Nel 1870 si era compiuto contemporaneamente il disegno dell’unità nazionale della Germania e dell’Italia. Se nel caso del nostro Paese ciò aveva significato la realizzazione di un piano della Francia e soprattutto dell’Inghilterra, la creazione dell’impero germanico aveva segnato la fine del disegno concepito da Richelieu e compiuto da Mazarino con il Trattato di Westfalia. In seguito al quale la Germania era stata frammentata in trecento Stati, mentre la Francia rimaneva un regno unitario. Delle due grandi nazioni dell’Europa centrale, l’una manteneva la propria potenza, l’altra una condizione di debolezza e di divisione.

Dopo le guerre napoleoniche, gli Stati tedeschi vennero ridotti a trenta, ma neanche la sconfitta della Francia a Waterloo aveva permesso ai suoi patrioti di coronare il sogno, concepito da Fichte, dell’unità nazionale: tutte le potenze dell’Europa temevano una Germania potente.

Dal 1870, quando Bismark era riuscito a realizzare questo obiettivo storico, fino al 1914, la guerra stava covando, mentre la sua preparazione veniva dissimulata – ma nello stesso tempo accelerata – dallo sviluppo delle industrie e dei mezzi di trasporto.

Il presunto benessere della “Belle Epoque” beneficiava soltanto i “padroni del vapore”, e si preparava – insieme con i conflitti tra le nazioni – quello civile, interno a ciascuna di esse. Da quando alla “entente cordiale” del 1904 si era aggiunta nel 1907 la Russia, l’orologio della guerra si avvicinava inesorabilmente al suo scoppio. C’era chi – come i rivoluzionari che aspiravano ad instaurare il socialismo ed i nazionalisti che volevano affermare il principio di autodeterminazione dei popoli – si preparava ad approfittare di una circostanza tanto tragica quanto propizia per gli obiettivi che perseguiva. C’era invece chi si cullava nell’illusione che il tempo del “can can” e dello “champagne”, dei grandi borghesi e degli aristocratici uniti dall’essere tutti quanti dei “bons vivants”, non sarebbe mai finito. E molti di costoro, quando finì, non riuscirono a rassegnarsi. Al punto di essere travolti dagli eventi, come avvenne appunto per Mata Hari, convinta che lo scontro tra le nazioni dell’Europa non fosse una lotta mortale, bensì una di quelle schermaglie diplomatiche tra cui si era svolta la sua vita di ballerina e di grande cortigiana.

Nei giorni scorsi, abbiamo assistito allo scontro televisivo tra la Boschi e Gruber. Ci è venuto spontaneo constatare come siano tutte e due delle Mata Hari.

L’epoca trascorsa dal 1945 ad oggi è stata ben più lunga di quella iniziata a Sedan e finita a Sarajevo, ma entrambe hanno prodotto lo stesso effetto psicologico, cioè la rimozione dei conflitti che allora covavano nella periferia dell’Europa, nei Balcani, insofferenti del dominio austriaco, mentre oggi si preparano sull’altra sponda del Mediterraneo.

Le masse si impoveriscono, cadendo nella disperazione, e tutte le false certezze che hanno sostenuto la lunga pace stabilita in Europa dopo la liberazione, ma la Boschi e la Gruber vivono ancora in un mondo fittizio, in quanto già trapassato, quello degli amori da rotocalco, con la differenza che l’una li vive, e l’altra li commenta con il “gossip”. Quel mondo non può più interessare a chi stenta la vita nelle restrizioni, come non poteva più interessare quello della “Belle Epoque” a chi la rischiava nelle trincee, o tirava a campare nelle privazioni subite dalla popolazione civile.

Osservando le due donne litigare su questioni futili, si prova inevitabilmente un senso di pena, tanto per chi si è impoverito quanto per loro, che saranno presto travolte dagli eventi. L’una è una giornalista approdata a Roma sull’onda di una trasmissione improvvisata da una televisione di provincia sulle abitudini sessuali della gente, l’altra è una bella donna scelta per fare la relazionista pubblica per Renzi. La cui effemeride coincise con gli “slide” e con l’esibizione di ogni apparato tecnologico atto a sublimare una realtà sociale già declinante di un Paese che cominciava ad impoverirsi.

Mario Castellano