La Meloni, replicando emotivamente a Trump, afferma di essere a favore della “Unità dell’Occidente”.
Tale affermazione risulta indubbiamente veritiera, tenendo conto che la Presidente del Consiglio non può sperare di sopravvivere – e tanto meno di portare a compimento il suo disegno autocratico – contraendo alleanze diverse o, comunque, cercando delle sponde in altri ambiti geografici, politici e culturali.
Il suo grande amico Orban – il quale, comunque, si guardava bene dall’uscire dall’Unione – da una parte agiva come “Cavallo di Troia” di Putin nel contesto occidentale, ma dall’altra parte – ricattandola con le sue giravolte in politica internazionale – mungeva abbondantemente la mucca di Bruxelles.
Quando poi l’Europa occidentale si è stancata delle sue continue provocazioni, è bastato scindere lo stesso partito del Primo Ministro e finanziare gli oppositori per infliggergli una disastrosa sconfitta elettorale.
La Signora della Garbatella è accomunata con il Magiaro da una visione idealizzata del passato dei rispettivi Paesi, nella quale entrambi intravedevano una sorta di Età dell’Oro, interrotta dai rispettivi nemici.
Bastava dunque cambiare governo per far tornare, a Roma come a Budapest, i fasti dei bei tempi andati.
Dopo la caduta di Orban, Putin si è affrettato a dire che non lo aveva mai conosciuto.
Ed altrettanto farebbero gli amici occasionali che la Meloni può raccattare fuori dall’Europa occidentale.
Un altro precedente che suona ammonitore per la Presidente del Consiglio è rappresentato da Craxi.
Quando gli Americani fornirono al “Pool” di “Mani Pulite” le prove delle sue malefatte, ed iniziò il subitaneo crollo del regime – travolgendo “i Nani e le Ballerine” – i vari Papandreu, Mintoff, Arafat e Alan Garcia non furono in grado di aiutarlo.
E, se anche avessero potuto, non avrebbero comunque mosso un dito.
L’unico favore che Craxi poté ottenere dai suoi “amici” extraeuropei fu l’asilo concesso da un altro socio in affari, il tunisino Ben Alì.
Avendo però violato le regole tacite su cui si basava la sua ospitalità interessata, il “Cinghiale” venne probabilmente eliminato.
Ponendo fine ai suoi tentativi di ricatto nei riguardi dei politicanti italiani.
Craxi si era assicurato la Presidenza del Consiglio offrendo agli Americani il proprio appoggio per impiantare i cosiddetti “Euromissili”.
Poi, però, prese a fare il “Terzomondista” e il “Neutralista”.
Anche i Colonnelli greci avevano reso un buon servizio agli Americani, sbarrando la strada, con il loro colpo di Stato, al vecchio Papandreu.
Di cui si temevano le tendenze contrarie all’Occidente.
Quando però costoro si improvvisarono, a loro volta, “Nasseriani”, finirono degradati e in prigione.
Se ci si vuole rendere per davvero indipendenti da un’altra Potenza, bisogna avere il coraggio e il prestigio necessari per affrontare i sacrifici che ciò comporta.
La Meloni paga invece la cosiddetta “spesa corrente” – cioè, in pratica, gli stipendi dei dipendenti pubblici assunti per motivi clientelari senza fare un concorso e sforando l’organico – con i soldi del PNRR.
Credendo che a Bruxelles siano tutti fessi.
E dimenticando che il processo a Toti venne sbloccato per iniziativa della Procura Europea, mentre quella di Genova era disposta a chiudere tutti e due gli occhi sulle malefatte del nostro “Governatore”.
La “Unità dell’Occidente” in cui crede la Meloni significa comportarsi come “parenti nel bisogno”.
Cioè approfittare della generosità dei propri congiunti, salvo poi dimenticarsi dei favori ricevuti.
I parenti poveri sono posti nell’alternativa tra rinunciare agli aiuti – rassegnandosi a tirare la cinghia – oppure sottomettersi a chi li beneficia.
Se poi consideriamo la cultura politica della Meloni, constatiamo una sostanziale irriducibilità rispetto al pensiero liberale e democratico su cui si è costituita l’Unità Europea.
I cattolici ricordano sempre che i Padri dell’Europa furono tre loro correligionari, cioè Adenauer, De Gasperi e Schumann.
Si trattava però di cattolici liberali, che accettavano senza riserve il principio della laicità dello Stato.
Che risale all’Illuminismo e rappresenta il denominatore comune di tutte le grandi scuole politiche del Continente.
A nessuna delle quali appartiene la Meloni.
Di qui – e non da asserite incompatibilità di carattere – deriva la sua difficoltà non solo a elaborare obiettivi comuni, ma anche a intendersi nello stesso linguaggio con gli altri dirigenti europei.
E dunque la tendenza – rimasta necessariamente sopita, ma mai sostanzialmente superata – ad avventurarsi nei mari insidiosi del “Terzo Mondo”.
Con le sue culture politiche intrise di populismo e di autoritarismo.
Più che all’Illuminismo, la Meloni si ispira al Medioevo.
Non ci sarebbe nulla di male, se il suo riferimento fosse costituito dalla grande civiltà cristiana delle abbazie, dei teologi, dei mistici e dei maestri costruttori delle cattedrali.
Il Medioevo che la Signora della Garbatella vorrebbe fare rinascere è invece quello barbaro e pagano descritto, compiendo una falsificazione della storia, da Tolkien.
Che della Meloni è l’autore preferito.
Quello, anzi, su cui si basa la sua formazione culturale e ideologica.
L’Età di Mezzo inventata dallo scrittore inglese è popolata da orde barbariche dedite a praticare la razzia e a imporre la legge del più forte.
In una simile temperie trascorse la gioventù della futura Presidente del Consiglio.
Aggregatasi ancora adolescente a gruppi estremisti e violenti, dediti a combattersi in un panorama urbano desolato e disumanizzato come quello delle borgate di Roma.
Gli eroi di Tolkien ispirarono le sue prime azioni, a mezza strada tra la milizia politica e quella paramilitare.
Se la Meloni merita un’attenuante, la si deve cercare considerando contro chi ebbe a scontrarsi duramente nei suoi anni giovanili.
Cioè con altre bande di violenti, aggregati non tanto in base all’assimilazione di un diverso pensiero politico, bensì in base a scelte istintive, a una sorta di logica del branco.
Queste “gang” giovanili avevano ancora, ai suoi tempi, una coloritura politica.
Ora la periferia di Roma è dominata da una violenza del tutto “comune”.
Nei quartieri centrali, dove la Meloni arrivava per fare la bambinaia nelle case dei ricchi, trovava un’umanità diversamente, ma altrettanto irreversibilmente, degenerata: quella del cosiddetto “Generone” sedicente “de Sinistra”.
Tanto snobistico quanto alieno dal minimo rapporto con una realtà sociale distante solo pochi minuti di metropolitana.
Una distanza resa tuttavia incolmabile dalla mancanza di quel raccordo tra classi diverse che era costituito un tempo dal movimento dei lavoratori.
Presente, viceversa, nelle città del Nord.
Ogni tanto, la Meloni improvvisa dei siparietti da “cabaret” e imita il linguaggio proprio dei suoi concittadini “de Sinistra”.
Queste persone esistono purtroppo per davvero e hanno dato corpo all’immagine – parziale, ma reale – che di questa parte politica ha potuto farsi la Meloni nei duri anni del suo apprendistato.
Mussolini, anch’egli proveniente dai ceti sociali più emarginati, si era formato nell’odio verso i borghesi.
Il che spiega il suo iniziale estremismo e il suo permanente populismo.
Lo mantenne una volta giunto al potere, riversando però il risentimento verso i “Signori” sugli intellettuali.
Nei cui riguardi covava lo stesso atteggiamento, essendo stato escluso dal “cursus studiorum” regolare.
Il “Duce” e la Presidente del Consiglio hanno in comune il fatto di non essere mai andati all’università.
Noi abbiamo scritto più volte come l’estraneità – ed anzi l’irriducibilità – della cultura politica elaborata dal giovane Mussolini rispetto a quella liberale e democratica dell’Europa abbia tardato a manifestarsi, ma alla fine sia emersa.
Quando il suo potere fu definitivamente consolidato.
Fino al 1935, Mussolini rimase fedele all’Intesa, contrastando le mire “revisionistiche” proprie del nazionalismo tedesco.
Dal 1935 in avanti, l’infatuazione per il nazismo fece riemergere gli istinti primordiali del Capopopolo.
Proiettandoli contro le “Plutocrazie”, e poi alimentando il suo antisemitismo.
La Meloni non può dichiarare guerra all’Occidente.
Il suo regime, dapprima favorito proprio da questo ambito internazionale – e in particolare dagli Stati Uniti – avrebbe tuttavia finito per rivelare le tendenze autoritarie e illiberali connaturate con il personaggio.
A questo punto, si porrà il problema di una sostituzione.
Prima che il danno inferto alle nostre amicizie e alleanze tradizionali e naturali divenga irreversibile.
Tenendo conto del fatto che chi veramente vuole l’Unità dell’Occidente non può amputare questa realtà culturale e spirituale di nessuno dei suoi elementi costitutivi.
Né dell’eredità religiosa giudaico-cristiana, né della sua radice illuministica e liberale.
Anche Hitler – a suo modo – era un europeista.
Trattandosi però di un pagano, rinnegava entrambe queste ispirazioni.
E si rifugiava, di conseguenza, nel culto razzistico del “Blut und Boden”.
La Meloni non è certamente Hitler, ma non è un caso che abbia elaborato una rilettura della storia nazionale secondo la quale l’unico vero tentativo di costruire in Italia una democrazia compiuta viene liquidato come “degenerazione”.
La Chiesa di Prevost si propone di salvare l’Occidente.
Se non come ambito politico, quanto meno come identità collettiva.
Includendo e annettendo non solo tutte le diverse tendenze insite nel Cristianesimo e nel Cattolicesimo.
Compreso il cosiddetto “Modernismo”.
Arrivando anzi a usare certe categorie proprie del Marxismo.
Se dunque la Chiesa assume un orientamento inclusivo, la Meloni compie l’operazione esattamente opposta.
Depurando l’Occidente da tutto quanto non risulta conveniente per i suoi propositi.
Che si rivelano sempre più autoritari e illiberali.
Mario Castellano