Il primo dato che colpisce nel testo è la profonda differenza rispetto ai colloqui che il responsabile della redazione culturale intrattiene ogni settimana con gli esponenti della nostra cultura laica, i quali - essendo interrogati in merito al bilancio della loro generazione - constatano unanimemente il fallimento della parte politica cui fanno tutti quanti riferimento, e cioè la sinistra.
Questa sensazione, declinata con tanti accenti diversi, non si riferisce però tanto all'insuccesso del tentativo di conquistare l'egemonia - che già di per sè dovrebbe comunque indurre ad una riflessione molto amara - quanto piuttosto alla constatata incapacità di decifrare la realtà in cui siamo inseriti.
Della sconfitta politica si può attribuire con giusta ragione la colpa ai dirigenti. Della inadeguatezza culturale, della incapacità di elaborare un'analisi, sono invece responsabili gli stessi intellettuali. Cui manca però, salvo rare eccezioni, la capacità di esercitare l'autocritica: tanto per una inclinazione al narcisismo intellettuale quanto per la tendenza a rimuovere il proprio fallimento.
Tutti quanti, inoltre, alla domanda conclusiva di Gnoli sulla vecchiaia e sulla morte, rivelano la propria disperazione.
La vecchiaia non ha senso quando non si è maturata la saggezza, e la morte non ha senso quando manca la fede. Che invece illumina l'anima e l'intelletto di monsignor Paglia, il quale racconta la propria ribellione a Dio, come se invocasse una teofania che tarda a manifestarsi, ma sicuramente giungerà per farci capire il significato della storia.
Nè - data l'insipienza e l'inettitudine dimostrata dagli uomini della nostra generazione - si poteva sperare in qualcosa di diverso quanto alla morte, la domanda che la riguarda non costituisce il punto di arrivo del ragionamento, bensì il punto di partenza: connesso tuttavia curiosamente con il tema cui Paglia ha dedicato la sua opera di studioso, cioè quello delle confraternite, di cui egli sottolinea il ruolo di protagoniste dell'antico "welfare religioso".
Questa forma di organizzazione sociale non era tanto finalizzata a ritardare la fine dell'esistenza umana, quanto piuttosto - dice Paglia - ad "addomesticarla".
Se la fede spiega la morte, all’associazione che essa anima e promuove viene assegnato nell'antica società il compito di governarla in quanto fenomeno sociale, connesso fondamentalmente con l'igiene pubblica. C'era infatti - dice Paglia - il problema degli "insepolti, ossia di tutti coloro che non trovano un funerale, perchè poveri o perchè vittime di epidemie e alluvioni". È curioso che proprio l'epidemia, con la conseguente impossibilità di seppellire e vittime, abbia rivelato i limiti del "welfare" non religioso.
La riflessione sociologica si connette dunque con quella filosofica e teologica: "l'uomo è più libero, ma certo più solo. L'affannosa corsa alla negazione di Dio, che c'è stata tra Ottocento e Novecento, si servì della convinzione che soltanto così si sarebbe potuta garantire la libertà dell'uomo. Lo schema era chiaro: solo se muore Dio l'uomo si potrà salvare. Il risultato è stato che alla morte di Dio è seguita quella dell'uomo".
Risulta significativo che il rimprovero mosso alla cultura moderna da uno dei più noti ed avanzati esponenti "progressisti" della chiesa coincida con quello dei "conservatori".
Se la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel sapere che cosa si deve fare, se cioè non è licenza, bensì coscienza, questa coscienza può fondarsi soltanto sulla fede.
Tutti gli uomini di religione arrivano a questa conclusione nel valutare la condizione attuale del nostro mondo.
Vi è tuttavia una differenza fondamentale tra Paglia ed i tradizionalisti, che riguarda la strada da percorrere per rimettere Dio al centro della società.
Il vescovo di sant'Egidio non pensa che ciò debba avvenire attraverso qualche forma di sacralizzazione del potere, ma al contrario mediante una riflessione comune sulla società, ed un impegno comune per migliorarla.
Il discorso ritorna dunque al tema delle confraternite, che "ritornando nell'alveo devozionale 'hanno perduto' in gran parte la loro efficacia sociale".
Occorre dunque che la chiesa trovi altri strumenti "per poter aiutare il mondo a ritrovare la via della solidarietà e della convivenza tra tutti".
Questo - dice Paglia - è il cardine del magistero del Papa, che per l'appunto coniuga "la solidarietà" con "la convivenza". Lo sforzo per riscattare la gente dalla povertà non deve dunque avvenire separando i credenti dai non credenti.
L'atteggiamento di chi ha la fede non deve consistere nell'apparire migliore di chi non la possiede, ma al contrario nell'agire comune che anima la società nel suo insieme.
Si manifesta però il vuoto della politica: Paglia dice di non capire perchè la sinistra abbia abbandonato i luoghi del disagio sociale, "abbia rinunciato alla parola 'radicalmente', che poi vuol dire radici, origini, identità". Quest'ultima è la parola chiave.
Ci fu un tempo in cui l'identità si riferiva alla condizione sociale, alla classe, mentre oggi la si mette in rapporto con altre appartenenze collettive. Quando però la sinistra ha rinunciato a rappresentare la condizione sociale, si è resa anche incapace di cogliere la successiva evoluzione verso modi diversi di sentire l'identità collettiva.
Dopo essersi rivelata incapace di realizzare le riforme, la sinistra non è a maggior ragione in grado di rappresentare le nuove forme di aggregazione che oggi cercano di esprimersi.
Tutto è cominciato quando si è smesso di elaborare cultura. Soltanto una cultura politica forte permette di elaborare le forme di organizzazione e gli strumenti giuridici necessari per definire e poi realizzare le proprie rivendicazioni.
Le aspirazioni collettive della gente non hanno così più trovato chi fosse in grado di esprimerle.
In genere, si smette di studiare, cioè di ricercare nuove conoscenze, quando ci si sente già realizzati. Questo è successo ai dirigenti della sinistra. In quale momento, e per quali motivi? Quando essi hanno cessato di considerarsi portatori di una alternativa allo "status quo".
Il "compromesso storico" di Berlinguer significava che il suo partito, ottenuto il massimo storico del consenso popolare, non intendeva impiegarlo per assumere il governo del paese e per riformare la società italiana, ma semplicemente attendeva di venire cooptato in un sistema di potere dedito ad allargare progressivamente la propria base parlamentare.
Abbandonare le periferie significava dunque evitare i rimproveri di chi si sentiva abbandonato. Avvennero per giunta, a questo punto, due incidenti di percorso: uno consistette nel rinvio del momento in cui i comunisti sarebbero stati cooptati nel governo, l'altro, ben peggiore, fu il crollo del sistema politico e istituzionale sorto a partire dal 1945.
Sarebbe stato necessario, a questo punto, porre mano alla sua rifondazione, ma ormai mancavano gli uomini e le idee necessari per un simile impegno.
Da qui deriva la lucida e spietata disamina che Paglia compie della condizione civile presente del Paese: "la grande debolezza oggi risiede nell'accanimento con cui difende il particolare. Si fa piccolo cabotaggio e si perseguono solo mediocri interessi di partito. Come dice Papa Francesco: siamo tutti nella stessa barca. Ma ci stiamo dando i remi in testa invece di usarli per uscire dalla tempesta".
Da tali espressioni si può capire che l'ambiente ecclesiastico ha maturato una visione molto pessimistica della nostra attuale classe dirigente, considerata nel suo insieme, cioè senza distinguere tra l'una e l'altra parte politica. Paglia non lo dice, anzi nemmeno vi fa riferimento, ma il tentativo di edificare una nuova dittatura da baraccone viene percepito al di là del Tevere come un epifenomeno di scarso respiro.
In realtà, la chiesa non ha apprezzato nessuno dei regimi che si sono succeduti sull'altra sponda del fiume dal venti settembre in avanti. Paglia è sicuramente tra quanti (non tutti, in verità) hanno essudato i risentimenti legati a quelle vicende, ma proprio per questo il suo pessimismo nei riguardi della nostra "respublica" risulta più significativo.
La chiesa è dunque cosciente di essere rimasta una presenza esclusiva, e comunque in grado di esercitare un'egemonia sulla società italiana. Lo prova il fatto che i suoi esponenti mantengono una capacità di analisi orami smarrita dai politicanti, alcuni dei quali sono addirittura presi da un delirio di gradezza, proprio come Mussolini.
La chiesa, tuttavia, non è in grado di farsi carico da sola del compito di mantenere unita la compagine nazionale.
Si può dunque prevedere il progressivo emergere di distinti soggetti, che fino ad ora hanno convissuto nello stato unitario, senza però trovare in esso il modo di esprimersi. In ciascuno di essi si manterrà - ed anzi verrà prevedibilmente sottolineata - la componente religiosa della rispettiva identità, ma risulta difficile ripetere il miracolo della preservazione dell'unità nazionale, che in altre circostanze storiche la chiesa ha reso possibile.
Post scriptum.
Giunge notizia dell'imbrattamento della statua di Indro Montanelli a Milano.
Le tensioni interetniche, iniziate negli Stati Uniti, hanno dapprima varcato l'Atlantico, ed ora investono l'Italia, colpita non a caso nella sua unica vera realtà multiculturale.
Roma appartiene invece completamente al meridione del mondo, ed è comunque sede di un soggetto universale: il centro della Chiesa cattolica.
Mario Castellano