Letta e Calenda litigano come due lavandaie ai trogoli, o come due pescivendole al mercato, permettendo così alla Meloni – la quale per estrazione sociale e culturale dovrebbe essere più lavandaia e più pescivendola di loro – di fare la figura della gran signora.
Triste tramonto della Repubblica postfascista, nata - seguendo in questo il precedente dell’Italia liberale – su di un modello aristocratico: De Gasperi assomigliava ad un gentiluomo della Vienna asburgica; Togliatti si atteggiava, grazie ai suoi studi classici, ad un Francesco de Sanctis redivivo; Nenni aveva sognato la nuova Italia leggendo “France Soir” nei “dehors” dei caffè dei “Grands Boulevards” di Parigi; Saragat era uno studioso dell’opera di Goethe (non a caso autore dell’inno della Massoneria); il Conte Sforza era un nobile autentico, come anche Luchino Visconti.
Il quale impersonava magistralmente l’estetica nazional – popolare teorizzata dal “Migliore”, in base alla quale Antonello Trombadori distribuiva sull’Unità apprezzamenti e stroncature.
A pensarci bene, questo canone – che ha dominato la cultura italiana del dopoguerra, fino ad impregnare le pagine letterarie de “La Repubblica” (affidate, non a caso, agli ex comunisti) – ha svolto lo stesso ruolo dell’estetica carducciana nell’Italia liberale.
Detta, non a caso, “l’Italietta”, in quanto era risultata ben inferiore alle attese dei patrioti del Risorgimento.
La storia si è ripetuta con la Resistenza: movimento troppo ristretto per rappresentare compiutamente una Nazione all’inutile ricerca di una propria dimensione popolare, potendo contare soltanto su quella intellettuale.
La produzione artistica, di conseguenza, poteva risultare soltanto celebrativa: magniloquente quella del “Leone di Valdicastello”, altrettanto magniloquente, ma più autentica e geniale, quella del “Conte Rosso”.
Poi, tutto si è andato esaurendo, ed ai “padri fondatori” sono seguiti dei figli svogliati negli studi, raccomandati e viziati: tanto sul versante comunista, con D’Alema e Veltroni, quanto sul versante democristiano, con il “Nipotissimo” Letta.
Il quale non ha assolutamente ereditato i modi felpati del “Conte Zio”, che sarebbe stato un ottimo Cardinale di Curia, ma anzi si muove con la prepotenza e la maleducazione tipiche degli eredi cresciuti nella bambagia.
Per fortuna, costui ha trovato in Calenda uno che non gliele manda a dire.
Se ancora vigesse nel Partito una parvenza di democrazia, ci sarebbe forse qualcuno pronto ad alzarsi in Direzione per dirgli che ha fallito: anzi – per meglio dire – che è un fallito.
La Direzione, però, non si riunisce: neanche per applaudire.
Renzi, almeno, la usava stalinianamente per esprimere un consenso obbligato, non accontentandosi delle “Leopolde”.
Il motivo è semplice: per le riunioni ferroviarie di Firenze c’erano i soldi, per quelle degli attuali organismi dirigenti non ci sono più: per informazioni, rivolgersi a Lusi ed a Buzzi.
Bisogna affittare una sala, che al Nazareno non esiste, ma costa un occhio della testa.
A “Palazzo Dongo”, gli architetti del Partito l’avevano ricavata nel sotterraneo.
L’ascesa di Mussolini – corre voce che la Meloni voglia insediarsi vendicativamente proprio il Ventotto Ottobre – segnò l’emergere di una nuova classe, il cui rappresentate aveva tuttavia imparato da Margherita Sarfatti a stare in società.
L’uomo era “double face”, proletario coi proletari e signore coi signori: poteva ballare in maniche di camicia con le contadinotte sulle aie alla “Battaglia del Grano”, e mettere la feluca per incontrare in Vaticano il Segretario di Stato Pacelli.
La Meloni – questo le va riconosciuto – sa contenere o fare erompere la sua vena popolaresca a seconda delle circostanze.
I giornalisti anglosassoni rimangono stupiti del suo “understatement”, ma la “Sorella d’Italia” si scatena davanti alle platee dei “borgatari”.
Le nuove classi sono costrette a selezionare i loro rappresentanti, i quali - per emergere – devono imparare nella scuola dell’esistenza.
Letta, invece, prorompe senza “self control”, come avviene per l’appunto agli “enfants Gatés” maleducati: il “Conte Zio”, evidentemente, non lo ha formato come sarebbe stato conveniente.
Siamo di nuovo ad un cambio di classe dirigente, ed a Roma è palpabile un delirio della fine, un clima da ultimi giorni di Pompei.
Immaginiamo le visite affannose ai diplomatici stranieri per trovare una qualche sistemazione all’estero.
L’unico che non deve affannarsi è Draghi: la sua educazione gesuitica e la sua formazione accademica lo mettono al riparo.
Quanto agli altri, possono affondare con il Titanic senza danno per il Paese.
Mario Castellano