L’ammiraglio James Fogg III, responsabile del comando della Nato di Napoli, lo ha fatto in teleconferenza, davanti a vari rappresentanti della stampa italiana.
Dopo avere descritto minuziosamente in qual modo la presenza delle forze navali e terrestri della Russia e della Cina si sta espandendo verso tutti i punti cardinali, l’ammiraglio conclude affermando che “la Nato non può più ignorare le attività cinesi in Europa: iniziative come il 5G, il cavallo di Troia, l’acquisto di infrastrutture portuali e il piano della via della seta”.
Tenuto conto del fatto che l’alto ufficiale viene descritto come “uno di quei comandanti che tiene di più ai libri della sua biblioteca che non alle sue medaglie”, risulta chiaro come egli sappia cogliere le ricadute sul piano militare della complessiva politica geo-strategica svolta dalla grande potenza asiatica.
Se il sistema 5G è destinato ad essere usato dalla sua “intelligence”, l’acquisizione dei porti e la creazione di un sistema integrato destinato a facilitare i trasporti terrestri e marittimi dalla Cina all’Europa occidentale tendono chiaramente allo scopo di creare un “continuum” euroasiatico che Pechino potrà usare a suo tempo tanto per la sua penetrazione economica quanto per l’espansione militare.
Noi non riteniamo che l’ammiraglio intenda esprimere una sorta di veto alle scelte che l’Italia è chiamata a compiere dinanzi alle varie proposte avanzate dalla Cina.
La sintesi politica che i governanti sono chiamati a compiere tra le esigenze difensive del proprio paese e la sua convenienza economica oscilla inevitabilmente tra questi due poli, e la discussione su dove debba collocarsi il punto di equilibrio non divide necessariamente i partiti ed i dirigenti in base alla rispettiva appartenenza ideologica. Avviene infatti che un governo di tendenza conservatrice acconsenta a stabilire una “partnership” con uno stato ispirato a principi diversi dai propri. La destra, infatti, tende al pragmatismo, mentre la sinistra si lascia più facilmente condizionare dall’ideologia.
Ed è appunto la fedeltà alla rispettiva ispirazione quanto preserva dalla sottomissione, nel nome degli interessi economici, ad una concezione del potere contraria alla propria identità ed alla propria cultura.
La prima “ostpolitik” intrapresa dall’Italia venne propiziata, negli anni del primo centro-sinistra, del pontificato giovanneo e del Concilio, da un uomo come Giorgio La Pira. Il quale venne accusato di filo comunismo a causa delle sue aperture alla Russia e alla Cina, così come venne a seconda dei casi schernito o osannato quale “sindaco santo” di Firenze. La Pira apparteneva, insieme con Fanfani, Dossetti e Lazzati, al gruppo dei cosiddetti “professorini”, eletti alla costituente in rappresentanza della sinistra democristiana. Questi uomini tendevano da una parte ad applicare in economia i principi del “cattolicesimo sociale”, e dall’altra parte volevano costruire uno stato conformato dichiaratamente dall’ideale cristiano.
La Pira propose addirittura di proclamare nella legge suprema che l’Italia era posta sotto la protezione della Madonna.
Per quanto il sindaco si recasse a Mosca, a Pechino e perfino ad Hanoi, risultava dunque impossibile che egli fosse contagiato dall’ateismo di stato. E per quanto la sua politica estera fosse spregiudicata, era molto lontano da ogni mediocre machiavellismo: al punto che – contrariamente al segretario della repubblica fiorentina – ebbe sempre una concezione profondamente morale della politica.
Le sue scelte comportavano naturalmente il rischio dell’utopia, o quanto meno di una asserita “ingenuità”, che lo esponeva ad essere “strumentalizzato”. Queste erano d’altronde soltanto le più benevole tra le critiche che gli venivano rivolte. Se però paragoniamo la “ostpolitik” di La Pira con quella odierna di Conte, constatiamo che tra i due professori il più strumentalizzato non è il siciliano di Firenze, bensì il pugliese di Roma. Per quale motivo? Perché nell’uno non mancò mai né l’illuminazione della fede, né il criterio morale. All’altro – è inutile annotarlo – mancano l’una e l’altro. “L’avvocato del popolo” è un ateo senza grandezza ed un machiavellico senza visione.
Se La Pira concepiva il dialogo tra l’Occidente e l’Oriente come l’incontro di due spiritualità, Conte non va oltre il connubio tra l’avidità dell’uno e la furbizia levantina dell’altro.
La Pira voleva conciliare Cristo con Budda, Conte promuove la sinergia tra frate Cipolla ed un venditore di cravatte. Naturalmente, La Pira non piaceva agli ufficiali della Nato, né ai cosiddetti “oltranzisti atlantici” del suo tempo. Ai quali però contrappose l’ideale religioso e l’imperativo etico della pace. Che aveva per l’appunto bisogno dell’utopia per essere realizzato.
Conte tende viceversa al suo esatto contrario, cioè alla incapacità di concepire qualcosa di nuovo e di diverso. Per questo, non è capace di elaborare nessun progetto.
Il pericolo per la democrazia deriva dal fatto che il Presidente del Consiglio, non essendo capace di pensare, tende a sanzionare chi sa farlo. Per questo, la prassi del partito cinese, coniugata con i più perfezionati strumenti dello spionaggio elettronico, compone il suo modello politico.
I democratici vanno in cerca delle più squallide manifestazioni di nostalgismo della destra, ed hanno buon gioco nel denunziare la sua completa regressione al fascismo: ormai si arriva alla commemorazione del ventotto ottobre. Tutto giusto, ma è possibile che non si trovino nella cultura politica liberaldemocratica gli antidoti ad un regime in cui il “premier” governa per proprio decreto, ed irride ad un Parlamento ormai ridotto alla parodia di se stesso, come un dittatore africano?
Una simile insorgenza – questa è la scusa per evitarla – farebbe cadere il governo, peraltro anch’esso ridotto ad un lemure con il venir meno delle competenze tanto del Consiglio dei Ministri quanto dei diversi ministeri.
E’ dunque inutile denunziare il perdurante fascismo della destra se ci si riduce a fare da sgabello ad un nuovo regime autoritario, credendo di salvare la coscienza perché non è ideologico. Questo, però, lo rende ancora peggiore.
Ci domandiamo dunque a che cosa serve l’ideale liberaldemocratico, che comunque i “pentastellati” ripudiano completamente. Lo prova il fatto che favoriscono apertamente l’occupazione del potere locale da parte dei fascisti. Se non la volessero, basterebbe allearsi con i democratici nei comuni e nelle regioni, ma non lo fanno in quanto per loro la destra e la sinistra sono la stessa cosa.
Infatti, tanto i comunisti quanto i fascisti affermano di governare in nome del popolo.
Secondo i “pentastellati”, il popolo addirittura non esiste.
Mario Castellano