La vita politica di Enrico Berio ha conosciuto tre distinte fasi molto intense, intervallate da periodi di silenzio e di assenza dalla scena pubblica.
Nello immediato dopoguerra, Berio fu – insieme con Adalciso Boeri – uno dei protagonisti del movimento chiamato - in modo approssimativo ed in sostanza improprio – con il termine di filofrancese.
Alla sua origine, vi era stato un ingresso di truppe della Francia Libera, ritirate dalla provincia di Imperia come da tutto lo arco alpino, da Aosta fino alle valli del Cuneese in seguito alle pressioni esercitate sul Generale De Gaulle dal Governo americano, che poteva considerare ormai acquisita al proprio controllo tutta la Penisola, ridotta al rango di un protettorato.
Ogni trasferimento di sovranità in favore di Parigi avrebbe comportato dunque una perdita dal punto di vista degli Stati Uniti.
Ciò malgrado, fino alla firma del Trattato di Pace, avvenuta nel 1947 a Parigi, si rincorsero sulla Riviera di Ponente le voci sulla estensione della progettata annessione di territori alla Francia.
Non sappiamo ancora che cosa ci fosse di vero, ma qualcuno parlava della intera provincia di Imperia, altri di una frontiera spostata dal Garavano alla fiumara di Taggia.
Alla fine, la Francia dovette accontentarsi di una rettifica poco più che simbolica, limitata al Monte Chaberton (del tutto disabitato), ad una parte del paese di Claviere (in seguito restituita alla sovranità italiana), nonché - a Briga e Tenda: che avrebbero dovuto passare alla Francia fin dal cosiddetto rattachement del 1860, ma rimasero a Vittorio Emanuele II essendo nota a Napoleone III la sua passione per la caccia, che il Re sabaudo vi esercitava.
Il metodo seguito per ottenere questo territorio fu quello – usuale in casi simili – della istanza popolare, facilitata dal fatto che la gente di Tenda era solita emigrare a Nizza.
Al di qua di Ponte San Luigi, un analogo movimento non decollò, sia perché i suoi promotori non si dimostrarono alla altezza del compito, sia per la confusione dei loro obiettivi.
Noi abbiamo avuto la fortuna di raccogliere le confidenze tanto di Berio quanto soprattutto di Boeri: entrambi vedevano nello spostamento del confine non giá la occasione per divenire una sorta di collaborazionisti di una potenza straniera occupante, quanto piuttosto per rendere la geografia politica più conforme alla realtà che proprio Booeri riassumeva con il motto latino Natura non facit saltus.
Tanto Berio quanto Boeri partivano dalla constatazione che la nostra è una identità di transizione.
Molti anni dopo, ce ne siamo ricordati udendola esporre dal Sindaco di Nizza in occasione della manifestazione svolta con tutti i suoi colleghi a piazza Massena.
In una Europa veramente unita, cioè federale, i soggetti destinati a comporla possono infatti aumentare di numero fino a realizzare tutte le aspirazioni delle cosiddette Patrie Negate: nel senso che sono state sacrificate nel processo di costituzione degli Stati nazionali, e nella omologazione forzata da essi promossa successivamente.
Se poi questa aspirazione – accantonata fin dal periodo immediatamente successivo alla guerra – si confuse di fatto con un più generico annessionismo alla Francia, ciò fu dovuto ai limiti culturali dei suoi fautori, come anche al prevalere di un nazionalismo transalpino che non intendeva concedere nulla alle Regioni periferiche sul piano della attenuazione del centralismo.
Berio riemerse tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta come capofila del federalismo europeo, poi un gruppo di intellettuali andò a cercarlo nella fase finale della sua esistenza per cercare presso di lui una ispirazione nella giusta battaglia contro un altro centralismo: quello che attualmente imperversa a Roma per via dello avvento della estrema Destra e del tradimento del regionalismo da parte della Lega.
Alla quale Berio, malgrado la sua età avanzata, non aveva concesso nessuna apertura di credito: il che va certamente ascritto a suo merito.
Lo antidoto al centralismo romano va ricercato infatti nello spirito della Carta di Chivasso, e non nelle pagliacciate secessioniste inscenate da Bossi.
Il limite del pensiero politico di Berio consisteva nel fatto che egli intese sempre tanto la Unità federale europea quanto la promozione di un soggetto tendenzialmente munito di una propria sovranità e comprendente Nizza, Cuneo ed Imperia soltanto in funzione anticomunista.
Noi non abbiamo mai nutrito né simpatie verso il cosiddetto Socialismo Reale, né nostalgie di una epoca di divisione del Continente.
Tuttavia, la aspirazione dei suoi popoli tanto a ricomporne la unità spirituale quanto a rendere giustizia ai soggetti non coincidenti con gli Stati nazionali si riconduce ad una tendenza emersa precisamente con il tramonto delle ideologie, comunista come anticomunista.
Alludiamo, naturalmente, allo identitarismo: che sul piano religioso comporta il ritorno allo spirito del Sacro Romano Impero, e sul piano etnico e culturale il ripristino degli Antichi Stati regionali.
Non avendo colto questo zeit geist, Berio si ridusse ad identificare la battaglia contro il centralismo alla promozione dei prodotti a Denominazione di Origine Controllata.
I quali vengono però benissimo tutelati anche dalle attuali Autorità dei vari Stati.
Constatiamo dunque come il nostro amico non abbia colto – complice la età avanzata – la grande occasione che si apre oggi per la realizzazione dei suoi ideali giovanili, propiziata precisamente dalla caduta delle ideologie.
Il fatto di mantenersi fedele ad esse gli ha impedito di cogliere le possibilità offerte dal venir meno della giustificazione strategica sfruttata da chi ha sempre avversato tanto sovranità europea quanto la sovranità regionale.
Mario Castellano