Anche noi, che viviamo nella stessa provincia in cui si trova questo caratteristico borgo ligure, situato nell’immediato entroterra di Bordighera, spesso ignoriamo l’esistenza del Principato, o lo conosciamo in modo approssimativo per sentito dire.
Le sue origini storiche risalgono al tempo della Repubblica di Genova, quando la “dominante”, risultando troppo dispendioso il controllo diretto di territori collocati ai suoi estremi confini occidentali, costituì alcuni paesi del Ponente come comunità autonoma, che formalmente riconosceva la sovranità dell’antico stato regionale, ma si governava secondo i propri statuti.
Quando, ormai molti anni or sono, un nostro concittadino appassionato di storia locale, Giorgio Carbone, si propose di ricostituire il Principato, proclamandosi suo sovrano, l’iniziativa venne considerata da molti come una goliardata, se non addirittura come una truffa, volta a spillare soldi a chi vi aderiva, in modo simile a quanto succede nel caso di tanti ordini cavallereschi farlocchi.
In questo ambiente si muovono certamente numerosi ciarlatani, ma anch’essi compongono un sintomo del crescente bisogno, da parte della gente, di riscoprire proprie radici. Oppure di trovarle. Il Medioevo attrae più delle altre epoche, sia perché fu allora che si formarono le nostre attuali identità nazionali e regionali, sia perché esso fu il tempo per eccellenza della fede. Ed è precisamente la fede il denominatore comune che unisce quanti si rivolgono al passato cercando una ispirazione difficile da trovare nella società in cui ci è dato di vivere. Della quale si dice che non ha futuro. Per quale ragione, però, lo si ricerca nel passato? Perché la tradizione ci dà un senso di sicurezza. La parola deriva dal latino “tradere”, cioè trasmettere. Come si fa con le eredità, che tanto più si preservano quanto più le si considerano preziose.
Questo spiega perché il Principato di Seborga è sopravvissuto al suo fondatore, ed anzi ha conosciuto con la transizione ai suoi successori una evoluzione grazie alla quale si è come depurato di quanto poteva esservi di ingenuo e di improvvisato nella sua impostazione originaria. La nuova principessa, un’aristocratica venuta appositamente per assumere il suo incarico dalla Baviera per proseguire e far conoscere in tutta l’Europa l’idea di Giorgio Carbone, risiede nel Principato di Monaco. Di cui si dice – abusando l’espressione vagamente canzonatoria – che si tratta di un regno da operetta. In realtà, il piccolo Stato svolge un’opera preziosa a livello internazionale. In primo luogo, proprio in quanto si tratta dell’unica monarchia assoluta rimasta in Occidente.
La costituzione in vigore dal 1965, introdotta per volontà di Ranieri III, è soltanto “ottriata”, cioè concessa, e dunque – almeno teoricamente – revocabile a discrezione del sovrano. I cui sudditi, particolarmente fedeli (sono così pochi che il Principe li conosce praticamente tutti) si sentono responsabili della condizione giuridica a loro conferita. Questo spiega anche l’ampiezza delle iniziative culturali promosse dal Principato.
Frequentando per motivi professionali il Vaticano, abbiamo potuto constatare che l’ambasciata monegasca è più attiva di quella francese (presso la Santa Sede e presso lo Stato italiano, con l’annessa accademia di Villa Medici). L’impegno di questa rappresentanza diplomatica è volto a valorizzare l’apporto della tradizione alla cultura europea. Non già nella chiave politica reazionaria propria di certo tradizionalismo italiano, che si dedica soltanto a polemizzare col Papa, né per alimentare un certo folclore religioso-cavalleresco, bensì per testimoniare e valorizzare un retroterra spirituale prezioso tanto per la Chiesa quanto per la società.
Il Principato di Seborga non è invece un soggetto di diritto internazionale – anche se vi è chi lo riconosce come tale – né un movimento dedito a rivendicare l’indipendenza, ma non si tratta nemmeno di un ordine cavalleresco, la cui credibilità dipenderebbe anch’essa da qualche forma di riconoscimento giuridico. Si tratta piuttosto di una iniziativa “sui generis”, che testimonia di una vicenda storica, ma nello stesso tempo si occupa di aggiornare il suo lascito. Ciò gli permette di spaziare dall’ambito religioso a quello geostrategico, ma soprattutto a quello spirituale. Farne parte significa infatti essere degli iniziati, e cioè delle persone poste sul giusto cammino.
Camminare è però il contrario di ritenersi già arrivati, e dunque già investiti di una verità da impartire agli altri “telle quelle”. Significa viceversa ricercare insieme la verità. Significa certamente trovare le radici, rivolgendosi al passato, ma anche aspirare ad una illuminazione, crescendo verso l’alto, come gli ulivi della nostra terra. Se cercate la verità, venite a Seborga.
Forse non la troverete, ma conoscerete altri uomini che la ricercano.
Mario Castellano