Caro Professore,
Mi ha colpito particolarmente, leggendo il Suo bellissimo articolo su “La Stampa” di martedì scorso, il riferimento alla “sorte comune” della nostra generazione.
Risulta però sbagliata l’affermazione secondo cui la “biografia privata (…) non conta mai nulla”.
Caro Professore, la biografia privata non conta nulla se la si prende per sé: conta invece moltissimo se i bilanci delle diverse persone coincidono.
Cerchiamo dunque di redigerli con onestà intellettuale: ne risulterà che se noi abbiamo sbagliato in buona fede, altri hanno sbagliato invece in mala fede, rifiutando di riconoscere i propri errori e di trarne le necessarie lezioni.
Ella sostiene due tesi: in primo luogo, afferma che l’Europa, per non appiattirsi sull’America, avrebbe dovuto intraprendere dopo il 1989 una politica inclusiva nei confronti della Russia; in secondo luogo, ritiene che la Sinistra avrebbe dovuto distinguersi sui temi connessi con le diverse, tragiche crisi internazionali vissute a partire dal 1945.
Sul primo punto, Ella ha ragione in linea di principio.
Rimane però molto difficile valutare che cosa l’Europa avrebbe dovuto fare in concreto.
Il suo compito, infatti, risultava pressoché proibitivo.
Fin dal momento della caduta del Muro, i Paesi dell’Est scelsero la democrazia liberale non tanto per convinzione – questa opzione non risultava infatti conforme con le loro tradizioni politiche – quanto piuttosto perché questa appariva come l’unica possibilità di costruire un rapporto solido con l’Occidente, mettendosi al riparo da ogni possibile ritorno di fiamma dell’espansionismo russo.
Ricordo bene il clima di quel momento, simile allo stato d’animo di chi è appena scampato da un pericolo mortale, e vuole al più presto allontanarsene.
Oggi possiamo comunque constatare che quel timore non era per nulla infondato.
La Russia, per ricostruire la propria identità dopo avere ripudiato il comunismo, avrebbe preso inevitabilmente la strada dell’assolutismo: la cui elaborazione teorica, da parte di uomini come Dugin e Glazunov, era d’altronde ben anteriore al 1991.
Questa scelta avrebbe comportato inevitabilmente la tendenza a calpestare i diritti di altre Nazioni.
Supponiamo dunque – per ipotesi – che l’Austria si proponesse di ripristinare l’Impero Asburgico: i popoli un tempo sottomessi avrebbero motivo di allarmarsi.
La Russia proclama apertamente di perseguire un disegno di restaurazione, per cui quanti credono nei principi della sovranità popolare e dell’autodeterminazione non possono fare a meno di opporvisi.
Con questo, giungo a considerare il Suo secondo argomento.
Ella scrive testualmente: “Budapest, Praga, Polonia, Afghanistan – e ogni volta in Europa sinistra, o come volete chiamarla, in ginocchio”.
Evidentemente, abbiamo visto la storia con due sguardi diversi.
Basti ricordare che il Parlamento italiano fu quello in cui si discusse con maggiore frequenza del Vietnam: forse addirittura – per quanto possa sembrare incredibile – più ancora che nel Congresso degli Stati Uniti.
Il Suo Partito di allora usò però la guerra di Indocina per evitare di fare i conti due problemi, destinati ad aggravarsi col passare del tempo: uno era rappresentato dalla necessità di una revisione ideologica, e l’altro dall’esistenza nell’Est di un sistema oppressivo che non poteva giustificarsi con gli errori ed i crimini degli altri.
L’aggressività del cosiddetto “Imperialismo Americano” non faceva infatti venir meno i diritti dei popoli sottoposti ad un’altra oppressione.
Quando il Papa lo ricordò, con giusta ragione, il Suo Partito di allora seppe solo sbeffeggiarlo come un retrogrado: risultavano invece molto più retrogradi quanti andavano in delegazione a rendere omaggio ai capi del “Socialismo Reale”, o quanti venivano nel mio Paese di adozione a fare del turismo politico (o meglio del turismo sessuale).
Tra i quali, come posso testimoniare, ci furono alcuni noti dirigenti della Federazione di Imperia.
La Sinistra era affetta da una esterofilia che le faceva dimenticare il suo primo dovere: verso sé stessa, e non verso gli altri, quello cioè di rispondere ai problemi della società italiana, la cui soluzione non si poteva trovare né a Mosca, né a Pechino, né all’Avana.
Si continuavano invece a magnificare le conquiste di quei Paesi: che in alcuni casi – date le loro condizioni - erano veramente tali, ma non potevano rappresentare in alcun modo un modello per noi.
Questo atteggiamento non era purtroppo soltanto di sudditanza ideologica, ma si traduceva anche in una collaborazione illecita con le Autorità di soggetti stranieri ostili all’Italia.
Ricordo perfettamente come il rappresentante del Partito Comunista a Managua mi rimproverasse pubblicamente perché avevo rifiutato – come mio dovere – di prestarmi ad un tentativo di spionaggio contro il nostro Paese.
Ricordo anche come il responsabile per l’estero delle Botteghe Oscure, l’Onorevole Renato Sandri, rifiutasse di pronunziare una sola parola di dissociazione da tale comportamento.
Se oggi c’è qualcuno che manifesta solidarietà con Putin, ciò avviene perché simili precedenti hanno prodotto un riflesso condizionato non soltanto contrario all’Occidente, ma anche opposto ai nostri interessi nazionali.
Caro Professore Cacciari, qui non si giustifica soltanto il totalitarismo, ma anche la slealtà verso lo Stato, mentre la situazione di guerra mette in pericolo la sua sicurezza.
A me fa piacere che un Ministro della Difesa ex comunista affermi davanti al Parlamento la necessità ed il dovere di tutelarla: ciò significa che la revisione è finalmente compiuta, non soltanto rispetto alla sudditanza ai modelli ideologici stranieri, ma anche rispetto al “né aderire, né sabotare”.
Tale atteggiamento significava infatti indifferenza verso gli interessi della Nazione.
Oggi noi li tuteliamo, mentre Salvini si vanta di sabotarli.
Non tutto della nostra vita, Caro Professore, è andato dunque sprecato.
Con i più cordiali saluti.
Mario Castellano
Mario Castellano