale della Europa.
Dove tutti sostengono il diritto alla autodeterminazione della Ucraina, ma proprio per questo – paradossalmente – considerano la sua applicazione in Occidente come un indebolimento del fronte costituito in difesa di tale causa.
Che cosa dunque risulta negoziabile?
Un riconoscimento in linea di principio della futura possibilità di interrogare le popolazioni sul tema della loro Indipendenza.
Troppo poco?
Per molte altre situazioni – pensiamo alle Regioni italiane – sarebbe già moltissimo.
Gli amici catalani hanno bisogno di noi quanto noi abbiamo bisogno di loro.
Il principio della Autodeterminazione si è imposto per aree geografiche e culturali omogenee in determinati momenti storici: nelle colonie extraeuropee dopo il 1945, in Europa Orientale dopo il 1989.
Dobbiamo preparare questo momento per la nostra Europa Occidentale operando tutti insieme, e dunque occorre rispettare la cosiddetta Legge del Convoglio: in base alla quale tutti procedono alla velocità di chi è più lento.
Forse proprio noi liguri ci troviamo in questa condizione, potendo contare per ora su alcuni sparuti candidati ed eletti nei Consigli Comunali.
La nostra è però la Regione italiana più prossima alla Catalogna, dal punto di vista culturale, storico e geografico.
Le proponiamo dunque di percorrere insieme il prossimo tratto di strada.
Abbiamo potuto finalmente verificare le informazioni e le valutazioni già esposte sulla situazione della Catalogna dopo le Elezioni Politiche della Spagna consultando un autorevole rappresentante della Generalità.
Preferiamo non rivelare la identità e la carica ricoperta dal nostro interlocutore per potere meglio riflettere il suo punto di vista, che per alcuni aspetti esprime valutazioni proprie del Governo, delle quali è autorizzata la divulgazione, mentre su altri argomenti egli si è espresso a titolo personale.
Quanto da noi già scritto si è rivelato corretto nella sostanza, anche se naturalmente risultava necessario un ampliamento ed un approfondimento della materia.
In primo luogo, consideriamo gli aspetti di Diritto Costituzionale della vicenda.
Alla prima votazione del Parlamento di Madrid per la elezione del Presidente del Governo, si richiede la maggioranza assoluta dei voti, mentre in seguito è sufficiente la maggioranza semplice.
Se nel termine stabilito dalla Costituzione non ha luogo la designazione del Capo dello Esecutivo, lo scioglimento delle Camere avviene non per decisione del Re, né del Presidente del Governo in carica – che nella fattispecie sarebbe ancora lo attuale, cioè Sanchez – bensì ope legis.
Qualora si verificasse tale scenario, il rischio consisterebbe nel raggiungimento della maggioranza assoluta – in occasione di nuove Elezioni Politiche - da parte della coalizione tra i Popolari e la estrema Destra.
È pressoché da escludere che una astensione dei Socialisti permetta al Leader dei Popolari di essere eletto Presidente del Governo.
Ciò apre la strada ad altre due opzioni: una è quella costituita da un Governo di minoranza della Destra, ma risulta numericamente possibile anche la formazione di una coalizione tra i Socialisti, i Comunisti ed i movimenti indipendentisti catalani e baschi.
I quali ultimi potrebbero scegliere tra una astensione ed un voto favorevole, in entrambi i casi negoziando il loro appoggio ad un nuovo Esecutivo.
La diminuzione del consenso elettorale, sofferta in particolare dal Partito della Sinistra Repubblicana Catalana, non significa – contrariamente a quanto affermato da certa stampa italiana - un calo del consenso popolare alla causa della Autodeterminazione, bensì una sanzione nei riguardi dei disaccordi che si sono manifestati tra gli Indipendentisti di Sinistra e quelli che definiremo borghesi.
Malgrado il parziale insuccesso, ambedue queste forze risultano comunque determinanti per sbarrare la strada ad un Governo di Destra ostile alle Autonomie ed al decentramento.
Rimane da vedere su che cosa in concreto può vertere il negoziato.
I Socialisti si mantengono fedeli al dogma della opposizione in linea di principio ad ogni forma di separatismo.
Risulta dunque impossibile ottenere da loro qualche riconoscimento – per quanto generico ed ipotetico – del diritto alla Autodeterminazione.
La scelta è dunque tra il trincerarsi a difesa della attuale misura di autonomia, che verrebbe inevitabilmente messa sotto attacco da un Governo di Destra, oppure ottenere un suo ampiamento.
I punti su cui il negoziato con i Socialisti risulta possibile sono costituiti in primo luogo da una amnistia (benché diversamente denominata) per i latitanti esiliati, come Puigdemont; in secondo luogo, dalla attribuzione alla Generalità della competenza in materia di circolazione ferroviaria regionale (con il trasferimento delle relative risorse finanziarie); last but not least, dalla adozione del Catalano come lingua della Unione Europea.
Questa ultima rivendicazione aprirebbe la strada ad una eguale condizione giuridica per le altre espressioni definite impropriamente regionali.
La Catalogna ritornerebbe dunque alla prassi praticata a lungo, con pazienza ma con successo, dal Presidente Pujol, il quale partiva dalla stessa constatazione formulata nel caso del Tirolo Meridionale da Magnago: posto che la Europa Occidentale nel suo insieme - e non solo questo o quello Stato nazionale - rifiuta di rivedere i confini, si deve puntare su di un ampliamento della autonomia, includendovi tutte quelle misure inerenti alla cultura specifica delle minoranze che le mettono al riparo da ogni tentativo di assimilazione forzosa.
Questo tipo di rivendicazioni, che pragmaticamente possono essere accettate anche da chi si oppone più strenuamente al separatismo, presenta un altro vantaggio, consistente nella saldatura con tutta la azione metapolitica volta a promuovere ed a preservare la identità specifica di ogni popolazione.
A questo punto, ci siamo rivolti al nostro interlocutore non certo per formulare un consiglio, di cui i Catalano non hanno bisogno; né per intervenire – senza averne titolo – nel loro dibattito interno.
Di cui attendiamo ansiosamente gli esiti, dato che dovrà sfociare in una scelta storica tra il rinvio delle istanze indipendentiste o la chiusura in difesa della autonomia.
La quale però si tutela tanto meglio quanto più ampia essa risulta.
Il nostro discorso, espresso come militanti autonomisti, parte da due presupposti.
In primo luogo, ripetiamo che oggi non si può proporre in Europa Occidentale nessun separatismo.
Questo lo potremo fare soltanto quando saranno maturate ovunque le condizioni giuridiche e politiche minime necessarie a tal fine.
In secondo luogo, vi sono situazioni molto diverse, corrispondenti a svariati gradi di autonomia: per non parlare di quelle in cui ci si deve ancora limitare ad un discorso metapolitico ed ancora non fondato su norme di Diritto Pubblico.
Ogni fuga in avanti produrrebbe degli insuccessi che scoraggerebbero la stessa promozione delle aspirazioni comuni a tante nostre popolazioni.
Le quali, per prima cosa, devono scoprire ciascuna la propria identità.
I progressi enormi compiuti dai Catalani, dagli Scozzesi e dai Fiamminghi – per citare i migliori esempi disponibili – ne fanno altrettante avanguardie.
Che però non devono perdere il contatto con chi - avanzando dietro di loro sulla stessa strada – permette un sostegno reciproco tra realtà diverse.
Noi auspichiamo dunque che non vi sia nessuno scontro tra un Governo centralista e le Autonomie spagnole, soprattutto in quanto ciò permetterebbe ai centralisti – come la Meloni ed Abascal – di dimostrare che il processo di riscatto della Patrie negate può essere fermato.
I Catalani ne sarebbero certamente danneggiati, ma prezzo più alto di questo esito negativo lo pagheremmo noi: tanto più essendo esposti alle provocazioni ordite da chi tenta di farci sostenere tesi giuridiche sbagliate, con lo scopo di squalificarci.
La Spagna ed il nostro Paese potrebbero con giusta ragione stipulare un gemellaggio, risultando analoga la ispirazione di chi ha preso il potere a Roma e di chi tenta di prenderlo a Madrid.
In ambedue i casi ispirandosi ad un identitarismo nazionale infondato, e dunque cercando di costruire le proprie fortune politiche su di una base incerta e discutibile.
I diversi Stati europei occidentali hanno potuto a suo tempo opprimere – se non addirittura sopprimere – le entità regionali preesistenti agendo ciascuno nel nome di un proprio progetto.
Limitandoci ai due Paesi cui abbiamo fatto riferimento, la Spagna realizzò la propria unità soltanto nel Quindicesimo Secolo, quando si verificano diversi eventi, successivi nel tempo e concomitanti nei risultati.
Il matrimonio di Ferdinando di Aragona – i cui domini comprendevano tutti i territori di lingua catalana – con Isabella di Castiglia permise ai Re Cattolici di realizzare diversi obiettivi, uno conseguente allo altro: essi unificarono il Regno, completarono la Riconquista espugnando Granada e subito dopo – patrocinando la Scoperta compiuta da Colombo – proiettarono la Spagna verso il Nuovo Mondo.
Gli ambiti in cui il Generale Franco, cui risale la ideologia identitaria che ancora ispira le Destre iberiche, vedeva inserita la Spagna erano precisamente il mondo arabo e quello latino-americano.
Il primo dei due – pur avendo certamente influenzato la cultura di questo Paese, dalla lingua alla architettura, dalla musica alla religione (il popolo venera Santiago Matamoros, ma sopravvive anche il Rito Mozarabico) – risultava però antitetico alla cristianità della Nazione.
Il secondo finì a sua volta per rivoltarsi contro la Corona, e le guerre per la Indipendenza diedero espressione politica ad una identità nazionale irriducibile con quella propria della Madrepatria in quanto fondata sul meticciato: inteso tanto nel senso etnico come nel senso culturale.
Se dunque la Spagna ricerca la propria identità nelle terre poste al di là dello stretto di Gibilterra e al di là dello Oceano Atlantico, trova in entrambi i casi delle realtà che la rifiutano e che essa stessa rifiuta, data la estraneità reciproca.
Occorre allora guardare verso i Pirenei, e rifarsi – più che ai Re Cattolici – allo Imperatore Carlo V: che fu sul punto di unificare il Vecchio Continente, nel qual caso Madrid sarebbe stata la sua Capitale.
Quanto però Franco detestava – come ancora ne diffidano i suoi nipotini del Partito Popolare e di Vox – era precisamente la cultura europea.
Ecco perché il Generalissimo odiava i Catalani, precisamente come Stalin – il quale considerava a sua volta la Russia irrimediabilmente opposto alla Europa – odiava gli Ucraini ed i Pietroburghesi.
Il problema non è se una identità mozarabica ed extraeuropea della Spagna possa essere imposta, ma è se questa identità ci sia per davvero.
Essa però, in realtà, non esiste, se non come invenzione intellettuale e come imposizione ideologica, consumata a suo tempo da uno Stato totalitario.
Fino a quando, dunque, vi sarà chi vuole usarla per coartare la Spagna, esisterà una sopravvivenza del Franchismo.
Dalla quale occorre liberarsi, come già da tempo ci si è liberati delle sue forme politiche e del suo apparato giuridico.
Questo spiega perché il mezzo successo della Destra non suscita nessun entusiasmo, neanche in questo stesso settore.
La identità spagnola in cui la Destra fa ancora finta di credere, risultando inesistente, non può appassionare nessuno.
Mussolini – da parte sua – non poteva neanche contare su di un precedente storico sia pure remoto, ma collocato pur sempre nella vicenda nazionale.
Questa vicenda, infatti, non era stata vissuta da nessuno: esistevano viceversa le storie – e dunque le identità – delle Regioni.
Ecco allora il Duce rifarsi alla antica Roma.
Commettendo un arbitrio culturale peggiore di quello consumato dal Caudillo.
La Meloni, a sua volta, si rifà ad una identità nazionale di cui non è in grado di formulare i contenuti.
Gli oppositori della Presidente del Consiglio – come gli oppositori di Abascal – possono dunque approfittare entrambi di questo vuoto.
Non sappiamo se qualcosa di simile stia succedendo in Spagna, ma in Italia non si scorge la presenza e la azione di nessun soggetto politico che si riconosca nel nostro attuale Governo.
Si tenta dunque di supplire a tale mancanza costruendo la icona della Grade Sorella, intesa quale personaggio demiurgico ed onnipresente.
Anche la Meloni, però, deve essersi accorta del fatto che nessuna figura pubblica può compensare la carenza di una storia comune.
La Presidente del Consiglio ha rifilato ai concittadini una patacca, e la Destra spagnola ha perpetrato la stessa truffa.
Possiamo dunque prepararci a brindare alla caduta di entrambe?
Purtroppo, no, in quanto non esiste un soggetto politico in grado di denunziare un simile imbroglio.
Esistono viceversa due cosiddette Sinistre – quella iberica e quella nostrana – che combattono la loro battaglia nel nome dello antifascismo: cioè, di una categoria obsoleta tanto quanto il mito identitario proprio delle loro rispettive controparti.
I soli soggetti in grado di combattere la battaglia – ed in prospettiva di vincerla – sono dunque quelli regionali.
La cui identità risulta autentica, non inventata, radicata, e non astratta.
Il problema è che questi soggetti sono ancora troppo deboli nella loro espressione politica.
Perfino in Catalogna, figurarsi da noi.
Non rimane allora che vendere i propri servigi a Sanchez, facendosi firmare una cambiale.
Da portare allo incasso quando ne verrà la occasione.
Come fece Gandhi con gli Inglesi.
Alla fine della guerra, il colonialismo britannico era tramontato, né più né meno del nazismo.
Questo è oggi il destino di chi oggi non riesce ad uscire da una dimensione nazionale.
Tanto Abascal quanto il Capo dei Popolari, tanto la Meloni come la Schlein sono tutti quanti come il Prode Anselmo.
Il quale non si era accorto che andava combattendo, ed era morto.
Mario Castellano