Quando si scriverà la storia d'Italia nel tempo dell'epidemia, che ha precipitato - più di quanto abbia causato - la crisi finale del regime uscito dalla seconda guerra mondiale, si noterà come Conte abbia promosso una evoluzione in senso autoritario del metodo di governo soprattutto dal punto di vista giuridico, mentre Draghi ha compiuto questo processo trasferendolo sul piano politico.
Tale differenza costituisce certamente anche una conseguenza della diversa statura, del differente spessore, dei due personaggi, ma dipende soprattutto dal fatto che il sedicente "avvocato del popolo" impersonava l'estrema e degenerata espressione del vecchio sistema dei partiti, essendo stato designato dall'ultimo nato tra essi: non a caso totalmente sprovvisto tanto di un radicamento sul territorio quanto di una propria cultura politica. Questa duplice carenza ha privato il Movimento "pentastellato" della possibilità di contrapporsi alla defenestrazione dell'anteriore Presidente del Consiglio. Ad opera di quali militanti , e nel nome di quali principi ideologici il seguito di Conte - ammesso che esista - avrebbe potuto resistere? Si è ripetuto in quel momento quanto già si era consumato a suo tempo quando Napolitano destituì Berlusconi. In quella circostanza, il "Cavaliere" dimostrò di non disporre di un seguito disposto ad accorrere sotto Palazzo Chigi e sotto il Quirinale per sostenerlo. Nella nostra città, i militanti di "Forza Italia" si congregarono - come loro costume - presso la piscina comunale, ma poi - a tarda ora - vennero autorevolmente consigliati di andare a dormire.
Tanto Berlusconi quanto Conte vissero dunque il loro rispettivo venticinque luglio, una data nella quale nessun fascista prese le parti del "duce": neanche i componenti della "milizia", malgrado avessero giurato essergli fedeli fino alla morte. Il sistema di potere si era già squagliato in tutte e tre le circostanze. Con la differenza che un tempo i fascisti erano esistiti, mentre i berlusconiani ed i "pentastellati" avevano soltanto fatto finta di esistere. Nella nostra città, i seguaci dell'uomo di Arcore dovevano mascherarsi da tifosi di una squadra di pallanuoto per riempire almeno le tribune di un impianto sportivo.
La mancanza di sostegno popolare ha costituito una delle ragioni - anche se non l'unica - che hanno indotto Conte a violare sfacciatamente la Costituzione, legiferando mediante l'emanazione di atti amministrativi, quali sono i decreti del Presidente del Consiglio: ricorre a metodi autoritari soltanto chi è privo di un consenso.
Poi è venuto l'epilogo della Repubblica, quando la constatata incapacità da parte del sistema politico di fronteggiare l'emergenza ha determinato il suo commissariamento anche formale. Questo evento ricorda la deposizione di Romolo Augustolo ad opera di Odoacre. L'ultimo imperatore non oppose nessuna resistenza, accontentandosi di una pensione, con cui si ritirò in una villa della Campania.
Conte rimane beneficiario della assegnazione, disposta dal bilancio preventivo dello Stato per il corrente anno, in favore della Fondazione che gestisce i suoi personali servizi di sicurezza. Che si è reso necessario sostituire con quelli nuovamente appartenenti allo Stato, affidati in tutta fretta al dottor Gabrielli. Al quale esprimiamo i nostri migliori auguri (ne ha bisogno).
Ora, comunque, è Draghi il nuovo "uomo forte" dell'Italia. Il che - almeno - ci mette al riparo dal cesarismo di marca terzomondista del suo predecessore. Nell'esercizio delle sue funzioni, il Presidente del Consiglio si può in primo luogo basare sullo strumento giuridico elaborato dal predecessore, costituito dai suoi decreti. Il loro uso è stato accettato a suo tempo senza fiatare da tutti gli organi "di controllo" (?!), vale a dire il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e - per quanto riguarda gli atti che dispongono delle spese - la Corte dei Conti. Per non parlare delle stesse Camere, espropriate della loro competenza.
Mentre inoltre al tempo di Conte i partiti avevano dato un estremo segno di esistenza in vita, prima aiutando Mattarella a mandarlo a casa, e poi rifiutandogli il reincarico, ora le diverse forze politiche si limitano ad applaudire entusiasticamente il nuovo Capo del Governo. Si è però determinato anche un altro cambiamento, ben più sostanziale, tra l'era di Conte e quella di Draghi. L'impiego dei decreti del Presidente del Consiglio quali atti legislativi venne inizialmente autorizzato da un decreto-legge. Dopo la sua conversione, le Camere ritennero espressa la propria abdicazione all'esercizio delle competenze loro attribuite dalla Costituzione. Questo decreto ha rappresentato l'equivalente aggiornato delle leggi dette "fascistissime" del 1925, che segnarono l'instaurazione formale del regime. Anche in quel caso, lo Statuto non venne formalmente modificato, per cui nessuno ne denunziò la violazione. C'era stato però, l'anno prima, il cosiddetto "Aventino". Oggi non abbiamo avuto neanche quello.
Il decreto-legge su cui si basano i pieni poteri conferiti a Conte, ed ereditati da Draghi, ha dato luogo però ad una ulteriore violazione della Costituzione, stabilendo che la competenza legislativa attribuita alle Regioni in materia sanitaria era trasferita allo Stato. Il quale, però, non la esercita attraverso il Parlamento, affidandola invece al Presidente del Consiglio. Formalmente, solo per quanto riguarda le misure volte a contrastare l'epidemia, coinvolgendo però in realtà l'intera materia della salute pubblica. E' infatti ormai Draghi che stabilisce insindacabilmente quali risorse si debbano destinare alla prevenzione del "covid" e quali viceversa a tutta la rimanente attività sanitaria.
Si è così smentito il dettato della legge suprema in base al quale "la Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali". Ora, infatti, lo Stato non le riconosce più, e tanto meno le promuove, ma anzi le sta coartando in base al proprio arbitrio. Con quale "animus" intenda operare il Governo, risulta evidente da quanto Draghi ha appena detto in Parlamento, disapprovando e correggendo i criteri in base ai quali le Regioni procedono alle vaccinazioni.
Non entriamo nel merito delle critiche espresse dal Presidente del Consiglio. Ci limitiamo a due osservazioni. In primo luogo, ricordiamo che - salvo diversa disposizione - l'attribuzione ad un ente di una particolare potestà legislativa comporta anche quella della corrispondente potestà amministrativa. Una volta stabilito che lo Stato legifera sul contrasto all'epidemia, esso assume dunque anche il compito di conformare l'attività amministrativa conseguente. Fin qui, dunque, "nihil dicendum". Il problema sta però nel fatto che Draghi considera direttamente dipendenti dalla Presidenza del Consiglio gli organi amministrativi delle Regioni. A questo punto, ci domandiamo a che serve eleggere i presidenti di questi enti pubblici territoriali.
Il centralismo si sta imponendo infatti nel modo più esplicito e con il criterio più autoritario. Questa tendenza si sta manifestando d'altronde dovunque, e di conseguenza gli autonomisti - per non parlare degli indipendentisti - non dispongono più degli spazi in cui operare sul piano politico, confrontandosi con i diversi Stati nazionali. Si può saltanto agire sul piano metapolitico, arretrando dalla pratica della resistenza a quella della resilienza.
La vecchia classe dirigente regionale ha abdicato, come quella nazionale. Dovrà dunque sorgere in entrambi questi ambiti una nuova classe dirigente, composta da quanti si formeranno negli eventi cui assisteremo in futuro.
Mario Castellano