La vulgata della storia nazionale su cui si basa il Governo Meloni raffigura le vicende successive al Venticinque Luglio del 1943 come un periodo di decadenza e di corruzione: non soltanto politica, bensì soprattutto spirituale e morale.
I tradizionalisti, che si dedicano a supportare tale visione, così come gli orientamenti che ne conseguono, le forniscono un proprio contributo, qualificando la Repubblica come anticlericale, se non addirittura come anticristiana.
Questa asserzione risulta naturalmente del tutto falsa, e soprattutto mira a squalificare non tanto i Partiti laici, quanto soprattutto i Cattolici democratici.
I quali hanno egemonizzato la vicenda civile italiana nel dopoguerra, assumendo le maggiori responsabilità di governo del Paese.
Il motivo è presto detto: una parte della Gerarchia non ha mai perdonato alla Democrazia Cristiana il suo rifiuto del confessionalismo.
Malgrado si trattasse di una affermazione di principio, contraddetta tanto nella prassi politica quanto soprattutto nella ispirazione – peraltro dichiarata – propria di molti dirigenti di questo Partito.
I Patti Lateranensi contenevano – insieme con il Trattato tra Italia e Santa Sede – anche il Concordato.
Che aveva trasformato – formalmente e sostanzialmente - il Regno, sorto come Stato laico, appunto in Stato confessionale.
Ciò malgrado, il famoso Articolo 7 della Costituzione fu votato da tutte le forze politiche antifasciste.
Con entusiasmo dai Cattolici, ma con convinzione anche dai Comunisti, che progettavano una Italia governata dalla stessa alleanza già esistente nel Comitato di Liberazione Nazionale.
Gli unici a nutrire qualche riserva – peraltro superata – erano stati i Socialisti.
Normalmente, quando si studia questa norma nello insegnamento universitario del Diritto Costituzionale, si afferma che i Patti Lateranensi vennero costituzionalizzati.
Si tratta di una espressione poco confacente con il corretto linguaggio giuridico: sarebbe infatti più corretto affermare che essi vennero collocati allo stesso livello della Costituzione nella gerarchia delle Fonti del Diritto.
Questo, però, è quanto si determina - mediante la ratifica – per ogni atto di Diritto Internazionale.
Perché dunque citare espressamente i Patti Lateranensi nella Costituzione formale?
Per affermare che lo Stato italiano non avrebbe mai richiesto alla Santa Sede una loro modifica, aprendo con essa un contenzioso.
Si trattava però - anche da questo punto di vista – di una affermazione pleonastica, dato che i Trattati si possono emendare solo se vi è accordo tra le cosiddette Alte Parti Contraenti.
Per giunta, mentre la Costituzione stabiliva che la Repubblica era uno Stato laico, il Concordato – rimasto in vigore fino al 1984 – partiva da una affermazione esattamente contraria.
Proprio per questo, occorreva rassicurare il Vaticano di Pacelli, che non avrebbe mai receduto da tale asserzione.
La intangibilità dei Patti Lateranensi contribuì infatti a munire la Chiesa di uno ulteriore strumento da far valere intervenendo nella vicenda politica nazionale.
Sarebbe troppo lungo elencare quante volte ciò avvenne.
A noi, in quanto Cattolici liberali, preme soprattutto ricordare che anche le vicende interne alla Democrazia Cristiana vennero condizionate da simili ingerenze.
Che culminarono nella richiesta di referendum abrogativo della Legge con cui si introduceva il Divorzio.
Questa riforma indubbiamente determinava una violazione del Concordato, in cui era stabilito che gli effetti civili del matrimonio venissero regolati in conformità con la norma canonica.
Fu in quel momento che si pose il problema – fino ad allora sempre eluso – dalla contraddizione tra due concezioni opposte dello Stato: laica in base alla Costituzione, confessionale in base ai Patti Lateranensi.
A questo punto, però, il Vaticano di Montini – pur avendo costretto la Democrazia Cristiana a contraddire il suo stesso Statuto, appoggiando la abrogazione della Legge sul divorzio - dovette fronteggiare una pretesa avanzata dalla Destra tradizionalista cattolica.
I Patti Lateranensi costituiscono un unico atto di Diritto Internazionale, e su questo punto lo Stato italiano e la Santa Sede non hanno mai manifestato alcuna divergenza.
Quando un atto di Diritto Internazionale viene violato da una parte contraente, le altre non sono più tenute a rispettarlo.
Basandosi su questo presupposto, vi fu chi propose a Montini di riaprire la Questione Romana, tornando a rivendicare lo Stato Pontificio.
Per quanto ciò possa sembrare inverosimile, risponde alla verità storica.
Paolo VI rifiutò tale pretesa, ed il trauma del Dodici Maggio si rivelò salutare, dimostrando viceversa la necessità di procedere ad una revisione del Concordato.
Che oggi non definisce più la nostra quale Religione Ufficiale dello Stato, cui viene anche riconosciuta dalla Chiesa la facoltà di regolare gli effetti civili del matrimonio.
Dal 1984 – e non dal 1948 – viviamo dunque in uno Stato laico.
È interessante notare come la Chiesa abbia accettato di negoziare una analoga riforma del Concordato anche con la Spagna postfranchista.
Si deve però ugualmente rilevare come proprio a partire dal 1974 alcuni settori della Chiesa abbiano cominciato a sostenere dei Movimenti di orientamento dichiaratamente confessionale.
La cui influenza si è accresciuta dopo lo scioglimento della Democrazia Cristiana, essendo rimasti ad agire incontrastati in ambito politico.
Questi soggetti coincidono nel considerare la Repubblica come anticlericale, cioè come uno Stato che tende a limitare la libertà di culto e la libertà di coscienza.
Se la influenza della Chiesa è diminuita, ciò è avvenuto unicamente a causa della evoluzione della società.
In una direzione che neanche noi condividiamo, ma di cui non si può assolutamente addossare la responsabilità agli indirizzi politici prevalenti – fino allo scorso anno – nel nostro Paese.
Soprattutto nella azione internazionale, i successivi Governi hanno anzi coinciso e cooperato con la Santa Sede nella sua azione ecumenica.
Se il Vaticano ha aiutato la Italia ad ampliare i suoi margini di manovra nello scenario mondiale, la Repubblica ha per converso efficacemente assecondato in molte circostanze la azione svolta dai Papi.
Ora tutto ciò viene liquidato come decadenza e corruzione della Nazione.
Se la decadenza è iniziata nel 1943, ciò significa che non si considera tale la partecipazione alla guerra in alleanza con la Germania nazista.
La Santa Sede dovrebbe - a nostro modesto avviso – prendere le distanze da una simile lettura della Storia.
Che ci limitiamo a definire infondata e fuorviante.
Mario Castellano