Il riferimento alla “Nazione “risultava scontato, in quanto essa costituisce l’identità di riferimento. Si dà però il caso – la Meloni non ha però approfondito questo aspetto della nostra storia – che i due fallimenti dello Stato (per l’appunto nazionale) collezionati nel corso del Novecento, quello dei Liberali a Caporetto e quello dei Fascisti l’Otto Settembre, rivelino come tale identità risultasse troppo debole, al di là delle ideologie costruite per farle da supporto.

Ciò costituisce dunque una attenuante, tanto per gli eredi del Risorgimento quanto per gli epigoni della “Marcia su Roma”, essendo entrambi accomunati dalla fede in una Nazione che esisteva soltanto quale invenzione intellettuale, ovvero quale imposizione ideologica.

Per sussumere, più che per spiegare o per giustificare l’Otto Settembre, la Meloni parla – pur senza riferirlo espressamente ad un particolare accadimento storico – di “tradimento”.

Se si riferisce – come sembra – al Venticinque Luglio, la borgatara fa proprio l’assunto posto alla base del Processo di Verona: Mussolini non sarebbe caduto per la somma dei suoi colossali errori nell’analisi geostrategica, bensì perché alcuni gerarchi, guidati da Dino Grandi e assecondati dalla Casa Reale, avrebbero perfidamente ordito una congiura contro di lui.

Se la Meloni pensa davvero questo, la soluzione dei problemi dell’Italia consisterebbe nel ripristino del regime fascista.

Abbiamo però scritto più volte – e lo ripetiamo – che la candidata a Palazzo Chigi non si propone un simile obiettivo.

La sua analisi storica, però, si basa sul culto identitario della Nazione: e dunque tutte le scelte politiche risultano giuste o sbagliate in funzione di questo ideale.

Ce n’è dunque abbastanza per inquietarsi: anche Putin fa un unico minestrone dei Romanov, di Stalin – visto come capo della “Grande Guerra Patriottica” - e del successivo passato comunista; ed anch’egli, infatti, rifiuta di sottoporre ad un qualsiasi esame critico gli errori commessi da tutti i suoi riferimenti storici.

A carico della Meloni va ascritta però una aggravante: la Russia – quali che siano gli errori dei suoi dirigenti – era, e rimane, una grande nazione.

L’Italia, invece, è il classico rospo che si gonfia credendo di diventare un bue.

Abbiamo già scritto che il punto di forza della Meloni consiste nell’essere identitaria – e questo rivela la sua capacità di cogliere lo “zeit geist” – ma il suo punto debole consiste nell’avere scelto l’identità sbagliata.

Anche l’Italia successiva a quella repubblicana è destinata dunque a finire, essendovi nel suo progetto un errore incorreggibile di calcolo.

L’opposizione, però, non sembra accorgersi di che cosa è cambiato, e pensa al futuro – come facevano gli antifascisti durante il “Ventennio” - immaginandolo come una restaurazione del passato.

Sotto Mussolini, le masse venivano inserite nello Stato, che non poteva dunque essere ripristinato nella sua forma magnatizia, propria dell’epoca liberale.

Ora i vari Letta, Renzi, Calenda e Conte si illudono che possa risorgere uno Stato fondato sulle vecchie ideologie: le quali sono invece definitivamente superate.

Lo prova il fatto che i primi a non saperle impiegare - diversamente dai “Padri Fondatori” della Repubblica - quali strumenti per guidare la propria azione politica sono precisamente loro.

A questo punto, lo stesso fenomeno Meloni si può parzialmente declassare: il Venticinque Settembre non è paragonabile al Ventotto Ottobre, bensì al lancio dell’ennesima operazione mediatica condotta per smantellare progressivamente l’Italia repubblicana.

Si era cominciato nel 1963 con Malagodi, poi fu la volta – cinque anni dopo – di La Malfa; nel 1976 venne usato Craxi, e dopo “Tangentopoli” spuntò Berlusconi, per giungere infine a Grillo nel 2018.

Fin qui si è pescato tra i componenti, o tra gli eredi tardivi (più o meno degenerati), della classe dirigente repubblicana.

Ora si è andati a reclutare nel campo opposto: che da un lato non si propone di restaurare il Fascismo nelle sue forme storiche, ma dall’altro lato considera illegittimo – in quanto originato da un asserito “tradimento” – il regime attuale; e dunque si propone di trasformarlo.

Poiché però la trasformazione si annunzia all’insegna del centralismo e di una ideologia identitaria di stampo totalitario, possiamo affermare che il Venticinque Settembre si è verificata una effettiva transizione, ed alla fine dell’epoca iniziata precisamente il Venticinque Luglio.

Quando il nuovo regime cadrà, non ci saranno più quei soggetti – la Chiesa da un lato e gli Alleati occidentali dall’altro – che avevano mantenuto in vita lo Stato unitario dopo Caporetto e dopo l’Otto Settembre: per cui la Meloni, compiuto l’arco della sua ascesa e del suo declino, rischia di coinvolgerlo nella sua inevitabile rovina.

Mario Castellano