Essendo l'esito ormai archiviato, è opportuno soffermarci sulle conseguenze che potrà determinare altrove.

L'Italia è il Paese delle Cento Città, profondamente diverse per identità, per cultura e per tradizioni.

Se sono diverse le Città, risultano tali a maggior ragione le Regioni.

Chi trasmigra da un luogo all'altro della Penisola, finisce per ritrovarsi non tanto forestiero, quanto piuttosto straniero.

Ciò è capitato precisamente ad un romagnolo, che abbiamo conosciuto molto bene, inviato qui dall'allora Partito Comunista, munito anche di un adeguato incarico “di copertura” - come si addice a tutti gli “agenti di influenza” - negli Anni Settanta, quando il cosiddetto “modello emiliano”, avendo raggiunto l'acme del successo, sembrava esportabile in tutta l'Italia.

Questo Signore, pur provvisto dei più elevati titoli accademici e del migliore “pedigree” politico,

ma soprattutto delle più poderose raccomandazioni essendo parente di uno dei più alti dirigenti nazionali del Partito, per di più giunto tra noi con l'autorevole “placet” di Alessandro Natta, trovò ad Imperia la sua Waterloo.

Sarebbe più giusto dire la sua Sedan, essendo stata tanto gloriosa la sconfitta finale di Napoleone il Grande quanto ignominiosa quella di Napoleone “il Piccolo”.

Questo Signore, giunto tra noi con la spocchia del funzionario coloniale, abituato – e soprattutto incoraggiato – a trattare i sudditi come selvaggi da colonizzare, non aveva capito la differenza fondamentale – ma soprattutto irriducibile – tra la Regione di provenienza e quella in cui era stato spedito: non usiamo di proposito il termine di Regione “di adozione”, in quanto l'adozione gli venne clamorosamente rifiutata.

Il Socialismo dell'Emilia e della Romagna, nutrito di radici risorgimentali repubblicane e libertarie,

esprimeva soprattutto aspirazione popolare all'Uguaglianza, espressa dal proletariato agricolo.

Anche quando i suoi dirigenti commisero degli errori che la storia avrebbe rivelato essere gravissimi – sia pure nella loro generosità – questa aspirazione era pur sempre insita nella memoria collettiva di un popolo che fin dal tempo di Matilde di Canossa aveva manifestato – costituendo i Liberi Comuni rurali ed urbani – la propria tendenza all'emancipazione, e sarebbe sempre riemersa con una forza incoercibile.

È stato così nel 1945, ed è stato così anche in questo 2020: un anno che verrà ricordato non per

il successo di Bonaccini – pur con tutti i meriti a lui giustamente riconosciuti – ma per la vittoria del popolo.

Prima delle lezioni, avevamo paragonato la linea del Po con la linea del Piave: in ambedue i casi, la resistenza vittoriosa degli Italiani non era stata certamente merito del Generale Diaz, e tanto meno di Vittorio Emanuele III, bensì di un popolo intero.

Ciò vale, con maggiore ragione, per quanto avvenuto domenica scorsa.

Il popolo si è trovato da solo, pur con tutti i suoi limiti ed i suoi difetti, a salvare una certa idea della Nazione: allora quelle dell'Unità, oggi quella della solidarietà e della giustizia.

Per questo, anche se fisicamente assenti, sulla linea del Po ci siamo ritrovati tutti quanti.

E quella linea ha resistito.

Il nemico, benché ancora forte e agguerrito, arretrerà inevitabilmente.

I suoi colpi di coda, le scritte minacciose e ingiuriose apposte vilmente sulla porta di casa degli Israeliti e degli antifascisti – che si ritrovano ancora una volta accomunati, come al tempo

della persecuzione fascista – sono soltanto dei colpi di coda.

Ben presto, i seguaci di Salvini si ritroveranno nel loro ristorante preferito non certo a

brindare alla vittoria, quanto piuttosto a bere per dimenticare.

Fate attenzione, Signori Leghisti: il vino che vi viene servito è di pessima qualità, venduto per mezzo Euro alla bottiglia nel supermercato “Metro” di Nizza.

Torniamo però alle disavventure del funzionario delle Botteghe Oscure paracadutato tra noi, “in partibus infidelium”.

Costui aveva commesso un errore imperdonabile: non si era preparato per la trasferta.

Se avesse studiato la nostra storia, avrebbe imparato che - diversamente dalla sua Regione,

qui da noi la piccola proprietà contadina, insita per di più su di una terra avara (”Malo assuetus ligur”, aveva annotato tanto tempo fa Virgilio), portava all'egoismo sociale.

Questo modo di sentire generava a sua volta l'invidia sociale: che costituisce l'esatto contrario dell’aspirazione alla giustizia.

Ciò spiega perché gli Emiliani ed i Romagnoli – una volta acculturati ed arricchiti, con giusto merito – sono rimasti di Sinistra.

Gli amici – non sappiamo quanto sinceri – del funzionario delle Botteghe Oscure, compiuto lo stesso percorso, hanno dapprima venduto sé stessi; poi, simili a quanti cedono non soltanto i gioielli di famiglia ma perfino le mutande, hanno venduto anche il Partito.

Tale è l'insegnamento da trarre dalla storia della Selvaggina.

Il malcapitato, però, non se ne accorse.

Tuttavia, come in Emilia, di fronte alla prospettiva di essere invasi da un esercito straniero proveniente dall'altra sponda del Po, è scattato un riflesso identitario, ci accorgiamo che anche in Liguria - “mutatis mutandis” - sta succedendo qualcosa di simile.

Non è la Romagna è la Regione più repubblicana d'Italia: lo siamo noi, eredi della Repubblica di Genova.

Tempo fa, commentando le prese di posizione del Cardinale Bagnasco, avevamo constatato che l'Arcivescovo se ne era ricordato, i dirigenti del Partito Democratico no.

La Paita – responsabile della sconfitta elettorale della Sinistra – è andata con Renzi: segno che la sua non era insipienza, ma deliberata volontà di sabotare.

Un'altra donna, cioè la Viale, ha fatto il resto, prostituendo la Liguria come una colonia africana ai

lombardi, artefici delle ruberie della Sanità milanese.

Non paghi delle vacanze caraibiche di Formigoni, questi Signori sono calati sulla Liguria per continuare il loro saccheggio.

Toti ci ha messo del suo, e per strafare ha perfino chiamato ad un incarico in Regione un cittadino svizzero.

Se la Destra è capace di assumere per chiamata diretta un Dirigente di un Ente Pubblico (vedi CONI di Imperia), non ci dobbiamo meravigliare di cotanta impresa: presto saranno chiamati a servire nell'Amministrazione Pubblica i suoi “gorilla” bengalesi.

La Viale viene da Bordighera, cioè dall'unica Città monarchica in una Regione repubblicana: logico dunque che questa donna covasse un desiderio di vendetta nei confronti dei concittadini.

Ora è tempo di restaurare la Repubblica, e soprattutto di affermare una identità negata e mortificata.

Non è casuale che le Sardine siano nate nelle piazze d'Italia, in quell'Arengo in cui – come scrisse Dante - “ogni vergogna deposta s'affisse”.

La vergogna da affiggere, da denunziare, è la negazione della nostra identità e della nostra tradizione.

Sonia Viale riprenderà presto la strada di Bordighera.

Tutt'al più, si fermerà ad Arma di Taggia per una bicchierata di congedo.

Mario Castellano