Quando due uomini sono chiamati a collaborare, devono quasi sempre comporre le differenze dovute all'origine, alla cultura, al carattere e all'esperienza.
Ed è precisamente l'esperienza comune, il vissuto di ciascuno quanto costituisce alla fine il fattore decisivo: su tutto il resto influisce infatti quanto viene mutuato dall'ambiente, dall'influenza di terze persone.
L'esperienza è invece quanto rende ciascuno di noi un soggetto unico e irripetibile.
Chi ha vissuto le vicende del Novecento si è imbattuto prima o poi in una situazione estrema, e cioè la guerra: oppure nella sua variante costituita dalla dittatura, che è la guerra tra chi governa e chi è governato.
Gli unici che hanno la fortuna di non averla vissuta sono gli Europei Occidentali nati dopo la fine del Secondo Conflitto Mondiale.
Noi abbiamo fatto questa esperienza, per ben sedici anni, nel Paese di adozione.
Quando ci capita di incontrare un interlocutore, ne riconosciamo subito reciprocamente i segni inconfondibili.
Tutti i Papi che si sono succeduti nell'arco della nostra esistenza, da Pacelli a Bergoglio, hanno fatto
anch'essi questa esperienza.
Pio XII si era trovato immerso nei conflitti civili della Germania di Weimar, e la sua biografia racconta di come a Monaco di Baviera avesse affrontato nella stessa Nunziatura i paramilitari comunisti.
Giovanni XXIII era un veterano della Grande Guerra, e quando morì volle che fosse presente ai funerali la bandiera del suo Reggimento: fu quella la prima e l'unica volta in cui il Tricolore entrò ufficialmente in San Pietro.
Paolo VI aveva memoria, per la testimonianza offerta dalla sua famiglia, della violenza degli squadristi, che a Brescia si era abbattuta sull'insieme del tessuto sociale cattolico.
Giovanni Paolo II si era confrontato non soltanto con la guerra, ma anche con le due grandi catastrofi prodotte dalle ideologie del “Secolo Breve”: il nazismo ed il comunismo.
Bergoglio ha vissuto a sua volta la tragedia della dittatura militare nel tempo in cui l'America Latina combatteva per la sua “Seconda Indipendenza”.
In questo elenco, dovrebbe figurare anche Benedetto XVI, ma sembra, considerando la sua figura, che le vicende della Germania siano state da lui vissute come disturbo per un “cursus studiorum”
certamente glorioso ed esemplare, ma cui è mancato il confronto con la vita vissuta, che sottopone ogni sapienza teorica alla prova della realtà dei fatti, accrescendo da un lato la conoscenza e dall'altro la carità.
Inoltre, l'uomo viene dalla Baviera.
L'antico Regno dei Wittelsbach, geloso della sua indipendenza e del suo Cattolicesimo, venne annesso a forza all'Impero tedesco, unificato dalla Prussia nel 1871.
La lettera con cui Luigi II accettava di sottomettersi al Kaiser Guglielmo gli fu spedita già compilata, come un modulo amministrativo, ed il Re dovette ricopiarla e rispedirla.
I Prussiani si comportarono con gli altri Tedeschi ancora peggio che i Piemontesi con gli altri Italiani.
Addirittura la lingua letteraria dovette adattarsi al modo in cui veniva usata nel Regno degli Hohenzollern, ed a tal fine venne pubblicato e diffuso un nuovo Dizionario, il famoso “Duden” del 1872.
Se i Bavaresi vennero umiliati per il modo in cui avvenne l'annessione, il “Kulturkampf” scatenato da Bismark contro i Cattolici li avrebbe esacerbati ulteriormente.
Ci vollero due guerre mondiali perdute per porre fine a questa egemonia, cui gli Alleati sostituirono nel 1945 quella della Renania, che per l'appunto è la Regione più occidentale della Germania.
La Baviera ottenne allora il contentino di una autonomia – il primo articolo della sua nuova Costituzione proclama addirittura che “Bayern ist ein Staat” (e non “ein Land”) - teorizzata da Hanns Seidel e guidata da Franza Josef Strauss in modo certamente sagace, promuovendo
la produzione agricola e l'insediamento a Monaco di industrie ad alta tecnologia, che non inquinano ed attraggono una mano d'opera qualificata e ad alto reddito.
La separatezza dalle stesse vicende nazionali ha però finito per accentuare la tradizionale mentalità conservatrice, misoneista e tendenzialmente xenofoba propria dei Bavaresi.
L'esempio di una certa loro mentalità è costituito dai telefilm dell'Ispettore Derrik, in cui il colpevole è sempre il personaggio coi capelli lunghi, vestito in modo eccentrico, possibilmente di pelle scura.
Questo è l'ambito in cui si è formata la mentalità di Ratzinger, tra escursioni nei Monasteri benedettini e bevute di birra (peraltro moderate, l'uomo essendo notoriamente morigerato).
Ratzinger era considerato, nei tempi in cui operava come Consultore del Concilio, uno studioso progressista: al punto che nei Seminari italiani, i futuri Sacerdoti erano costretti a leggere i suoi libri di nascosto dai Superiori.
Pare che a cambiare il suo orientamento sia stata la contestazione subita a Tubinga nel 1968 da parte di alcuni studenti: un fenomeno che nella sua austera Facoltà teologica si era manifestato d'altronde in modo ben più composto che altrove.
Il Professore non tollerò tuttavia il “vulnus” inferto alle sue prerogative accademiche, e rimase talmente traumatizzato che ancor oggi considera quei modesti accadimenti addirittura come la causa scatenante della pedofilia nella Chiesa.
Un tempo, c'era chi dava la colpa di tutto ai Comunisti, oggi sostituiti dai Musulmani.
Il Sessantotto commise certamente molti errori, ed ebbe numerose colpe: l'avere però favorito la libertà sessuale non significa certamente che quel movimento sia stato all'origine di certe degenerazioni.
Il fatto anzi di avere banalizzato il sesso e di avere messo a nudo la sfera di rapporti fisici ed affettivi un tempo tenuti nascosti ha contribuito a far conoscere la realtà piuttosto che a modificarla.
Si può dire, in estrema sintesi, che il Sessantottino abbia permesso di esibire gli scandali piuttosto che generarli.
Che una persona derivi dalla sua esperienza certe avversioni che l'accompagnano per tutta la vita, risulta normale: così si spiega l'anticomunismo di personaggi quali Pio XII e Giovanni Paolo II.
Questo atteggiamento, sia pure originato da eventi legati alla vita dell'uno e dell'altro, non si poteva
tuttavia ridurre ad una idiosincrasia individuale, ad un risentimento non essudato, essendo viceversa fondato su di una cultura, su di una visione del mondo incompatibile con quella di chi riduceva la religione al famoso “oppio dei popoli”.
Ratzinger, invece, è stato semplicemente traumatizzato da una offesa personale: fatto certamente deplorevole, ma che non è nulla in confronto delle tragedie che hanno segnato due intere generazioni.
Marx diceva che la storia si ripete, ma la prima volta è tragedia, la seconda volta è farsa.
Ebbene, il Sessantotto è stato la farsa seguita alle tragedie anteriori.
Non cogliere la differenza significa non avere il senso delle proporzioni.
Ovvero sopravvalutare la propria esperienza, non considerarla un aspetto di quanto avveniva tutto intorno, bensì ritenerla la pietra di paragone su cui valutare una realtà che non è certo personale e ristretta, bensì universale.
Essere contro il Comunismo perché opprimeva la Polonia era una scelta pienamente fondata; avercela con la Sinistra perché qualche studente di Tubinga ha alzato la voce risulta viceversa ridicolo.
Arriviamo allora ad una conclusione: il Papa è Pastore universale, e già in quanto Sacerdote gli incombe l'obbligo canonico di ripetere a sé stesso: “Ego sum pastor bonus”.
Il che significa non soltanto perdonare ai componenti del suo gregge, ma anche saper dare ad ogni loro azione la sua giusta misura.
Come tutte le persone di tarda vecchiaia, il Papa Emerito dipende da chi gli sta intorno, e con il declinare delle facoltà intellettuali finisce per vedere il mondo attraverso i loro occhi.
Se poi si tratta di persone interessate, di una sorta di “Sublime Porta” che separava il Sultano dai suoi sudditi finendo per governare in sua vice, capita che la visione della realtà circostante risulti completamente distorta.
Qualcuno ha fatto credere a Ratzinger che Bergoglio è un “comunista”, o meglio un “musulmano”, come ci è capitato di udire con le nostre orecchie in una conversazione tra tradizionalisti.
Lo spionaggio si autoalimenta, come ben sa chi lo abbia conosciuto, di tutte le fandonie che quanti lo praticano aggiungono alle notizie per renderle più appetibili.
Montini, che aveva lavorato a lungo in Curia, sapeva “tarare” le informative delle Congregazioni, e a volte riconosceva a prima vista il grano ed il loglio.
Ratzinger ha vissuto anch'egli a lungo in Vaticano prima di diventare Papa, ma non aveva compiti di governo.
La sua azione consisteva in una sorta di pulizia ideologica, e dalla pulizia ideologica alla polizia politica il passo è breve.
Logico dunque che l'uomo non sopporti la demolizione dell'edificio su cui a lungo aveva basato il suo potere.
Di questa costruzione, rimaneva però l'apparato informativo, rimasto al servizio del Papa Emerito sotto la guida sagace dell'astuto Monsignor Georg Gänswein, ora giubilato da Bergoglio.
Il quale, naturalmente non tollera di essere trattato come un sospetto, quale egli è inevitabilmente agli occhi del Predecessore.
Al di là di ogni divergenza, che si può comunque sussumere quando si opera per una causa comune, tra i due esiste una differenza antropologica irriducibile: uno viene dalla strada, l'altro dalla biblioteca; uno si trova a suo agio coi portuali, l'altro con gli aristocratici; uno è plebeo, l'altro aristocratico (non per origine, ma per vocazione); uno, soprattutto, tende a superare la regola attraverso la prassi, l'altro pretende di imporla sempre e comunque.
Che poi su questa differenza caratteriale, già di per sé irriducibile, si sia innestato il dissidio su dove debba collocarsi la Chiesa, se con il Nord o con il Sud del mondo, è altrettanto indubbio ed evidente.
Ne è derivata una sorta di guerra di spie che solo Ratzinger avrebbe potuto fermare.
Anche se lo avesse voluto, non avrebbe però più avuto l'energia necessaria.
La Barca di Pietro non ha – per fortuna – due Capitani: se così fosse, avrebbe già fatto naufragio.
Una parte dell'equipaggio, però, non obbedisce al Comandante.
Mario Castellano