Per la Presidente del Consiglio, quanto sta avvenendo negli Enti Locali costituisce soltanto un corollario della sua assunzione del potere nello Stato.
Quando si svolgeva lo scontro politico che ci ha portati a questo risultato, ben pochi si rendevano conto di quanto stava maturando in Italia.
Tutto è iniziato nel momento in cui chi esercitava un predominio sul nostro Paese ha capito di avere esaurito la riserva di Partiti politici usa e getta, con cui si poteva realizzare quel tipo di operazione un tempo tipica dei gruppi della estrema Sinistra denominata entrismo.
Si sceglieva una forza politica un tempo prestigiosa e radicata, che però – col venir meno della sua cultura ed ispirazione originaria e con la evoluzione della società – era decaduta fino al punto di svuotarsi.
A questo punto, un personaggio che a volte neanche proveniva dalle sue fila era presentato ai superstiti iscritti come il soggetto in grado di risollevare le sorti del Partito, ed alla opinione pubblica esterna quale demiurgo destinato a ripetere tale operazione su scala nazionale.
Si cominciò nel 1963 incaricando un banchiere fino a quel momento alieno dalla competizione politica, tale Malagodi, di commissariare de facto il Partito Liberale, ormai ridotto ad un cimelio storico risorgimentale, con lo scopo di condizionare – grazie al consenso raccolto mediante una campagna di terrorismo economico (si affermava che il Centro – Sinistra avrebbe causato la fame di massa) - la conduzione del Governo.
Cinque anni dopo, fu la volta del Partito Repubblicano, altra memoria vivente dello Ottocento, che venne usato da La Malfa per compiere la stessa operazione, questa volta agendo dallo interno della Maggioranza.
Anche allora, venne agitata la bandiera del rigore economico: si perseguiva la compressione della spesa sociale per rispettare gli equilibri di bilancio.
Dei quali, agli ispiratori di simili operazioni non importava in realtà un bel nulla: lo prova il fatto che quando fu la volta di Craxi, già capo di una piccola corrente minoritaria del Partito Socialista, del quale aveva assunto il controllo defenestrando De Martino, vennero spiantate allegramente le finanze pubbliche.
Caduta la Democrazia Cristiana sotto le macerie del Muro di Berlino – che seppellirono tanto i Comunisti quanti gli Anticomunisti – un imprenditore sceso in campo come salvatore della Patria, cioè Berlusconi, compì la operazione che la Destra sognava dal tempo di Dossetti, consistente nel rifare il Partito Cattolico senza la Sinistra, gettandolo in pasto ai confessionalisti.
I quali fornirono le truppe cammellate destinate ad appoggiare la operazione.
A questo punto, nel panorama del cosiddetto Arco Costituzionale non vi era più nessun soggetto da colonizzare.
Niente paura: rimaneva il populismo, che – presentandosi come nemico della partitocrazia – avrebbe fatto piazza pulita di tutta la detestata eredità antifascista e resistenziale.
Questa volta venne prescelto – dopo due banchieri, un funzionario di Partito ed un imprenditore – addirittura un comico.
Che infatti poteva liberamente schernire quanto era già finito di per sé nel ridicolo.
Tutte queste operazioni richiedevano però lo impiego di una certa quantità di manodopera.
Il Paese ne offriva comunque in abbondanza, essendo presenti sul mercato tutti i giovanotti – ormai invecchiati – che in gioventù facevano i neofascisti, ma col passare del tempo realizzavano la necessità di ridipingersi per fare carriera.
I Liberali del 1963, i Repubblicani del 1968, i Socialisti del 1976, i Berlusconiani – detti anche Forzuti – del 1991 ed i Pentastellati di anni più recenti erano in gran parte accomunati da questa radice: la Raggi si era formata nello Studio Legale di Previti, al quale va dato atto quanto meno della sua coerenza, essendo sempre rimasto un nostalgico del Fascismo.
I palloni gonfiati, però, finiscono sempre per sgonfiarsi.
Rimanevano soltanto, sul mercato dei Partiti da riciclare o da rifondare, i Fascisti.
La operazione seguì lo schema tradizionale e consolidato.
La sola differenza consiste nel fatto che la Meloni – almeno in apparenza – non è divenuta una icona per merito di qualche giornalista compiacente: la Signora si è presentata da sola, compilando di suo pugno (?) una monumentale autobiografia.
Il che la avvicina a Benvenuto Cellini ed a Vittorio Alfieri.
Le sue doti letterarie, benché non affinate in un cursus studiorum particolarmente adeguato (allo Istituto Alberghiero si apprende soltanto a cucinare) vennero tuttavia esaltate in una serie di interviste concesse agli interi corpi redazionali dei massimi quotidiani: un onore negato perfino al Presidente degli Stati Uniti in occasione delle sue visite a Roma.
La Signora si presenta come italiana (questo è ovvio), come madre (infatti ha partorito), e – dulcis in fundo - come cristiana, anzi cattolica.
Sulla convivenza more uxorio, che durante la guerra fredda venne bollata quale pubblico concubinato dal Vescovo di Prato essendo praticata da una coppia di dirigenti comunisti (uno dei quali somatizzò il dispiacere al punto da avere una emiparesi), si è sempre sorvolato.
Benché tale condizione comporti la scomunica ipso facto.
Personalmente, siamo abituati a ben di peggio: un noto prelato, nostro congiunto, era solito portare ad esempio di moralità cristiana una persona al cui confronto la Meloni fa la figura di Santa Maria Goretti.
Un tempo esistevano almeno i vizi privati e le pubbliche virtù: adesso anche i vizi vengono esibiti.
Il passato della Meloni assomiglia per certi aspetti a quello di Mussolini, dato che li accomuna la originaria emarginazione sociale.
Il Duce, però, era personaggio di rilievo molto prima di scalare il potere.
La Meloni proviene invece da una oscura setta, detta dei Gabbiani, appartenente al vastissimo sottobosco dei gruppuscoli della estrema Destra romana.
In cui non mancano le contaminazioni con la malavita, tanto politica quanto comune.
Dopo che la Signora aveva guidato una scissione marginale nel tempo in cui Fini, avendo rinnegato il Fascismo, si accodava a Berlusconi, venne il suo momento quando qualcuno provocò una crisi di Governo e le elezioni anticipate.
In cui la Meloni balzò dal quattro per cento alla maggioranza relativa.
Il suo volto campeggiava dovunque, ben prima che iniziasse la campagna elettorale, in cui vennero spesi più soldi che nel 1963 per i Liberali.
La differenza con tutti i precedenti che abbiamo ricordato consiste in questo: prima ci si muoveva nel quadro delle Istituzioni esistenti, mentre ora si instaura una cosiddetta democratura.
Questa volta non vi è speranza di vedere il pallone sgonfiarsi.
Risulta dunque illusorio credere che nuove elezioni possano un giorno portare ad un cambiamento di Governo: Erdogan docet.
Il cittadino chiamato a votare per il Sindaco è comunque scoraggiato, perché in una democrazia rappresentativa la volontà popolare espressa in periferia condiziona e prefigura sempre e comunque gli indirizzi nazionali.
Mentre dunque il popolo – come sempre succede quando viene a mancare una alternativa credibile e praticabile – ratifica lo status quo, e con questo contribuisce oggettivamente a consolidarlo ed a proiettarlo nel tempo, il Partito Democratico continua a perdere quel poco di radicamento che ancora gli rimaneva nella società italiana: per cui vince soltanto laddove la parte avversa – abusando del suo potere – avanza delle candidature impresentabili.
Questo, però, avverrà sempre più raramente, in quanto si estende ogni giorno lo ambito in cui la Meloni può cercare nuove adesioni.
La corsa a saltare sul carro del vincitore si è scatenata dalle Alpi al Lilibeo.
Il nostro Sindaco ha colto benissimo - dal suo punto di vista – tale tendenza, ed infatti valorizza al massimo, nella sua Giunta e nel suo entourage, i voltagabbana.
Tra cui fanno spicco alcuni ex staliniani, che vedono riflesse in lui certe qualità del dittatore georgiano.
Mancano ancora le purghe, reperibili tuttavia in quantità presso la Farmacia Novaro.
La scorge a sua volta in questa tendenza una conferma della scelta compiuta non già da lei, ma da chi Schlein le ha assegnato il ruolo di Capo della Opposizione: cioè gli stessi potentati esteri che hanno scelto la Meloni come Donna Forte della situazione.
Quanto importa a chi rimane comodamente a Parigi, a Londra, a Berlino e a Nuova York, è che esista un nuovo Partito Radicale: cui basta essere radicato – qui la assonanza rende manifesto il concetto – a Roma, e forse anche a Milano.
Di quanto avviene a Pizzighettone o a Gioia Tauro, non importa nulla ad un cittadino dello Occidente, che vede il mondo attraverso le grandi catene televisive: per il semplice motivo che ignora la stessa esistenza di questi luoghi.
Lo orizzonte in cui si muove la Signora elvetico – germanico – statunitense va da piazza Colonna a via della Dataria, ove ha sede la Stampa Estera.
Davanti alla quale si accinge a denunziare, in inglese e in tedesco, i misfatti del Governo.
Che non mancheranno, ma contro i quali i mass media stranieri risulteranno sempre impotenti.
Almeno fino a quando la Meloni commetterà un passo falso.
In quel momento, la parola tornerà al popolo italiano.
Mario Castellano