Non abbiamo nessuna intenzione di unirci al coro, ogni giorno più ampio e robusto, di quegli Italiani che – non sentendosi più tali – esultano per il male dei loro (ex?) compatrioti.
Quanto ci preme sottolineare non è certamente una asserita inferiorità, né tanto meno una altrettanto asserita malvagità dei Lombardi.
Tale è infatti il meccanismo che genera il razzismo, contro il quale abbiamo sempre combattuto.
Non possiamo tuttavia fare a meno di rilevare come sia entrato in crisi un modello politico, che aveva proprio nella Lombardia il proprio laboratorio.
Il discorso deve prendere – come sempre – le mosse da molto lontano, e precisamente dal 1535, quando, essendo morto senza eredi Francesco II Sforza, il Ducato di Milano - unico tra gli “Antichi Stati” d’Italia - perse la sua indipendenza, essendo dapprima sottomesso al malgoverno della Spagna, fustigato dal Manzoni nei “Promessi Sposi”, e poi al governo, certamente migliore ma paternalistico, dell’Austria.
Del quale narrò viceversa Silvio Pellico in un altro dei libri su cui si sono formate le generazioni di Italiani cresciute nell’ambito dello Stato Unitario, “Le Mie Prigioni”: opera efficacissima come “pamphlet” politico – al punto che “fece all’Austria più danno di una guerra perduta” - proprio in quanto non vi figura un solo austriaco cattivo: il difetto del dominio straniero – ammonisce infatti l’Autore – sta nel fatto stesso di essere tale.
Anche Renzo, d’altronde, era fuggito da Milano per rifugiarsi nella Repubblica di Venezia.
Torniamo però al destino della Lombardia, in quanto unica Regione d’Italia sprovvista di un proprio Stato.
Si è giustamente affermato che a causa di questa contingenza storica i Lombardi maturarono la tendenza ad essere buoni amministratori e cattivi politici, come testimoniano le vicende degli ultimi due secoli.
Non è in realtà corretto parlare di Lombardi, dal momento che i Bergamaschi e i Bresciani, appartenenti alla “Terra di San Marco” - come ebbe a ricordare il Cardinale Roncalli nell’assumere la carica di Patriarca di Venezia – poterono assimilare il suo spirito di libertà.
I due grandi Papi italiani del dopoguerra, per l’appunto Giovanni XXXIII e Paolo VI, erano maturati in questa temperie, e anche per questo seppero guidare la Chiesa con una visione chiara del mondo contemporaneo.
C’è un uomo che incarna in senso deteriore – molto meglio di Berlusconi, personaggio in realtà mai uscito da una visione meramente aziendalistica della politica – un certo modo di fare e di agire proprio dei Lombardi.
Quest’uomo è Roberto Formigoni.
Il “Celeste” - mai soprannome risultò più blasfemo - non è stato tanto deleterio per la corruzione dimostrata nel governo della Regione, e neanche per l’ipocrisia – frutto del più deleterio clericalismo – del suo asserito “Voto di Castità (!?)”.
Sulla vita sessuale dell’ex “Governatore” è meglio stendere un velo pietoso: “Parce sepulto”.
Essendo più importanti le pubbliche virtù che i vizi privati, consideriamo piuttosto i vizi che
si sono rivelati nella vita pubblica del personaggio.
Il quale venne designato da un ben preciso settore della Chiesa lombarda per realizzare un progetto di trasformazione dello Stato laico in Stato confessionale.
Per fortuna, questo progetto è fallito: non già, tuttavia, per merito di chi avrebbe dovuto contrastarlo.
Né la Chiesa, né tanto meno la Democrazia Cristiana - e neanche il Partito Comunista -
seppero opporvisi.
Il piano concepito da Formigoni, ispirato da Don Giussani e sostenuto dal Cardinale Scola – che proprio a causa di tale scelta non arrivò ad essere Papa – si incartò nelle sue stesse contraddizioni.
La principale riguardava, naturalmente, la necessità di procedere ad una revisione costituzionale, che era però ben al di sopra delle risorse intellettuali e politiche di Formigoni.
Risultando impossibile raggiungere l’obiettivo, il suo Movimento si trovò nella situazione in cui finisce chiunque constata di essere arrivato a questo punto: o si scioglie, o muta gli obiettivi o si criminalizza.
Formigoni e soci fecero precisamente questa fine.
Vale però la pena di considerare attraverso quale strada ci arrivarono: non già deviando dai loro propositi, bensì precisamente per averli messi in atto.
La parola magica che costoro diffusero, senza però mai spiegare quale fosse il suo vero significato, era – ed è - “principio di sussidiarietà”.
Che cosa vuole dire in termini giuridici?
Esso significa semplicemente che quando un soggetto di Diritto Pubblico – lo Stato o la Regione – non è più in grado di provvedere ad un compito di istituto, cioè di erogare un servizio pubblico, subentra nel suo adempimento un soggetto di Diritto Privato.
Poiché però spetta precisamente alle stesse Autorità accertare che si è arrivati a questo punto, basta giungere al governo per privatizzare tutto quanto è privatizzabile, soprattutto la scuola e la sanità.
Secondo la Costituzione, la scuola privata è ammessa, ma “senza oneri per lo Stato”.
Essa inoltre può esistere soltanto come alternativa, e non come sostituzione della scuola pubblica.
Se ci sono dei genitori che non desiderano per i figli un insegnamento di tipo confessionale, non li si può costringere a mandarli ad una scuola cattolica, o meglio ad una scuola tradizionalista.
Questo è però quanto accade in tante parti della Lombardia, dove il confessionalismo è già stato instaurato dalle Leggi Regionali.
Per quanto riguarda la sanità, la privatizzazione ha comportato non soltanto i fenomeni corruttivi che hanno portato Formigoni a meditare sulle sue malefatte nelle patrie galere, ma anche l’imposizione del criterio del profitto.
Un grande socialista e cattolico di scuola francese, Jacques Delors, affermò che lo Stato sociale costituiva l’incarnazione nell’età moderna dell’ispirazione cristiana propria dell’Europa Medioevale.
Un credente, o sedicente tale, che distrugge lo Stato sociale nel nome della privatizzazione dei profitti – accompagnata inevitabilmente dalla socializzazione delle perdite – non è dunque un buon cristiano.
L’esportazione del modello sanitario lombardo nelle altre Regioni, oltre ad estendere una corruzione intrinseca, che va oltre le stesse violazioni delle norme penali, ha significato il trionfo dell’egoismo sociale.
Beneficiando, naturalmente, dei soggetti economici di ispirazione “cattolica”.
Ecco per quale motivo una certa Gerarchia Cattolica, pur essendo perfettamente al corrente di quanto faceva Formigoni, non lo ha mai scaricato, e neanche ha tentato di fermarlo.
Lo Spirito Santo, però, non si è lasciato ingannare, ed ha ispirato correttamente i Cardinali riuniti in Conclave.
Ora l’epidemia, mettendo a nudo i disastri prodotti dalla logica del profitto in un settore che dovrebbe conformarsi a tutt’altro criterio, ha segnato la fine politica del “Celeste” e dei suoi eminentissimi protettori con più eloquenza delle sentenze penali.
L’isolamento della Lombardia non può naturalmente farci piacere, ma ci fa piacere che il modello politico proposto al Paese dai dirigenti di questa Regione – dove ai confessionalisti sono subentrati senza soluzione di continuità i Leghisti – venga definitivamente ripudiato.
Domenica scorsa si è riaperta per la Messa la nostra Chiesa parrocchiale, permettendoci di udire una splendida omelia del Parroco.
Il quale ha detto che è dovere di ogni cristiano obbedire alle leggi giuste, quali sono le norme sanitarie imposte dall’Autorità dello Stato.
I tradizionalisti criticano invece il Papa perché si adegua alle prescrizioni profilattiche in vigore.
Non disse forse Gesù che “quae sunt Cesaris Caesari”?
C’è addirittura chi, dall’estrema Destra, incita alla disobbedienza civile.
Qualcuno, avendo preso sul serio tale sciagurato incitamento, sta già dando fuoco alle prigioni.
Constatiamo purtroppo che sta avvenendo di peggio.
Per una lunga fase della nostra vita, abbiamo avuto l’onore di appartenere alla schiera degli Italiani all’Estero.
I quali – ci scusiamo se implicitamente parliamo bene di noi stessi – sono i migliori Italiani.
Malgrado infatti che la Patria si sia dimostrata matrigna nei loro confronti, essi risultano sempre tra i primi a soccorrerla nel momento del bisogno.
Non dubitiamo che sarà così anche nelle presenti circostanze.
Quanto però più contraddistingue gli Italiani all’estero è sempre la loro assoluta lealtà verso le Autorità dello Stato.
Oltre il nostro confine, c’è però un Signore che evidentemente non condivide questo orientamento, e anzi tenta di indurre i nostri concittadini a sabotare lo sforzo dell’intera Comunità Nazionale.
Quando la Santa Sede si trovò a fronteggiare la costituzione di una sorta di Vaticano alternativo nell’Abbazia di Trisulti, trovò nelle Autorità dello Stato chi doverosamente la aiutò nello sventare questa operazione scismatica.
In quanto cattolici, in quanto sinceri patrioti ed in quanto cittadini leali – tra tali qualifiche non deve esistere nessuna contraddizione – ci aspettiamo che l’Autorità Ecclesiastica neghi espressamente ogni credito alle millanterie di questo soggetto, il quale vanta una asserita interlocuzione privilegiata con i Sacri Palazzi.
Non mancheremo di vigilare attentamente sulle sue mosse, tanto più gravi e pericolose in un momento decisivo e difficile per il nostro Paese.
Mario Castellano