Racconta la storia che costoro ritornarono in anticipo, rassicurando i concittadini sul mantenimento dell’Indipendenza.

Poiché l’assise europea non era terminata, venne invece deciso in loro assenza di consegnare la Liguria al Re di Sardegna.

A questo punto, i Genovesi, dimentichi della loro tradizione repubblicana, si diedero a manifestare il più servile ossequio al nuovo padrone.

Per costruire il Teatro Carlo Felice, dedicato al Sovrano sabaudo, venne demolita una Chiesa, e sul frontone del nuovo edificio fu scritta la dedica adulatoria “Carlo Felici Duci nostro”.

Dopo che Vittorio Emanuele II aveva bombardato ed occupato militarmente Genova in seguito alle proteste per la revoca dello Statuto, fu addirittura innalzato a Corvetto un monumento equestre al “Padre della Patria”.

Cavour, che aveva soggiornato in città quale Ufficiale del Presidio piemontese - intrecciandovi anche una relazione sentimentale con la Marchesa Anna Giustiniani, la quale pose fine a questo rapporto buttandosi dalla finestra - si rese conto di quanto fosse facile acquisire Genova alla sudditanza verso Torino.

Non bastando il porto per mantenere l’economia locale, il Conte la sostentò impiantandovi l’industria siderurgica.

Che offre il vantaggio, per chi controlla lo Stato, di essere l’unico possibile acquirente.

Da allora cominciarono i pellegrinaggi degli amministratori - prima a Torino, poi a Roma – per elemosinare le commesse pubbliche.

Il Cardinale Siri, a chi gli rimproverava il suo atteggiamento reazionario, era solito ricordare di quando passava ore al telefono con i Ministri per ottenerle, salvando il pane quotidiano di tanti operai.

All’altro capo del filo c’erano Paolo Emilio Taviani e Giorgio Bo, anch’essi genovesi, che almeno ebbero il merito di contrastare – pur essendo cattolici – l’egemonia clericale.

Tutte queste memorie storiche aiutano a spiegare l’ossequio con cui è stata ricevuta la Meloni.

La quale si compiace di visitare tutte le Città che potrebbero contrastare il suo centralismo autoritario, ricevendo ovunque ovazioni e adulazioni.

In occasione della festa di Sant’Ambrogio e della Prima della Scala, è stata la volta di Milano, ormai dimentica di essere la “Capitale Morale”.

Ora è la volta di Genova, che a sua volta rinnega la tradizione antifascista, come a suo tempo aveva tradito l’identità repubblicana.

In ambedue i casi, in cambio del classico piatto di lenticchie.

Tutti gli autocrati non soltanto vengono adulati, ma adulano a loro volta i loro sudditi.

Mussolini, chiamandoli “Popolo di eroi”, riuscì addirittura a fargli credere che fosse vero.

La Presidente del Consiglio ha proclamato che Genova è l’avanguardia dell’Italia: chissà come è ridotta la retroguardia!

L’Italia fu patria di Cola di Rienzo, di Pier Capponi, di Masaniello e – per quanto riguarda Genova – di Giovanni Battista Perasso, detto Balilla.

Tutti costoro infiammarono altrettante rivolte, per quanto effimere.

Il resto della nostra storia è fatto però dagli Arlecchini servi di due padroni.

O addirittura di uno solo: quello che comanda, benché sia un forestiero.

Ieri, mentre la Meloni riceveva l’omaggio dei Genovesi, Giorgio Napolitano moriva a Roma, in silenzio.

Di Giorgio Amendola, suo maestro, fu detto che sarebbe stato un grande Presidente del Consiglio, ma non poté divettarlo.

Lo sarebbe stato anche Napolitano, ma non volle.

Se Berlinguer avesse scelto la via dell’alternativa socialdemocratica, anziché quella del cosiddetto “Compromesso Storico”, sarebbe infatti toccato a lui dimostrare che la Sinistra era capace di governare l’Italia.

Nessuno dei dirigenti comunisti ebbe però il coraggio di denunziare un errore storico, di cui oggi – a distanza di tanti anni – scontiamo le conseguenze.

Il limite di Napolitano consistette nell’avere pienamente maturato la revisione ideologica, senza però saperne trarre alcun vantaggio, non tanto per sé, ma per l’intero Movimento dei Lavoratori.

Ciò avvenne in quanto compì questa evoluzione rimanendo ostaggio di una disciplina di partito resa obsoleta proprio da quel cambiamento del pensiero politico che egli aveva portato per primo a compimento.

La incapacità di concepire la democrazia dell’alternanza, della quale venne inscenata una triste parodia soltanto quando già gli interessi conservatori si erano nuovamente coalizzati intorno alla figura di Berlusconi, ha portato la Sinistra a rassegnarsi all’egemonia della Destra proprio nel momento in cui il Paese la rifiutava, e si dimostrava in grado di superarla.

Se l’Italia è governata oggi dalla Meloni, ciò è conseguenza dell’errore compiuto allora.

Soltanto il vecchio Terracini ebbe il coraggio di affermare che il “Compromesso Storico” era un errore.

Amendola, Napolitano ed Ingrao – pur divisi tra loro su altri temi – lo pensavano anch’essi, ma tacquero.

L’ex Presidente della Repubblica poté agire secondo il proprio criterio solo nel campo della politica internazionale.

Ricordando la sua approvazione dell’invasione dell’Ungheria, qualcuno ha continuato ad accusarlo di essere un voltagabbana.

Napolitano ha invece dimostrato che soltanto i cretini non cambiano opinione.

Se oggi la Sinistra italiana appartiene all’Occidente, e dunque difende la collocazione internazionale dell’Italia nel campo della democrazia liberale, mentre la Destra trascina il nostro Paese in direzione del Terzo Mondo, lo si deve al fatto che Napolitano ha saputo compiere la necessaria revisione.

Lo ha fatto perché era un uomo intelligente.

I dirigenti imperiesi del suo Partito, finiti grottescamente a sostenere Milosevic - coprendosi di ridicolo ancor più che di vergogna - sono invece dei cretini.

È dunque una fortuna che abbiano abbandonato la Sinistra per divenire bassotti.

Il problema consiste nel fatto che a questo punto la Sinistra non esiste più: né in questa Città, né in gran parte del nostro Paese.

Ciò costituisce la conseguenza di un altro errore commesso dall’intera classe dirigente – non soltanto comunista – espressa dalla generazione di Napolitano, che di essa era l’ultimo sopravvissuto.

Questo sbaglio è consistito nel non avere lasciato degli eredi.

Non ci riferiamo tanto allo squallore dei personaggi cui è stato trasmesso il testimone, bensì a qualcosa di più grave ed irrimediabile: il fatto non avere costituito una scuola politica.

Dalla quale – quando esiste – emerge sempre qualcuno in grado di governare.

Con la generazione del Risorgimento era successa la stessa cosa.

Mussolini finì infatti per prendere il posto che era stato di Cavour.

Napolitano, vittima di una spietata nemesi storica, ha vissuto abbastanza per vederlo occupato dalla Meloni.

Una volta, l’ex Presidente venne mandato dalla Direzione del Partito a Genova per ammonire i dirigenti locali.

Essendo molto diplomatico, si limitò a dire che i Comunisti liguri erano “troppo seduti”.

A quel punto, come ci riferì un amico presente al comizio, scese il gelo nel pubblico.

Lo stesso pubblico che oggi applaude entusiasticamente la Meloni.

Mario Castellano