All’annunzio del passaggio della Campania nella “zona rossa”, il capoluogo della Regione è insorto, con manifestazioni spontanee di protesta di cui anche diverse radio hanno dovuto – sia pure “obtorto collo” – dare notizia, trasmettendo l’audio degli improperi di chi veniva definitivamente rovinato. Poi, in serata, al “lockdown” si è aggiunto il “black out” sull’informazione.
In una dittatura, anche le proteste più clamorose non producono nessun effetto, in quanto sono ignorate dall’opinione pubblica. La quale non esiste, essendo privata del suo alimento indispensabile, costituito dall’informazione.
De Luca si è messo alla testa della rivolta, denunziando non a torto un atteggiamento razzistico nei confronti dei suoi concittadini: le file davanti al Pronto Soccorso ci sono dovunque, e può capitare anche altrove che un ricoverato deceda nel bagno dell’ospedale.
Quando il Papa visitò Napoli, rilevammo come questo extraeuropeo, pur conoscendo della città solo quanto consta ad ogni persona di normale cultura, avesse colto l’aspetto decisivo della sua identità, che è sempre stata duplice, ed anzi schizofrenica.
Napoli era stata la patria del nostro illuminismo, grazie ad uomini quali Pietro Giannone, Antonio Genovesi e Gaetano Filangeri. Da Napoli si diffuse in Italia la conoscenza della grande filosofia idealistica tedesca, diffusa da Pasquale Galluppi. Da Napoli si irradiò – grazie ad Antonio Labriola – il pensiero di Carlo Marx. Tuttavia, quando la sua migliore intellettualità assunse il potere, costituendo la repubblica partenopea del 1799, i “lazzari” insorsero contro di essa nel nome del re Ferdinando di Borbone.
Benedetto Croce avrebbe in seguito giustificato nel nome dei “martiri partenopei” il ripudio della monarchia “duosiciliana”, ma questo evento segnò la riduzione di Napoli al ruolo di un capoluogo periferico.
Bergoglio aveva capito che la città di San Gennaro sarebbe ritornata grande quando si fosse riconciliata l’anima illuminista e cosmopolita della sua intellettualità con quella popolare della plebe. La città dell’università e quella dei vicoli dovevano trovare un punto di incontro e di sintesi, e la Chiesa di Bergoglio, essendo in grado di parlare ad entrambe, si proponeva per svolgere un ruolo di dialogo e di conciliazione, senza la quale si sarebbero ripetuti le incomprensioni ed i conflitti del passato, perpetuando l’emarginazione di Napoli e di tutto il Meridione. Che costituisce la connessione dell’Italia e di tutta l’Europa con il sud del mondo, per via tanto della sua composizione sociale quanto della sua cultura.
Quando Mitterand venne in visita in Italia, gli fu domandato quale città – oltre a Roma – volesse visitare. Il presidente rispose che voleva andare a Napoli, sia considerandola la più affine alla Francia in virtù della sua cultura illuministica, sia per la vocazione di ponte con altri mondi.
La decisione presa dal governo – ed in particolare da un intellettuale “progressista” meridionale come Speranza – distrugge un’economia spesso illegale – ma non per questo necessariamente criminale – che fino ad ora ha permesso ad un popolo intero di sopravvivere.
Mentre i “lazzari” insorgono, proprio come nel 1799, gli intellettuali “progressisti” reagiscono con quella stessa incomprensione, frutto di un atteggiamento elitario, che era stata denunziata da Vincenzo Cucco come causa della loro rovina nel 1799.
A questo punto, le conseguenze delle scelte del governo sulla unità italiana rischiano di essere in prospettiva irreversibili: il Meridione viene trattato ancora una volta come oggetto, e non come soggetto, della vicenda nazionale.
In Germania, il governo propone al parlamento una legge che elimina il diritto alla “privacy”, permettendo alla polizia di entrare nelle abitazioni senza l’autorizzazione del potere giudiziario e vietando tutte le manifestazioni pubbliche, anche quelle di carattere religioso.
Si impone in tutta l’Europa occidentale una disciplina simile a quella vigente in tempo di guerra, ma non si fa per combattere più efficacemente il nemico: lo si fa viceversa proprio nell’interesse del nemico. Il quale intanto mantiene intatta la propria identità, mentre noi ci dedichiamo a reprimere l’espressione della nostra. I “lazzari” napoletani, che cercano di preservarla, vengono trattati come criminali. In parte, essi sono tali veramente, ma il rapporto di forze che aveva causato la sconfitta dei cosiddetti “briganti” dopo il 1860 si è rovesciato.
Il governo Conte, che quando si era costituito appariva il primo “a trazione meridionale” dopo l’Unità d’Italia, ha tradito questa sua origine, senza per questo acquisire l’appoggio del Settentrione. Gli rimangono, per tenere unito lo Stato, gli strumenti della repressione e della censura, che però da soli non possono bastare.
Mario Castellano